F.87

 



Una spada che ti fa tremare
ingoiami
sdraiamoci per terra
lasciamo che la mente vada
i nostri corpi sono un segnale
ci dicono che la vita è stato troppo buona con noi
il destino chissà quale altro binario
avrebbe scelto
ci resta il senso dell’umorismo
a tenerci il cuore in salvo
fin dentro la tomba
provando a ricordare il giorno
in cui ho smesso di essere innocente
guardo una cosa e ne penso cento
guardami nel peggio
siamo inconcludenti
ma è così bello perdersi con te.



A volte vorrei aver passato
più tempo della mia vita a scrivere
che a scopare
ma tu
sei molto più forte delle parole.



Un calendario di lune, piene
ci aspetta
spunta fin anche col sole
fregandosene delle antenne sui tetti
del bel panorama
è il nostro big beng
focalizzati sull’istante
ci amiamo improvvisi
infiniti tra le coperte
e l’universo.



Sono parole intime
parole da comodino
parole che prendono polvere
da zeppa del tavolino
parole sottovoce
senza spingere
parole dal profumo di moka
parole da intingere
da scaffale alto della libreria
da biblioteche improvvisate
parole di miseria
parole a casa l’estate
parole da stanza in fitto
da bagno in comune
parole del vino
e del basso istinto
sono le parole nel cassetto
quello che mi squarciano il petto.



L’amore è solo un altro modo
di chiamare il caos
tienimi stretto, custodiscimi
al centro del ciclone.



Non è romantico
sei dico che il tuo corpo mi fa eccitare
non è romantico
se tutto quello che circonda il tuo cuore
mi fa vedere rosso
non è romantico
se invece di tenerti per mano
te le mordo
se odio le sciarpe
e amo le tue mani sulla gola
non è romantico
se siamo un vaso di porcellana
pieno di amplessi
umanità
e birra.



Ho sempre preso l’uscita di emergenza
per la paura che il posto andasse a fuoco
con le donne
al lavoro
e anche con te
per finire seduto su una sedia
a fumare sigarette e mordere penne
aspettando che tutto vada in fiamme.



Ho postato una canzone
per dire a tutti quelli che mi fanno sentire solo
che mi sento solo
il mondo in cui viviamo.



Prendimi per uno che non ha cura
una terra ostile
accettami come la spina sulla scorza
dei fichi d’india che rubavo da bambino
una danza d’agosto
rinchiusi nelle nostre ombre
piccole gabbie create dal sole
che esiste solo a sud del mondo.



Posso amarti con le mani
meglio delle parole
farmi terra e sentire la tua pelle
come il più bel frutto in bocca
mai fuori di stagione
posso amarti come il primo sole
e il tuo pensiero di avermi addosso
persino nel silenzio
nell’alba muta di questa strada
nella discesa fatta di sassi
nelle curve delle nostre montagne
posso amarti nella spirale
che fa un tronco di un ulivo
contorto
e disperso nel Gargano.



Sta nelle stragi delle parole
nelle risse verbali
nelle bombe di disprezzo
Nei lacrimogeni caricati ad astio
sparati a casaccio
per disperdere piccoli gruppetti di tranquillità
Nelle coperte usa e getta di antirazzismo
Nei crateri di solitudine che scaviamo
con i nostri cucchiai da assaggiatori द्i vite
con quegli sguardi sempre accigliati
di chi sembra che il mondo l’abbia fatto lui
Sta nella nostra sicurezza
nel grasso schifoso che odiamo
se ci spunta all’improvviso davanti allo specchio
sta nel grasso schifoso giallo
e nella condanna di chi se lo porta addosso
Sta nelle apparenze a prova di click
nei giubbotti antiproiettile del web
nelle parole sparate a salve
le amicizie a distanza
le adozioni solo per chi è ricco
Sta nei sogni da grattare nei tabacchi
che finiscono a riempire i marciapiedi di carta
calpestati
nei tabacchi che puzzano di riscatto
di perdite di salute
di perdite di tempo
Sta nel rifugio atomico anti-persona
chi ci stiamo costruendo giorno dopo giorno
per restare sempre più soli
per stare sempre
forse meglio.
 



