F.94

 

Ode alle rondini



Oh picciol rondine, soave è l’volo tuo
e la tua danza. Coll’occhi mezzi chiusi
m’affaccio a l’primo lume, che ciel par
tuo teatro. Passado sovr’i capi,
segni de l’viaggo il corso, e mi desti
coi mattinieri canti, tal se volessi
dormentar tutt’ora. O forse ‘l son tuo
è dei bambin la nenia e l’dì quel’che
si sogna? Sei odor di gelsomino,
bombar del l’api, rimpatrio di farfalle
ch’anche ‘lor nero diven colore.
Oh picciol rondine, ogne dì rimembri
come tanto lieve e dolce sì la vita.

Pensiero al sole



Diverso sol oggi
m’appare:
l’esser di dì suo
lume fa de l’mio.
Al mattin primavera
volge desii occhi,
volge d’amor raggi,
ch’accoglie come
don raro.
S’attarda or mai
giunger la sera,
ove sol pè paura
s’occulta e riposa
sovr’agi colli.

Spesso mi chieggio se
dipinger si puote
l’abbandonati solchi
d’un color che nero
non si scorga.
Tinge si poi,
ad un’ora certa,
cesio e nevastre nubi
e rubro si fa
in ogne dove.
Ecco i color ch’appaion
meraviglie, ma soltanto son
l’albor de l’buio.

Riflesso



Sei l’equilibrio mio, aria che
salsedine sostiene quando,
come l’animo che m’appartiene,
l’onde indolenti s’agitano, rami
che forti i fiori afferrano quando,
come il vigor or già perduto,
del vento il sibilio se n’appropria.
Sei ciò che di vero ha l’uomo,
non l’apparenza che l’inganna,
ma sicur riflesso dell’esser mio.

Ode al Tempo



Oh mio Tempo, ove stia tu fuggendo?
In cor bramo che cader tu possa
o da la fatica il fiato richiamar
invano, o capitar errando a quel
paese. In nom de l’omo tutto,
sofferente al lesto tuo passar,
speranza ripon ne l’etterna noia.

Rifugio



Riposo in braccia che di casa
hanno il profumo, come radici
stringon forti bruna la terra.
Rami rosa pesco infrangono
de l’aria il flusso e paiono
abbracciar quel vel celeste che,
ne l’onde, riverbera: tale a
luci d’iride buia che piano,
nei miei specchi, riflettono.
Cogli ‘l mio fior straziato,
nutrilo coll’acque limpide
de la purezza tua, curalo.

Prima notte



Dipinge l’aria cocente de l’nostro
fiato, una lieve musica che compagna
pavidi gesti. Fra velati vetri è opaco
buio che compiace gli astri
e il lor fioco splendere: parlano
d’andate storie ove Attesa era
sovrana e Premura indispensabile,
ove Passato si facea di momenti
scialbo e Presente a gran voce
si mostrava, ove versi di cura
diveniano tangibili.
E improvviso l’nostro animo si
spogliò d’ogne sgomento e vestì
purezza, eleganza, trasparenza.

Gabbiani



Col garrir sovrastano l’urla tue,
mentre osservi distese color
zaffiro, i gabbiani.
Il tuo splendor fa invidia
a lor fievole volo: maestosi
ondeggiano fra soffi di
vento, laddove in cor tuo
s’incidono acre parole.

Equilibrio



Par sì tanto avulso l’equilibrio
ch’egli, quando d’acchito giunge,
sbalestra già l’animo malfermo.

Più solito è affondar che
l’ancorarsi.

Frutti



Gravano briosi frutti,
son gracili i rami.
Ancor maturi, cedono
all’impeto terrestre e giù,
cascano.

Tempo, trascorri e
ammuffisci e divori.
Lungo marcire.

Nutre sterili
terre, poi, il
concime.

Leggerezza



I tuoi versi carezzavano ruvidi asfalti:
armonici contrastarono la melodia del
vento e parole tenui ressero
il vigore del loro senso.