F.39

 




come non avessi pianto,

per una vita intera,

mi lascio al me naufragare

del tuo abbandono



Il lavoro nobilita

l’ignoranza delle interiora



Teresa cambiava l’acqua tutti i giorni.

Li preparava gia’ da casa,

mazzi scultorei

bianco-verdi.

Li appoggiava nella vasca da bagno,

la sera prima.

Piantava crisantemi nel cemento.

Teresa baciava il marmo tutti i giorni.

Mentre accendeva un dialogo d’attesa

col suo Vincenzo,

si girò e mi disse

guarda nipote,

qui è dove potrai trovarmi.

Era un giovedì di giugno

fra i morti di un paesino di nascita.

Teresa come tutti i giorni,

disse fedele al suo Vincenzo

finchè morte non ci separi

e oltre



Scambiare abbracci,

per lotte di confine.

E baci

per proiettili.

Questo è amore,

mia cara.

Questo è amore



Questa generazione di fuori sede
alla ricerca di conforto
fra le cosce di mamma Bologna
e riparo dai pianti sotto i portici.

Questa generazione di pendolari
con la testa con su scritto ‘Sala d’attesa’
e vene parallele come linee ferroviarie.

Questa generazione di residenti,
ma che dico,
questa generazione, e quella prima,
come quella dopo di questa,
e quella ancor prima di quella prima,

hanno un che di dantesco,
smarriti senza un Virgilio



Il primo schiaffo

non si scorda mai



Il torace non è altro che

una tela di  Fontana,

al museo del passato



Sbagli

ad aver paura della morte.

La morte è adesso.

La morte è ordinaria.

La morte è pasto.

 

Perchè, io si sa,

ad aspettare il paradiso

non ci sto.



‘’Non guardarmi

mentre me ne vado.’’

‘’Non guardarmi

mentre me ne vado.’’

 

Sentieri di pensieri

ti accompagnano.

Rimembro

quelle domeniche di metà giorno,

a numerare le costellazioni

dei tuoi nei,

a decifrare il blues dei tuoi respiri,

a rivalutare le funzioni tattili

che causano smarrimento

totale della persona.

Dove sono?

E tu,

tu dove sei?

 

Non so come chiamarti,

forse miraggio.



Mi piace,

quando nelle scene tristi

si percepisce una canzone allegra di sottofondo.

Mi piace,

quando a una domanda

la risposta è silenzio.

Mi piace,

quando le persone non si accorgono di avere

qualcosa fra i denti.

Lì,

proprio in mezzo.

Mi piace,

quando sono in camera mia,

guardo all’insù e

vedo il mare.

Mi piace,

quando il coltello sei tu

e mi stravolgi l’apparato intestinale.



E se,

anche se

il forse non c’è,

e se

non mi ami,

anche se

il forse non c’è,

mi amo io

per entrambi,

senza se



Questi pensieri febbrili languidi

come molecole al parco giochi,

e comete sulla statale.

Questi pensieri anestetizzanti dell’io

che gironzolano al guinzaglio dell’odio recondito,

sussurrante di partecipazione dell’odierno.

Vorrei sentire la trazione

di canapa e ramia

accarezzarmi l’osso ioide,

ma questo solo di martedì.

E oggi, venerdì,

disegnerò alberi di carminio aguzzo

lungo la valle della cute.

Navigherò su oceani di asfissia

e passeggiate pomeridiane all’aria di Zoloft,

la domenica.

E rider l’indomani

al patibolo dell’alba,

il giocoliere di lame e cerchi rossi

su braccia, cosce e polsi.

Il giovedì,

scorrazzerò per le vie della stazione,

incurante dei semafori

e giù

verso nuovi mondi di lamine metalliche

grigio-verdi.

E proiettili pop

d’una fame insaziabile

mi riconoscono dall’infanzia

e in un sabato beffardo mi baciano,

con saliva al gusto salnitro.

Il mercoledì, invece,

Ivan Kazlovsky ai timpani muti

mi consolerà.

 

E verrà la morte

e avrà le tue unghie



Mi dicesti:

‘’Non colpirti il petto,

sei il mio angolo di voce.’’

‘’Quando prendesti vita dentro me,

non mi sentii mai così vera.’’,

mi dicesti.

 

Madre di animo francese,

inghiotti pillole di edera depressiva.

Madre di saliva mielata,

nacqui dieci minuti prima di te,

il tre marzo 1996,

e avresti tempestivamente urgenza

di una mela.

Mi narrasti della grossolanità degli operatori sanitari,

delle lenzuola sapor pattume e

del nervosismo morboso di tuo padre,

urlante da muratore girovago.

E la radice mattutina,

sono io.

Vorresti morire solitamente,

come tutte.

 

Non avrai più bisogno dei guanti,

adesso.



Dottore,

non riesco a dormire.

Arrivo sempre allo stesso punto.

Dottore,

io ecco,

ho letto un libro.

E in quel libro dicevano che

l’insonnia era solo un pretesto,

che se avessi trovato

la vera ragione,

il motivo,

sarei riuscita a dormire sogni reali,

dottore.

Arrivo sempre allo stesso punto.

 

Sono sdraiata sul mio lettino standard,

con il mio piumone comprato da Ikea

per lettino standard

e penso, penso a te.

Dottore,

io cerco di smettere,

davvero giuro.

Io ci provo,

le provo tutte.

Dalle pecorelle infinite,

alle lunghe stanze bianche,

al principe, fanculo, azzurro,

alle capre della fattoria, ia

ia, ia oh.

Tutte. Tutte.

Arrivo sempre allo stesso punto.

Dottore,

mi dia qualcosa.

Anche le pilloline blu vanno bene,

o quelle con nomi del Congo.

 

Dice forse, che dovrei fare più moto?

Ho provato anche quello sa?

Faccio un sacco di scale.

Ma,

arrivo sempre allo stesso punto, linea, segmento e

chi più ne ha più ne metta,

penso a te,

a te,

a te.