F.25

 

Flussi #3 – L’emisfero oscuro della mente



(…)

 

non puoi sempre ridere,

proprio no.

 

Certi giorni tutto il mio spirito m’abbandona e m’urla dal baratro maledicendo qualcosa:

non so cosa,

non sento.

In quelle ore annaspo tra venti d’energia e pavimenti crepati maledicendo qualcosa:

non so cosa,

non vedo.

 

In quei ricordi ci baciamo lei è non-vera quindi bella di sabbia

e non so più cosa stavamo facendo, cosa?

 

Ah, forse era solo il ricordo

d’un sogno

 

(…)

Flussi #2 – La vita non ha un titolo



(…)

 

Curiosamente tremando per inaspettato inverno

grigio umido padre di brividi, tu caldo calore

ancora non toccato m’illudi o m’illudo e basta del fiorire

sperato delle malvagie prassi passate.

 

Io non salvo me, tu (un tu qualsiasi) potresti

ma prima io dovrei quindi non puoi come me

sei come me.

Il mio essere insalvabile c’accomuna.

 

E la comunione infetta di tal morbo illustra facilmente

una distanza mai diminuendo io poi pesante o superficiale,

ondeggiante tra acqua e acqua con gola secca mani crepate.

 

Cala pioggia come falci,

decapita la primavera

 

 

curiosamente non salvo tranquillo che inverno è disperazione e vive la poesia

chissà se ha un valore o un sapore

o sono io

che mi allontano da tu (un tu qualsiasi) che salvi,

io salvezza non voglio:

dovrei tirar fuori di tasca l’orrore

 

(…)

come orfano



Sul treno

con sedili blu con mare schiumoso

dal finestrino fuori gelidità grigia

era lì, a occhi chiusi

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

Poi passeggiata vicino a chiesa massima di città

molti fiumi-massa-voci

io come sempre osservando le casistiche

era lì, occhiali da sole

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

 

Ancora, in festa

locale oscuro ricorda luogo di setta

perverso bicchiere o non ricordo cosa

una sigaretta magari due poco respiro

era lì, cenere in bocca

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

Nonostante vicinanza

coetanei violentemente fumavano e pippavano

eravamo noi soli in stanza borghese di famiglia o parco

con fiori di siringhe

era lì, accanto con banconota da venti euro

nel naso preciso

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

 

Incredibilmente nel letto

carne su carne in carne una sola carne

amore ritrovato che mai trovai e meditazione

sul senso del confine

era lì, nella mia bocca su di me

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

Concludendo,

a casa di genitore non-vagina pulita fresca mi abbracciò

“ciao figlio, ti voglio bene” ma lampi neri

scuoiano l’atmosfera io l’assaporo

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

 

a Ginsberg, che aveva ano di angelo e mano di profeta.

Flussi – frammenti di un discorso lungo una vita



(…)

 

Pensavo che il mondo stesse morendo e che io dovessi salvarlo.

Il giorno dopo mi sono impiccato al cielo.

 

Penzolando nella migrazione di galassie

ho accompagnato l’universo

come testimone ignaro

d’un funerale prefissato.

 

Vorrei avere la forza che hanno le persone accanto a me invece in me si trovano le persone che con forza respingo fino a essere debole per la vita

 

Pensavo che il mondo stesse morendo

e che io

 

?

 

(…)

così dev’essere



Dolce, dolce, raffinato

così dev’essere.

 

Mani gravide gocciolano

in pozze bianche.

 

Un colle e un colle

sotto un impeto maestoso.

 

Le piogge del Nord

bussano ai confini dei vestiti,

si curano i lividi

con le parole.

 

Non è nient’altro

che una carezza

d’infinite madri.

 

Dolce, dolce, raffinato

così dev’essere.