È tutta un’altra realtà
un’altra storiella
un’altra religione
sono le ennesime etichette
che ti incollano addosso
ma non sei tu
in tutto quello che ti dicono
non ci sei tu
a volte l’hai pure sperato di essere sleale
l’hai pure sperato
per trovare conforto nella soddisfazione altrui
per definirti nell’immaginetta sacra del traditore
ma finisci per non esistere più in nulla
come una cappella vuota in un cimitero
senza misericordia
una cosa di passaggio
un segno della croce mosso dall’abitudine
la speranza che tu sia proprio quello che non vogliono
li nutre come l’ostia la domenica
l’esempio da non seguire
il Giuda quotidiano
pronto a chinare il capo
a buttarti in ginocchio
sulla panca della loro chiesa
ad ammettere che hai sbagliato
a dire: mi dispiace, ho fatto male
perché il mistero della fede
del tuo essere pessimo
lì farà sentire beati
nella misera grazia della loro vita.



Pensa agli altri
Siamo fortunati
Penso agli altri
Siete fortunati.

 



Quando gli occhi si chiudono
nello sgabuzzino, più dell’abbastanza
e il cuore si apre come la porta di casa
lasciando vedere a tutti quello che c’è da vedere
scoprire il disordine
che hai lasciato
in cui ti sei obliato.
Quando ti chiudi da solo
sul balcone dei tuoi pensieri
le voci vanno a dormire
insieme alla notte
gli uccelli iniziano a cantare
fino all’arrivo della prima auto
fino a quando capisci che sei lì
solo mentre tutto il resto dorme.



Vieni come la benzina sui rami secchi
ustionami e poi vieni come l’acqua per i fiori recisi
Non ti maledirò mai
anche quando sarò morto.

 



Tu hai espugnato il tormento e l’hai spezzato in spalle curve. Sei un piatto di ceramica decorato sapientemente di fragilità e ghirigori di aspirazioni. Tu finisci le giornate in frantumi nelle stanze in fitto, sui pavimenti che spesso sono la cosa più bella di tutta la casa. E le cose ti stanno andando pure bene, ti dici che stai bene; cerchi in uno sguardo la forza per risorgere, e trovi la mattina in un profumo. La forza per risorgere e odiare la sveglia, ancor prima di tutto quello che ti costringerà a fare; per campare e comprare. A tralasciare gli affetti per creare famiglie allargate agli analisti o altre che finiscono in tragedia. A odiare i soldi, anche quei pochi che guadagni: perché fanno schifo, perché hanno rovinato il mondo. Come dice quel tuo zio lontano, che fa il barone all’università di Universitalitopoli. Un po’ in là con gli anni, si fa crescere ancora la barba perché quando l’ha fatta lui, l’università era ancora di sinistra. Tu sei nelle carte che strisciano e nei soldi di plastica. Nelle discussioni sui bitcoin che faranno esplodere il mondo. Dire baratto è diventata una cosa cool. Tu sei in quel gesto di pagare con carte di plastica, senza la speranza di potergliela far pagare. La rivoluzione è finita nelle buste di plastica, che neanche si rovinano se si bagnano col sudore. Che prima gettavi o utilizzavi per buttarci altri rifiuti. In un cenacolo di anni divisi per turni; pacchetti da 8 ore e le ferie non pagate, che ci prendiamo per stare con quel profumo che ci piace. I ricordi, almeno quelli, finiscono nell’assegno pensione. Tu sei nelle file alle Poste, ad odiarci come fanno i giovani e gli anziani. Perché siamo troppo veloci o troppo lenti ad accorgerci di quello che ci aspetta, ad accorgerci che tu non aspetti. A finire di consumarci, a finire come quel posacenere sul tavolo. A finire sfumando, come le peggiori canzoni anni ’80. A finire a tu per tu col tu.



