F.14

 

XXXIX.



Alla sera
mi sento un po’ solo.
Ripenso
agli sguardi fugaci,
doni per sconosciute,
e al vuoto che segue
quando vedo comparirti
nei volti di donne,
come Leonardo in Lisa.
Poi penso
che se in tutte ti ritrovo,
tra le tante presto ti confonderai.
Allora, alla fine,
abbracciati al cuscino,
tanto male non si sta.

XXXVIII.



Che di questo gioco
di maschere,
non vince chi per ultimo
la cala.

Io che ti desidero.
Nuda. Fremente.
Sdraiata al mio fianco.
Ninfa ardente.

Assaggiar la carne altrui,
mai fu cosa più amara.
Cicuta del mio orgoglio,
una sozza vestale adesso ricopre
il ricordo del nostro abbraccio.

Il tempo corre ignaro,
instancabile e arido.
E tu, mio amore,
segui il suo corso.
E da me ti allontani.

Altri sguardi si poggiano
sulle tue curve.
Altre dita ti sfiorano i seni
e ti stringono.
E a me si stringe il cuore.
Ad io che darei me stesso
per una notte.
Per una sola notte.
Per averti.
Per averci.
Per svegliarti e non pensare.
Non pensare che ora
ad affrontar la vita
sono singolo guerriero.

Apro gli occhi.
Un sogno.
Sono solo. Di nuovo.
Cosciente.
Avanti.

XXXVI.



È dimenticando
cosa volesse dire
sorreggere il tuo sguardo
che sono caduto
nello scivolo dell’apatia.
Mai più d’ora ho desiderato
esser nell’oblio, come sono.
Coperto di incertezza,
pericolante, pieno di vita,
ti rifarò mia,
inchinandomi
alle parole dei tuoi occhi.

XXXV.



La tranquillità è
la calma piatta di uno specchio d’acqua,
che lentamente muore
contorcendosi su di sé,
amante illuso della sua sicurezza.

XXXIV.



Posi la tempia sul mio petto,
serrando le palpebre,
così leggera come cotone,
vuote dai pensieri.

Potresti schiacciarmi,
mi ritengo pronto,
sotto il loro peso,
ad essere il tuo Atlante
e sorreggere il tuo odore.

XXXIII.



Dimmi alla fine di tutto cosa resta.
Dimmi se giocare a far gli innamorati
ne vale poi così la pena.
Brandelli di vita, condivisi eternamente,
vani appigli.
Morremo soli, per legge superiore.
Porgimi il braccio, amore,
sarò tuo fedele compagno in questo scontro,
dove siamo
vinti in partenza.

XXXII.



Mostrami in quale, tra i gorghi dei tuoi capelli,
si cela l’essenza tua più profonda.
Svelami le corde che congelano
i tuoi impeti e che sedano
i tuoi istinti.
Stringimi le braccia attorno al collo,
non mollare la presa, non lasciarmi andare.

E’ meramente esteriore la tua debolezza,
schiava di una convinzione che ti prostra
e ti sfregia le guance.
Dio, le tue guance,
bracieri rossastri,
su una distesa di perle.

XXX.



Dentro una coperta mi dicesti
che ce l’avremmo fatta.
Alla fine, le distanze,
stanno sullo schermo di un telefono e
un anno lo racchiudi in un diario.

Torneranno le tue braccia a cingermi il collo,
più serrate di prima,
forse per gli effluvi del vino,
o per la passione che scorre.

Intanto non posso far altro
che guardarti rincorrermi,
mentre sveli il tuo futuro,
agli occhi miei impazienti,
desiderosi di racchiuderti nuovamente
nell’orizzonte degli eventi.

XXIX.



Ritorno.
Sei diversa. Un’altra te.
Sono diverso. Non lo riconosco.
Ci studiamo. Il tempo è poco.
Non capiamo. Litighiamo.

Il tempo divora il nostro crearci,
le nostre evoluzioni
ci sono note ad intervalli.
Non ci sei più tu
a darmi il braccio in ogni mio passo
ed ho paura. Ho paura
di perdere il tuo appoggio,
di perdere i miei lineamenti.

Parto.
Ricordi confusi. Non capisco.
Una lacrima.
Sono solo. Di nuovo.
Silenzio

XXVII.



Fratello dove sei?
L’abbiamo visto. Abbiamo riso.
Incosci del fatto che, quel titolo,
avrebbe dipinto i giorni a venire.

Le ruote sono diventate quattro,
la sella adesso è vuota,
al mio fianco non riconosco più
la tua faccia.

Le partite, adesso, le faccio in solitaria,
salvandole nella memoria breve,
per non cancellare le nostre,
retroscena perfetto di numerose riflessioni.

È bastata una nota, una soltanto,
di un gruppo di scimmie,
a far riaffiorare tutto,
a far uscire una lacrima
che s’incanala nel solco di un sorriso.

Sveglia



Verde. I tuoi occhi.
Un sorriso mi illumina.
L’universo è qui.
Sono dove devo essere.
Sono vivo.

XXV.



Saperti a casa,
sola dopo tante battaglie
mi infuria.

L’ingiustizia su te ha trionfato,
Io sono il tuo lascito,
Io solo la tua speranza.

