F.60

 



C’è una strana fede per noi nostalgici
Giorni come anni, anni come giorni
Lacrime cercate in foto grigie e rovinate
spezzate come grissini nell’impatto con la realtà di noi stessi
Segni poco chiari e luci e ombre
un peso fantasmagorico su
Spalle piccole e curve
Una vita come un autostrada fotografata nella notte scura.

vuoto scialbo scuro



Vuoto scialbo scuro
un magma di chiacchiericcio
rimbomba nei meandri di personalità
risolte e fiere della propria presenza
insignificante
un velo di grigia nebbia
cala su di me
soffocando ogni melodia
È il vapore fetido di bocche volgari
che esalano con saccente ingordigia
quest’aria viziata
vomitando con sedicente eleganza
parole e forme già pronunciate
già definite maldestramente
dai loro arricchiti natali
Ciechi e sgraziati si dimenano
credendo di vedere e di saper danzare con la vita
ma la loro unica garanzia di senso
ostentata in tutti i modi a loro possibili, pochi e buffi,
è uno striminzito
scontrino fiscale dell’esistenza che credono di possedere,
un foglietto di carta straccia
stropicciato e sporco di inchiostro slavato
dall’acqua stagnante che riempie loro il petto.
Quanta insoddisfazione, quanta monotonia vedo
quanti sogni di gloria
tutti sbiaditi
Eppure, sebbene stanco, cerco ancora
in questo mare di asfalto
cerco ancora i ciuffi di occhi attenti
e selvaggi
persi e incantati alla ricerca
di chissà quale segreto.

Radici di luna rossa



Siamo attraccati in un villaggio
di occhi limpidi come il cielo dell’Inghilterra,
come la primavera nella foresta
vestita dalle calendule viola,
di capelli ispidi e intagliati come totem indiani
e risa di bambini agli angoli delle strade
zingari
figli di zingari
scandiscono il ritmo, il respiro del villaggio
e un fuoco triangolare scalda lo spirito
interrotto da sciamani, uomini nudi che lo sfidano,
ci danzano
sulle note di un canto primordiale.

tiro dopo tiro



Ora me ne torno a casa mia
fuori al balconcino
su un divano
mi ciuccio una buccia
e vaffanculo
mi godo la foschia
che si mangia il panorama
e vaffanculo.
a tu per tu col Mostro
mi ammazzo un po’ alla volta.

Sonho palavras



sogno
una spiaggia vuota
liscia e materna
accarezzata dalla spuma lattea
ancora e ancora
E volare sull’Oceano infinito
sempre poco prima del tramonto
con la luce densa negli occhi e
l’orizzonte impalpabile nell’anima.
finalmente riposo senza parole.

Londra



lo stomaco agli arresti
la gola in fiamme
un sibilo di dolore striscia tra queste membra
ma la mente è libera
di volare tra i bui meandri
di questa città
tra i mattoni anneriti dalla fuliggine.



pugni nel buio
volano a casaccio
cercando di colpire un nemico invisibile
come questa mia sofferenza
insoddisfazione
stanchezza
che alle volte mi piglia dal nulla
e nel nulla si cela
e al nulla ritorna
Sono preda di niente



Un galeone
All’albero una vela stracciata
Come un vestito dilaniato
Dalle dolcezze del sentimento
Tra nuvole curiose e compagne
Naviga a vista
Sotto la tempesta.
Naufrago di questo veliero senza vela
Sono steso qui tra terra e mare
Accarezzato dalle mie incertezze.

In terre straniere



In terre straniere
mi son perso per una vita
ma ora sono a casa
Appoggiato al centro della piazza
dei miei dubbi
da nord vento
un cielo grigio macchiato della luce di fine giornata
il peso della notte sta calando
ti sento
sussurarmi alle orecchie
una canzone sottile e acre
come questo sentimento
che ti si intreccia alle dita.

wanderlust



Una di queste vite ti prendo
profumo sfuggente e testardo
di occhi rincorsi dietro ogni angolo
e ogni lineamento
mi segue in alto mare.



La giacca sporca
Il cuore sporco
In tutte le mie gradazioni, sfumature, sei tu.
Seduto qui sul ciglio dell’avaria più totale più fosca più incoerente

piscio.

a tuo padre, Drake



salì sul mio veliero una notte, all’arrembaggio
da una fune spessa e sicura,
sfilacciata quel tanto che basta perché non lo dimenticassi mai più.
ubriaco di vita e di parole dolci ed eleganti come il latte,
quell’uomo solo sembrava una ciurma,
instancabile ermeneuta di sé stesso
soffiò nelle mie vele cullando la mia innocenza per mostrarmi le acque più limpide e calme dove la luna aveva rimboccato pazientemente le proprie coperte.
aveva gli occhi di un randagio fuggitivo
tormentato dai fantasmi dell’eternità
ma il suo sguardo era sincero come il sorriso di un bambino.
amante sublime
mi sfilò le bellissime vesti
di sirena
per riscrivermi nell’anima
con ago e filo
spirali ipnotiche che mi ammaliano ancora
a centinaia di tempeste di distanza.
non mi sentì mai ingannata dalle sue maschere tanto sfavillanti quanto trasparenti,
né la sua voce fu mai disonesta nel sussurarmi all’orecchio i diari di un sognatore ,
semplicemente era terrorizzato dall’idea di una bonaccia, come di imbattersi in una vecchia fiamma,
un errore di gioventù
un amore ormai troppo lontano.
dall’alto del suo albero maestro
è sempre riuscito a guardare più lontano
lo so, perché guardava me nello stesso modo.
lo so, perché in ciò che a me sembrò terra, lui aveva già scorso freddi e insormontabili scogli.

‘avrei tanto voluto essere
il tuo pirata,
ma sono solo
un pavido,
dannato
corsaro’
così recitava l’ ultima battuta del suo ultimo atto
così Drake si tuffò nell’oblio pesto dell’oceano
e sparì.



una luna soffusa
un ricordo sbiadito
una fiamma
una foto dispersa
un vuoto nel petto, sempre lo stesso
E il tuo fantasma mi sorprende alle spalle
mi accarezza il viso
e sussurra all’orecchio
” amor mio, che è successo”.