Questa è la volta giusta
questa volta si fa come dico io
questa è la volta che non lo rifaccio più
la volta che dico a mia madre
che mi ha fatto un buco nella memoria
ma mica riesco a odiarla.
Questa è la volta che si può fare
che fa rima con lasciarsi andare
che resto in casa per non bere
e scrivo di quella volta
che ho smesso di fumare
di quella volta che mia nonna cercava quell’orecchino
regalatogli da mio nonno
lo cercava col respiro impegnato
come se avesse perso la vista
lo cercava come se le mancasse l’aria.
Questa è la volta della luna nel pozzo
che guardi l’acqua
per vedere quanto puoi andare a fondo.
Possibile che ci abbiano creato per preoccuparci
anche quando siamo al parco
perché potrebbe sempre cascarci un figlio dall’altalena
o siamo solo diventati paranoici psicoattivi
addestrati a stare al passo coi tempi
destinati alla malfidenza.
Questa è la volta della decenza, invece
della calma
del respiro pacato e del gioiello ritrovato
del pozzo, che più è profondo
più vuol dire che c’è acqua.
Però vi giuro, si vede
lasciatemelo dire
che questa è quella volta
che avete tutti una gran sete.

 

 



Una rumore ci danza nella testa
mentre dormiamo
ci sfoca lo sguardo
mentre zoppichiamo per strada
in confidenza con la vulnerabilità
camminiamo sul vino
e tutta questa città piena di luci gialle
che, vi assicuro
è romantica come annegare nell’oceano
senza mai incontrarci
se non al bancone di un bar
in questo bungee jumping di bicchieri
in questo mercato di sorrisi
e di separazioni
il rumore che continua a danzare
noi che proviamo a farci sorprendere
dalle differenze
troviamo l’abilità nel disinteresse
mirato
antica arte della difesa personale
sfuggiamo alla lavanda di mani
condannati a sentire il mondo
e a vederlo
con tutto questo rumore.



Cavernicoli
alla scoperta del fuoco
affiliamo la barba come una lancia
l’automobile e le velleità
come la punta di una freccia
da conficcare nella testa di una donna
per convincerla e ucciderla di parole
sperando che dalla testa si scenda
scivolando sulla pancia piatta
per farle sentire i brividi sui fianchi
percorrendo il sentiero della pelle
si scavalla il monte di venere
e si arriva al cuore della questione
alla base della piramide
alla mela del peccato:
che il fuoco è tutto lì
e noi siamo solo la preda.



Faccio il giro lungo per tornare a casa
nel bel mezzo del nulla
trovo la strada che non può aspettare
ho smesso di cercare di smettere
e spingere in fondo, oltre i segreti
vivere di stagioni senza mezze misure
facendo il fumo finto
come quello che facevo da piccolo
le sere d’inverno, mentre rientravo dal catechismo
e di strade non ne capivo proprio niente
ma andavo solo
dove mi piaceva andare.

 



Cerco i confini del ridicolo
l’ esaltazione
e il disprezzo di me stesso
Do il giusto nome alle cose
supero pianure a passi lunghi quanto parole
scavallo confini che narrano storie migliori
di un cammino solitario
sono l’aria fresca e la nebbia in vetta
sono mille pezzi
e mille frasi sparse
sono la neve sulle cime dei monti
sono una vasca da bagno nei giorni feriali
sono la vita in un foglio
e questo resta soltanto
un inutile muro.

 



Sei caduta al primo soffio di vento
come uno specchio rotto
mi hai rubato l’anima
pensa, mi maledico da solo
hai lasciato sette anni di assenza
e solo foglie gialle per terra.