Nei giorni più bui,
quando penso di non esser degno
alzo lo sguardo e combatto
per non esser
fatale delusione.

XXIV.



I nostri incontri
sono lampi d’ossigeno oramai.
Il mare del mio presente
arpiona le mie gambe
trascinandomi verso il fondo.
Lotto la corrente
per riaffiorare e
vederti. Anche per un secondo.
Un’ultima volta.

XXIII.



Quando volgo lo sguardo
alle carcasse dei giorni passati,
la gola si stringe,
la mente si spegne.

Guardo tra il groviglio di ricordi,
ingannandomi di voler essere lì.

Ho avuto il coraggio di dirmi
che tutto ciò,
era un umile quietivo.
Un’evasione dalla nostra distanza.

XXII.



Tra un Machiavelli e un David
ritrovo una vecchia compagnia.
Una mente affine,
libera dagli archetipi della società.
La squadra e la riga,
non sono sue amiche.
Nemmeno nelle tavole.
Del resto, Renzo Piano,
si è laureato con cento.

XX.



In tutto questo, cosa siamo noi?

Le nostre labbra incollate,
le mani intrecciate,
i corpi avvinghiati come liane,
non ci renderanno mai vicini,
gli atomi non possono toccarsi.
Lo sai.

Volevo studiare Fisica,
ma, ingenuamente,
non mi sono mai accorto
che il tuo toccarmi
va ben oltre la resistenza di un elettrone.

XVIII.



Un lampione.
Ti illumina trasversalmente, oscurandoti il volto,
i tuoi occhi due fari ardenti che mi puntano.

Una strada.
La pioggia l’ha impregnata
per farti danzare, circondata dai guizzi di luce giallastra
come tanti piccoli nastri.

Un tram.
È la linea più lunga, quella che facciamo ogni notte, tu ed io,
per offrire la nostra unione alla città, creatura umana.
Sua padrona.

XVII.



L’annichilimento del tempo.
Non mi ha mai fatto paura,
quando mi parlavi di convivenze improbabili e
viaggi in mongolfiera.

Ora, che l’età del faremo è fioca,
vivo condizionato da un presente poco calzante,
circondato da schemi razionali e operazioni di rettifica.

Ciò che mi manca,
è il fare spensierato
con i cui i tuoi occhi scattanti
guardavano oltre il nostro essere,
proiettati in un non so dove.
Dell’Universo.

XV.



Prendimi
e portami con te,
verso grappoli d’uva, spighe di grano e
distese di verde.

Prendimi
e portami con te,
estraimi dal mio essere e mangiami.
Fammi parte di te.

Prendimi
e portami con te,
dentro un quadro di Renoir o un museo d’arte francese
dimenticato.

Prendimi
E portami con te,
con la tua voce sottile e sicura
a scandire la fine.

XIV.



Ti odio.
Ti odio perché sei arrivata in anticipo nella mia vita.
Non sono nulla ancora,
sono fango tra le dita del destino,
una bussola impazzita a guidarmi.

Ho paura.
Ho paura che ciò che sarò distruggerà ciò che eravamo,
che cancelli i tuoi occhi che mi guardano ogni mattina,
appesi al soffitto di camera mia.

VI.



Sono giunto alla cima,
la scalata è terminata.
Devo saltare, ho poco tempo
per godermi l’orizzonte.

Un’estate isolata.

L’unione col vento mi porterà altrove,
lontano,
disegnandomi dietro una fila di lacrime,
lanciate nel domani,
frammenti di passato.

XI.



I tuoi occhi umidi mi aprono,

mi sfogliano, mi sezionano.

La tua voce così soave

e il tuo savoir-faire da signora

mal s’intonano con le mie mancanze.

Saperti soffrire mi uccide.

IV.



Medito.

Penso ad un giorno non troppo lontano,
quando lontani saranno i nostri atomi.

Noi no.
Non lo saremo, uniti da un’essenza sottile,
collante insolubile di sguardi e di sospiri,
incosciente del quando e del dove.

Mai ti ho bramata a tal punto,
mai l’animo così timoroso.

Ti vedo.

Lì, corpo inerme sul pavimento,
erto solo all’apparenza.
Il riflesso dei lunghi capelli
stride con quello grigio dell’iride
ormai mesta e sofferta,
unica vita l’anima cristallina che lenta ne discende.

Sarà come lasciarsi e poi riunirsi.
Lo scarlatto della tua guancia,
unico testimone.

X.



Ghiaccio di fronte alle emozioni,
il mio animo spinge sul perimetro dell’Io,
si dimena, si strazia, urla
sconvolto dal mio essere muto.

Lacrime sul tuo volto, la mia mano sui tuoi seni,
le tue carezze sulle guance,
sembrano lasciarmi impassibile.

Confido nell’occhio tuo acuto, che penetri
nel calderone bollente pieno di te.
Dentro di me.

V.



L’agonia sgretolava lenta,
pezzo a pezzo, libera dalle catene,
ciò che giaceva nella memoria.
Inesorabilmente.
Sopiti i ricordi, attendevo
un tuo segnale, anche un flebile fiato,
che mi avrebbe salvato.

Colonna del mio cuore, mio amore,
piegata dai tuoni, hai illuminato il mio animo.

Un solo bacio è bastato per tornare giovani.