F.25

 

una poesia non mia, che non è neanche una poesia



- pensa -

il pensiero del cielo

quale può essere?

 

 

A Lei, che mi mostrò i segreti oltre le nuvole.

niente di più



C’è una sedia bianca.

E’ sola, nella stanza.

Certo, ci sono i mobili,

il lampadario, i tappeti,

però lei è l’unica sedia.

Più che altro, è l’unica cosa che vive.

E’ lì, timida e silenziosa,

che attende il termine dell’eternità.

Il legno frantumato non smette mica

di respirare, no?

Dov’è, la sedia bianca?

Ah, è sempre lì.

Quasi ci speravo,

che fosse volata fuori dal mondo,

come un angelo dalle ali bianche.

Chiarore immortale.

Luce solida.

Solo una sedia bianca.



mi ero scordato

del mio posto nel mondo:

l’incompreso che comprende

Arte?



seppur sepolto

il cadavere scheletrico dell’arte

ancora scuote i nervi

affiora, di tanto in tanto,

tra le zolle d’acqua di fango

che un tempo

furono sorgenti di cristallo

che si gettavano verso un fondale luminoso

più della stessa superficie, raggiunta dai raggi.

Io lo prego di soffocarsi

ma lui non si arrende

intrepido, guerriero immortale

la cui sola tomba possibile

è una prigione senza fuga

- se esiste -

e la sua tomba

è una sicura resurrezione

che sputa sui corpi dei cimiteri

preda dell’illusione pazza

di un posto nell’eterno

quando ogni nuova novità

non è che un avvoltoio miserabile

che nell’eterno

spiegherà le ali

seppur sepolto

A mio padre



Padre mio,

che ti sei perso prima che io ti trovassi

mi hai fatto accettare il male,

ora voglio il bene.

Mi hai ucciso prima del concepimento

nato da un seme malato

io, lo spermatozoo più furbo e vigliacco

ho ingannato la natura

sono nato piangendo per te

che conficcavi pugnali nelle tue vene crepate.

Un attimo dopo, ero adulto

in piedi accanto a te

mentre mi mostravi l’orrore del cuore tuo,

con un fare tenero

che ha reso dolce quell’aspro succo.

E allora, ho capito

che non sono mai stato adulto o bambino

o ragazzo o neonato che sia

mi hai trasmesso la saggezza del dolore

incanalando in me vibrazioni stellari

tremando di consapevolezza dopaminica.

La puerile soddisfazione

degli eterni insoddisfatti.

caso



sibilante sospiro
che insegue le mie logiche
e alita l’impossibile
sui vetri consumati delle coincidenze
piega i miei collegamenti
cancella connessioni
mi divora come un incubo famelico
brucia le mie poesie nel vento
mi deride
sa che mi manca la pazienza
una montagna che domina il mondo
quasi una stella
ho vinto
ma non so spiegarvelo:
è un forziere d’oro invisibile.

parola
demolisci fortuna e sventura
ignora le isole
studia le strade del destino
e muori in menti gravide



fuori dalla finestra,

il mondo bussa

e io non apro.

il cielo oggi



oggi è un cielo d’apocalisse,

pieno di speranze vane e peccati,

congelato da un bianco sporco di grigio,

è il gelido abisso dell’eterna caduta

nel pozzo dell’ignoto.

Ma se la colpa di chi non ha colpa

è quella di essere nato,

l’unica colpa che ho è di essere vivo.

oggi è un cielo d’apocalisse,

vuoto di luce e azzurro ridente,

sciolto da un grigio lavato col bianco,

è la fiamma asfissiante dell’eterno inferno

di una sofferenza di pietra.

Ma se la colpa di chi non ha colpa

è quella di essere nato e vivo,

l’unica colpa che ho è di non voler essere morto.

è un cielo di apocalisse oggi,

ma quando arriva domani?