Quando la battaglia è finita
e il sangue non pulsa più, è diventato borgogna
due uomini camminano nella steppa
una pianura di mutilazioni e sospiri dolenti
non si sa perché, ma quando finiscono le battaglie
una nebbiolina affilata scende sempre sul campo
come a dire che Dio si sta coprendo gli occhi con le mani
neanche lui vuole saperne di quel formicaio funestato
di quello shangai di pezzi di carne e ruggine
La battaglia è finita
e due uomini camminano nella steppa
Uno è un prete; ha perso una gamba
si trascina sulla rugiada di plasma a fatica
prega per un po’ d’acqua
continua a chiedersi da chi cominciare con l’estrema unzione, e prega
L’altro è un soldato, un mercenario, un poveretto
ha una freccia conficcata nel costato, il cuore è salvo
l’ha venduto anni fa insieme alla sua spada
è in piedi, la ferita gli digrigna i denti
gli stivali pestano la mano di un cadavere
lo sguardo è grigio, e grida:
ho vinto io.



Non puoi temerci
lo vedi cosa siamo
siamo chiusi in queste righe
che non possono ferire
un urlo in bianco e nero
una resistenza disarmata
siamo gli ultimi
quelli che non conoscono gelosia
siamo quello che ognuno pensa dell’amore
e mai si realizza
Non puoi temerci
siamo una delusione in partenza
una parola letta per caso
appesa su muro
una parola e basta
che puoi portarti nella tomba.



Ti ricordi quando eri piccolo?
Immagini vaghe
di una semplice felicità
inconsapevoli i denti
che spuntano e fanno male
impalcature di sorrisi
anch’essi inconsapevoli
Cosa ci ricorderemo fra qualche anno?
Immagini vaghe
una massa informe
sporca di fatica
vestita di ego
e qualche sorriso che raggiunge le labbra
all’oscuro di tutto
ancora una volta, inconsapevole
istinto di sopravvivenza.



Gambe che scrivono
poemi ad ogni passo
capelli di lirica
e mani che affrescano grazia
l’imperfezione del naso
e la tua pelle, filosofia e marmo
Le opere d’arte sono il mio incanto
il tallone dove
hai deciso di mirare
la mia fregatura.

 



Pareti spesse
quelle del cervello
colonne portanti d’insicurezza
schianti assicurati
cantieri in cui perdersi
senza scopo
la stirpe mi ha addestrato alla separazione
le vie dell’abbandono
portano tutte lì
le ombre sono più grandi di noi
anche se è giorno
soltanto vite, produzioni low budget
comparse che incrociano gli sguardi
per strada
chiedo a Dio: che ci facciamo qui?
ognuno rinchiuso nella sua testa
c’è un universo da vedere
strade buie
posti migliori
troppo da vivere
cattivo maestro
ci hai insegnato ad amare il mare
senza dirci come stare a galla.

 



Il letto che ci accoglie,
inerme confidente
di forze centripete d’anime
corpi stanchi
che riposano pensieri canuti
i sogni superstiti
e quelli persi nei cassetti dei traslochi.
Riempiamo salvadanai d’idee
in una caduta lenta
incessante
i capelli bianchi
si notano prima sul cuscino.
Sembriamo talmente stanchi
che a stento si vede il colore degli occhi
le cose accadono
e le clessidre servono solo a giocare col tempo
a scherzare sulla fine
che arriva senza riposo
una sera di queste
e il letto che ci spia
ogni santo giorno
ancora una volta
mentre scegliamo l’unica cosa che ci rimane
noi.

 



Snido i peccati negli occhi
negli sguardi bassi
rendo giustizia ai pensieri
pure quelli impuri
guardo sotto le gonne
anche quelle che non dovrei
la pelle liscia
e la pelle d’oca
la compassione
che provo per me stesso
i gesti sicuri
e le esitazioni delle mani
la solitudine dei nostri quotidiani
la determinazione
che ti rende sexy
la direzione
la scelta che muove, giorno dopo giorno
ogni centimetro del tuo corpo.

 

 

Poeti



Frustrati
persi nella carta e nell’inchiostro
come se un misero foglio
potesse tenere insieme
un amore così sottile
spietato come l’acqua.