F.15

 



Ho visto le dita pizzicare corde,

tre corde d’anima,

per incidente, legate insieme.

Ho visto gli sguardi parlarsi,

le idee le smorfie i gesti

fondersi e solleticarsi a vicenda

per costruire domani importanti.

Non sono

nè ingenui nè ubriachi

il sogno e la speranza

che fanno eco alle nostre voci:

sono la ferma certezza

del mio sorriso, per un

istante, fuori campo;

sono ciò che voglio ricordare

e stringere ancora tra le mani

quando i caldi vent’anni

mi avranno abbandonata.

Scrivere



Morbido intreccio di dita

attorno a colate di parole latenti.

Leggera forza ti imprimo

e prendono forma i miei mondi:

castelli

di fumo e malinconia

di fumo e felicità

di fumo e sazietà.



Patire la tua assenza

è un solletico allo stomaco

che mi fa credere all’amore.

Limbo



E se gli alluci non spingessero più

a bucare ogni paio di scarpe,

e se le gambe non muovessero più

i solitari passi che amo,

e se i muscoli non disegnassero più

le linee della danza,

e se le forme sbiadissero,

le tette cadessero,

le braccia morissero,

e se le dita

non scrivessero più,

e se il sorriso fosse

luna calante per sempre,

e se non più

le palpebre si coordinassero a guardare il cielo,

e se i capelli dovessero assumere forma

e i pensieri perderla?

Fermati e

vivi oggi,

ti prego.



Mi piace di notte

camminare da sola nel buio,

imperfetto, di lampioni invadenti

che ancora scovano la mia ombra.

É alta la polvere

di migliaia di passi;

giornata dura deve essere stata

per molti di noi.

Solito giro, vedetta notturna,

mi assicuro di

alba e

tramonto:

anche domani dovremmo essere a posto.

Dovere, mia cara,

non fai tu lo stesso per me?

Alchimista,

hai fatto delle mie emozioni, liquide,

colate in terra,

mattoni nuovi.

Robusti? Vedremo.

Alimento il fiume sotto di me

che, di quello alle mie spalle,

non c’é verso.

Da qui colgo la tua bellezza.

Ti sento.

Per qualche minuto, libera,

trovo un senso ad entrambe.

E poi torno a casa,

al sicuro.

Certo, non da me stessa.



La vedi la notte, Luce?

Ci sguazzi dentro, Stella.

Ti sporchi di blu, Piccolo.

Calamaio la luna, Poeta.

 

Anche oggi ti ho qui con me.



Mi é bastata una notte

per temere il vuoto

di un tutto

che non posso toccare.



Non sono pazza.

E’ solo paura

di formare un arcobaleno

a tre colori

e mezzo.

Sono e sei, siamo



Io sono tua, piccolo
E non è un limite
È solo molto bello.

Stagioni



Stai verde foglia su un ramo,
Ti amo;
Densa linfa nelle tue venature
Eppure
Forte vento s’alza d’un tratto,
Matto;
Pensiero che possa cadere mi uccide,
Ride
Chi freddo inverno abbia già patito:
Rito.
Umidi occhi ti guardano con aria greve,
Neve.
- Perchè m’assecondi e mi togli dimora,
Signora?
- Non io, ma il tuo sguardo gela la pioggia,
Mogia,
E se prima t’annaffiava il cuore,
Ora muore
Come in chi dentro più nulla lo smuova.
Trova
Allora il coraggio di dire: dio mio…
- Addio



Umide mani increspate

riflettono l’umore del cielo

accarezzano timide il mio cammino

lavano via l’odore della carne.

Ma tant’è.

Chi saprà domattina

che sono stata qui?

Chi distinguerà le mie lacrime

da quelle dei pesci?

Neanche tu,

luna,

oggi mi capisci,

con quel sorriso stampato

su una delle tue facce,

spegniti per stanotte

si perdano le mie tracce.



Ti vedo che vai

vai e ti perdo

nel fiume

che sbuffa

e che fischia

e che sbuffa e che fischia e che corre

lontano da me

verso il mare

mare di gente

ma io resto a monte,

al di qua della linea gialla.



Non aspiro alla vita dopo la morte,

di vino a me basta questo bicchiere

e se Lei arriverà una di queste sere,

brille, ci incammineremo ridendo forte.

Terre promesse non ho ricevuto,

ma la Mia di certo ne ha mantenuta una:

d’offrirmi ogni notte seducente luna

al selvaggio suonar di un concerto muto.

Per un attimo, col naso rivolto al tuo regno,

mi inchino all’ambizioso disegno;

ed intanto la natura si compie a suo piacimento,

intonando l’umano lamento

d’una vita portata dal vento.

Un bacio



Faccettati zaffiri illuminano

le sue nude e curvilinee membra,

che riposano gentili

su stracci di nubi ribelli,

non soggiacenti alle leggi degli uomini pratici;

si fa più brillante la luce preziosa

e vacilla tremante,

sotto il respiro del mondo,

il cuore caldo di candele blasfeme,

come saltasse un battito anch’esso.

Con dolcezza di madre e passione d’amante,

le sue mani ne accarezzano il corpo,

perfetto,

definendolo,

senza dargli mai fine.

Poi un brivido rompe ogni argine,

risale l’intreccio delle loro anime

e sfocia impetuoso

in un bacio.



Non so

se mi facciano più paura

i labirintici vicoli

del suo passato,

su cui mi hanno condotto

le parole sincere d’un amico,

o

gli orizzonti pastello

del nostro futuro,

che nè io nè lui

abbiamo occhi per scrutare.

Questa giornata è,

senza dubbio,

perfetta.



Ho cercato di confondere

il buio del mio animo

col buio della notte.

Poi tu,

tenendomi la mano, 

mi hai accompagnato fino alle porte del giorno,

dandomi il coraggio per bussare.



Ma quale rivoluzione,

pavone?

Al cospetto dei miei sensi,

sono mute le parole

e vuoti gli occhi,

e che tristezza

non saper guardare il cielo.

Pavone,

ma quale rivoluzione?

Rido

del ridicolo

belare delle tue

pecore.

Padre



Per i tuoi occhi

che non stanno dormendo,

inchiostro invisibile

piange

una penna

nel suo ondulato cammino.

Per orecchie

incolpevolmente sorde,

libero al vento

il tuo ricordo:

Padre,

a tuo modo.

Populus alba



Facili, ma non troppo

scendono i bicchieri

di questo vino scadente

e, come ormai sovente

giocano i miei pensieri

all’ombra di un bianco pioppo.