 

vent’anni



che libro sfogli,

donna di vent’anni?

tra la folla di rumori,

sei così assorta,

leggi qualche riga,

e la tua testa

e il tuo sguardo

tornano a vagare,

e sei ugualmente assorta.

che cuore sfogli,

donna di vent’anni?

non sai che il verde degli occhi

è il nero del cuore?

e sei stanca di leggere, vero?

quanti cuori hai letto, quanti ne hai finiti?

quanti bruciati,

quanti scartati per la copertina?

quanti ancora attendono,

su qualche polveroso scaffale

di una qualche biblioteca dimenticata?

e ora conti le stelle oltre le nuvole,

e leggi le lapidi nel cimitero immortale

del tuo cuore ucciso.

quanti cuori hai ammazzato,

donna di vent’anni?

il canto angosciante (pt. 4)



ora questo frammento

di lacrima celestiale

si abbatte su di me,

come su un insignificante insetto.

la gola secca, le guance umide,

la fretta che mi balla in petto,

mentre un fiume di stelle

bagna l’arida valle

del nero universo.

è l’angoscia

il mio pane quotidiano,

e prego in una chiesa di sangue,

relegato in una cripta soffocante,

allungo una mano

e accarezzo il buio.

il canto angosciante (pt.3)



soffro forse più degli altri,

o me ne rendo solo conto con più facilità?

ho piaghe in ogni angolo

di questo labirinto di carne,

io,

credutomi figlio di dio

o fratello dei demoni,

amico degli angeli

o confidente di satana!

io,

esperimento mal riuscito

in un laboratorio

di feti.

il canto angosciante (pt.2)



mi trovi qui,

assopito tra i defunti,

confuso con i morti,

una carcassa divorata dai vermi,

un volto sfigurato dal tempo,

occhiaie scavate dalla notte,

un ghigno privo di denti

baciato dal fango e dalla terra.

vedo ciò che non ho mai

nemmeno osato spiare,

vorrei una nuova lingua,

per quest’orrore senza nome.

eppure,

mentre danzo su una fune di sabbia,

e sotto di me vi è la voragine affamata,

scrivo con la mano ferma di un medico,

poiché è il cuore

che scrive.

il canto angosciante (pt.1)



sorgono ombre

sui muri nudi

del deserto di cemento.

si accendono stelle

nella notte di tenebre,

in un cielo di corpi.

fioriscono demoni,

nella valle infernale

sotto la montagna sacra.

sono vivo,

mio malgrado,

e consumo la mia esistenza

finchè non consumerò il mio corpo.



più straziante

di piangere

e non sapere il perché,

è non piangere

senza sapere perché

non ci riesco.

 

ho una diga nel cuore.

.



baciami,

e riderò per piangerne poi.

o amami,

piangerò per riderne poi.

Un pomeriggio in terrazza



l’eco della moltitudine,
si innalza dalla valle,
falchi della morte
strillano.
la luce di piombo,
al sicuro dietro il grigiore,
pesante come una coscienza,
guida la mia mano tra le parole.
più in basso vai meno in alto torni,
e sono nel fondo più profondo dell’inferno,
solo come chi è in alto,
straziato come una madre,
mentre vomito nebbia,
mentre piango felicità.

Nella notte



Diresti che il sole non esiste,

solo perchè non è in cielo, nella notte?

non è forse la luna,

che ruba il suo scettro e il suo trono?

non è forse il cielo,

che accoglie entrambi come una madre,

e li abbraccia come due figli dal padre diverso?

non è forse un sole il lato tuo che preferisci?

così come nel giorno del mondo,

tu risplendi nel giorno della tua anima,

e tutto si fa chiaro intorno a te,

e coi tuoi raggi abbracci chi capita,

e l’ombra non è ombra

ma solo un luogo che non raggiungi.

Non è forse la luna il lato tuo che non vuoi?

e allora il sole fugge, si nasconde,

ma lascia alla tua luna la sua luce.

Così come nella notte del mondo,

tu muori nella notte della tua anima,

e rinasci più splendente e più ardente.

E trovi la pace immobile nel buio,

e in silenzio osservi e dai dolce compagnia a chi c’è,

e la tua luce non acceca,

ma consola gli inconsolabili.

a te,

che ti fingi sempre un sole,

ma sei anche una bellissima luna.