F.83

 

Bulimia



Dipendenza dalla droga
Regina delle dipendenze
Madre di tutte le madri
“L’importante è starci con la testa
So quello che faccio”
Droga che ti culla droga che ti mangia
Al domani non ci pensare
Vivi
Ingoia il tuo cazzo di paradiso!

Dipendenza dall’alcol
Amico infallibile
Fedele costante bastone
Delle tue insicurezze
Guarda come parli ridi scherzi
Come dimentichi i dolori del mondo
Oblìati, scorda te stesso
La coscienza non esiste più
Divertiti
Devi
Sei felice

Dipendenza dal sesso
Trova carne mangia carne trita carne
Le ninfomani sono ninfette ingenue
Candide innocenti
Rispetto a te mostro!
Distruggi corpi annienta sputa
Mangia la carne vomita
Ubriacati del tuo dominio
Della tua potenza infallibile
Il potere di far godere è tuo
E tu godi nel godimento dell’altro
Più è forte più è immenso il tuo
Dio onnipotente!

Dipendenza dai social network
Forza clicca
Scorri guarda scorri
Clicca
Clicca
Clicca
Contempla il mio attimo di gloria!
Ti piace? Ti piaccio?
Anestetizza le mie paure
Le mie solitudini, culla le mie ansie
Rendimi certo della tua presenza
Ci sei? Guardami calcolami
Impressionati
Clicca
Esisto!

Dipendenza dall’amore
Dal “se mi vuoi bene, piangi”
Distruggiti in me. Deflagra
Sei mia. Per sempre
Senza vie di uscite, arrenditi
Alla mia manipolazione
Sono l’amante del tuo amore
Amami come io non ti amerò
Mai

Perché sono un tossico
Un debole
Uno sconfitto
Io occidentale bianco maschio giovane
Primo fra i primi
Sono l’ultimo dei malati
Degli abbandonati
Degli emarginati
Caduto decaduto
Nell’addio finale nel silenzio finale
Nel gorgo finale
Muto
Mentre strisciando pongo a te
La solita stessa silenziosa domanda
Lo vedi
Questo mostro dentro di me?

 

Riflessi



Leggiamo un genio della poesia,
della letteratura. In questa radura
di simboli e incensi un’agonia
contempliamo, una segreta sventura
tanto sua quanto mia,
solitari fratelli in natura.

Così, come un mendicante,
a te gigante dell’animo mio
elemosino una domanda costante,
un’ingenua speranza da dio:
Se tu sei stato sì grande,
forse posso esserlo anch’io?



Quanti occhi ho giudicato
credendomi degno di amore.
Quante volte ho perdonato
rendendo tronfio il mio cuore.

E d’improvviso constatare
che non c’era nessun tu nessun io,
che l’unico cuore da perdonare,
così cieco, era il mio.



Libera te stesso dalla paura.
Quest’ombra sì grande sì scura
che ti spezza le vene
sangue nero di fiele.

Che di nulla possiedi certezza
che ogni cosa fugge di fretta.
Accetta.
Uno sguardo imprevisto, un evento che accade
un tulipano già visto, una foglia che cade.
Lo schianto di un corpo, il ricordo di un morto
che scompare, s’arresta.
Accetta.

Abbraccia chi ti ha pugnalato:
ha il tuo stesso dolore.
Sii sempre un conato
di luce. Uno sterminato
tentativo di amore.



Piuttosto dimentica e nell’indifferenza vivi
come quell’innocente sasso
adagiato sul grembo della terra.
E ancora una volta scordati
l’amore. Lo sai,
ostinato mio bimbo,
non è stato creato per te.
Vivi nel limbo,
raffreddati col tiepido inverno
di un tramonto senza mai fine.
Dolor ricevuto-donato dolor
altalena di morte, vertigine
che non ti piace più.
Arrenditi all’evidenza,
piccolo dentro una cornice di grandi,
che mai amerai.
Giocherella piuttosto con queste parole
trascendi te stesso
in questa selva di simboli.
E per il mondo
non soffrire più.
Amato te stesso,
che bisogno c’è?