Lettera al male – Verso l’utopia #1



Ai malvagi del mondo, per natura o per caso, non m’interessa l’origine della vostra malvagità, a voi dico: avrete sempre la quotidianità, le città, fino a giungere ai pochi boschi rimasti, la ricchezza e il potere, sarete il recinto del pensabile e intaserete l’aria vuota che conduce lo sguardo alla volta. Ma io, testardo illuso, creerò invece un altro mondo, avrò sempre l’occasionalità, breve, fragile, ma potente, e le occasioni di pace si moltiplicheranno. Mostrerò la porta mimetizzata sul perimetro del recinto, e il cielo oltre il cilindrico baratro che si va stringendo all’uscita superiore, oltre la quale l’universo attende. Nelle tenebre che hanno sepolto le nostre strade, dei vaghi canti risuoneranno, a indicare la marcia dei sonnambuli. Mai vi farò guerre, mai butterò la mia vita a rincorrere il male, disvelerò invece le luci nei volti, tramuterò la logica genetica del dolore e dell’avidità, finché voi vi estinguerete per mancanza di ragione d’essere. Non sarete neanche più un’idea. Io, né più né meno fortunato di voi, sorriderò nell’ombra. Destino! Che questo grido strozzato non sia vano! Ah, Destino, perché t’immagino oltre il cielo che ci fissi, lo stesso cielo che vogliono proibirci? Perché ho questi maledetti piedi che si ostinano a rimanere incollati al terreno? Destino, m’hai spezzato il cuore insieme ai sogni e all’apparato per sognare, ora regalami un’illusione. Ai malvagi del mondo, così che non si scordino che nelle nostre memorie di spiriti ribelli e anime libere è incisa la vendetta, e questa vendetta non chiede sangue, non chiede violenza, al contrario: chiede pace. Ai malvagi del mondo, così che si ricordino che il sotterraneo vento del legame del tutto non conosce sosta, e la superficie non ha scordato la sua voce e le sue mani. Ai malvagi del mondo, che vivono l’ignoranza dell’amore. Abbiate pietà di loro.



mi ero scordato

del mio posto nel mondo:

l’incompreso che comprende

Arte?



seppur sepolto

il cadavere scheletrico dell’arte

ancora scuote i nervi

affiora, di tanto in tanto,

tra le zolle d’acqua di fango

che un tempo

furono sorgenti di cristallo

che si gettavano verso un fondale luminoso

più della stessa superficie, raggiunta dai raggi.

Io lo prego di soffocarsi

ma lui non si arrende

intrepido, guerriero immortale

la cui sola tomba possibile

è una prigione senza fuga

- se esiste -

e la sua tomba

è una sicura resurrezione

che sputa sui corpi dei cimiteri

preda dell’illusione pazza

di un posto nell’eterno

quando ogni nuova novità

non è che un avvoltoio miserabile

che nell’eterno

spiegherà le ali

seppur sepolto

A mio padre



Padre mio,

che ti sei perso prima che io ti trovassi

mi hai fatto accettare il male,

ora voglio il bene.

Mi hai ucciso prima del concepimento

nato da un seme malato

io, lo spermatozoo più furbo e vigliacco

ho ingannato la natura

sono nato piangendo per te

che conficcavi pugnali nelle tue vene crepate.

Un attimo dopo, ero adulto

in piedi accanto a te

mentre mi mostravi l’orrore del cuore tuo,

con un fare tenero

che ha reso dolce quell’aspro succo.

E allora, ho capito

che non sono mai stato adulto o bambino

o ragazzo o neonato che sia

mi hai trasmesso la saggezza del dolore

incanalando in me vibrazioni stellari

tremando di consapevolezza dopaminica.

La puerile soddisfazione

degli eterni insoddisfatti.



fuori dalla finestra,

il mondo bussa

e io non apro.



più straziante

di piangere

e non sapere il perché,

è non piangere

senza sapere perché

non ci riesco.

 

ho una diga nel cuore.

.



baciami,

e riderò per piangerne poi.

o amami,

piangerò per riderne poi.

Nella notte



Diresti che il sole non esiste,

solo perchè non è in cielo, nella notte?

non è forse la luna,

che ruba il suo scettro e il suo trono?

non è forse il cielo,

che accoglie entrambi come una madre,

e li abbraccia come due figli dal padre diverso?

non è forse un sole il lato tuo che preferisci?

così come nel giorno del mondo,

tu risplendi nel giorno della tua anima,

e tutto si fa chiaro intorno a te,

e coi tuoi raggi abbracci chi capita,

e l’ombra non è ombra

ma solo un luogo che non raggiungi.

Non è forse la luna il lato tuo che non vuoi?

e allora il sole fugge, si nasconde,

ma lascia alla tua luna la sua luce.

Così come nella notte del mondo,

tu muori nella notte della tua anima,

e rinasci più splendente e più ardente.

E trovi la pace immobile nel buio,

e in silenzio osservi e dai dolce compagnia a chi c’è,

e la tua luce non acceca,

ma consola gli inconsolabili.

a te,

che ti fingi sempre un sole,

ma sei anche una bellissima luna.