F.90

 

Rese



Di voler sapere come stai

e vederti d’intorno come edera sui muri

capelli di soffioni

E di chiedere al mondo

se per caso ti ha visto, se sa cosa fai

se ancora vorresti viaggiare e mangiarti via il sole e fumare annoiato

Questa, in vita, è la mia condanna

 

E vorrei che qualcuno in città

mi restituisse i tuoi occhi bagnati di riso

mano su mano poggiasse le tue sulle proprie

e mano su mano le mie sulle sue

a ridarmene il profumo, l’impronta

 

Ti vedo camminare per le vie

del porto e del mare stesso

leggero su scarpe piombate

guardando mai in basso, mai in cielo

ma solo la linea dritta della strada

sul tuo esatto orizzonte

Ti vedo voltarti colpevole

fingendoti assorto

e sorridermi in punta di un occhio

E poi ti ricordo, cappotto sul capo

correre verso di me

 

gocce immobili di pioggia

grigio

i tuoi denti

muscoli accesi e

scelte su scelte brillanti

nel suono dei tuoi passi

(S)composizioni



Alla pioggia ho paura, non reggerò

già arrugginita, scricchiolante

sono legno fradicio,

tu le tarme

Un giorno il mio fusto nodoso

in silenzio, sfinito

si spezzerà in due

Sarà succo d’arancia

canzoni tremende, cene mancate

e dentro ad ogni ciliegia

al posto del nocciolo

tu.

Preghiera



Ogni notte sola è una notte con la tua ombra

tremenda, bianca di sale

congelata dai sospiri, amara di fiele

 

Ancora vorrei tra i capelli sciolti

le incaute tue dita, scabri rami

i tuoi tocchi egoisti, pretesti a torto

senza che mai ti tremassero le mani

 

Cautela non l’abbiamo mai capita,

era una catena pesante per due come noi

secco frutto senza semi, coperta sdrucita

insondata e insondabile profondità tediosa

 

Allora torna qui e divorami di nuovo

bruciami le mani, offrimi da bere

al solito sii cura e malanno, lampo e tuono

 

però poi ti prego, solo per stavolta

baciami con calma

resta fino all’alba.

 

Affogare



Sei l’unico mare

placido

che diverge la mia ancora

Tempo fa



Fiori chiusi a pugno annunciavano la sera

Giovani, leggeri, ci corremmo incontro su campi d’asfalto

sconsideratamente liberi dagli sguardi attoniti

 

Non furono giorni:

fummo i giorni,

il vento incostante,

l’acqua di fonte.

Asprezze



Arriverà un tempo in cui mangeremo

melograni, sporcandoci le dita

sotto il cielo gonfio di un settembre

 

voglio leccare via

il succo rosso

dalle tue labbra

Ex vinculis



Io vorrei che tu mi guardassi sempre

come quella sera in cui m’hai detto: “andiamo via”

e sopra di noi solo la luna e un’idea pesantissima

che ci faceva volare

 

Siamo scappati con le stelle inchiodate alle suole

e nei solchi dei nostri passi si vedeva l’universo

mentre instupiditi e ciechi cercavamo un orizzonte

da sempre inaccessibile per le nostre mani unite.

 

Di correre così, verso la rovina

col tuo respiro leggero accanto

non mi sarei stancata mai

 

tutta la luce che serviva a illuminare la notte

la tenevi dentro a quei tuoi occhi neri

aperti come crepe a cercare i miei.

Palazzi che bruciano



Sono stata in un palazzo in fiamme

e ho scritto il tuo nome tra la neve sui vetri

 

non era più, ormai, nemmeno il volerti con me

ma il bisogno distruttivo di raccontarti il momento

di sentirti togliere con mani avvezze

i chiodi dai miei piedi congelati

 

fuori erano -7 gradi

di buia notte invernale

mai freddi quanto il tuo sorriso

disegnato tra le foglie



Con te

la vita

è senza anestesia

Sottomissione



Abbiamo raccolto l’amore

germogliato come spine di grano biondo

su lunghi sentieri di papaveri e uva fragola

 

L’abbiamo trovato

all’odore delle foglie dopo il temporale

tra le zolle umide di un castagneto

 

Era cresciuto lavato dall’acqua di mare

accumulato come neve sui salici

crollato ai nostri piedi come mele mature;

 

L’abbiamo morso e divorato, mai digerito

spezzato e piegato, infilato tra i capelli

calpestato con rabbia, gettato all’asfalto

nascosto agli angoli dei sorrisi, nei tremori delle dita.

 

Distrutti, poi, stremati dalla frustrazione

l’abbiamo osservato per bene

il nostro amore molesto, il nostro amore d’aceto dolcissimo

 

pezzo per pezzo ce lo siamo scambiati

piangendo

senza dire una parola.



Ogni istante distante da te

resta comunque

intima lontananza

Marittima



Onde di vita non mi disorientano:

è il tuo passo indolente a farmi perdere l’equilibrio

come le tue mani affondano tra le pieghe delle tasche

carene gettate sull’abisso

 

i tuoi denti incidono lune di pece

murici sul collo

la curva della tua schiena è l’allunamento di una vela

acrostolio di legno, vento di bonaccia

 

sei l’infinito svolgersi di un’onda

che non ha riposo

parole gridate a labbra chiuse

che speronano la carne come rostri

 

hai scapole aguzze di riccio di mare

respiro come scheletro di corallo

sei la gravità della luna

che silenziosa corrompe la marea.

 

Solitario passero, pesce d’acqua dolce

resto ferma incastrata nel sartiame;

vento di mare mi arrossa le pupille

e screpola ogni scelta.