G.79

 



Legami non bramo

Di morte

Né la sua libertà,

Ma scelte ebbre

Di vita.

Lo Psiconauta



Ei va per strade e calli a sera,
Sentendo dentro il Sogno,
E fuori il viscerale Vero.

Più non può che far che può,
E quel che può lui par miraggio,
E lui miraggio d’ogne parte assiste.

E non v’è via ch’il faccia uscire illeso
Se non quella per cui fu già disceso.

Idillio Pisano II



Dall’alto di grand’arco sopra l’Arno
Io muovo lenti passi, assai tardivi,
Per vedere quest’oppido caduto.
T’odio, detesto e quasi mi disgusti
E certo non mi dai piacere a vista.
E pure di stupirmi a men non faccio:
T’ho vista, vedo ancora e T’ho anche amata,
Ma spesso nella mente mia realizzo
Che poco ancor di te davver conosco.
Non fissarmi con quello sguardo amaro.
Non mia colpa, ma solo Tua rimane,
Non più la stessa sei, d’un tempo andato,
D’un tempo inviso e d’un tempo avaro.
Non voglio più pensarti: me ne vado.
Indietro mi riporta, dove stavo,
Un breve camminar per le Tue strade,
Indietro, e nel baratro Ti guardo
Dall’alto del grand’arco sopra l’Arno.

Idillio Pisano I



Dalla mia stanza,
Nell’uggio di febbraio,
Lento e silente cresce
Un cielo triste che
Si riflette negli occhi.
Mesta è la stagione
Ed abbattuto il tempo,
Che far non può che uguale
Chi sconsolato il vede
Dal suo privato gelo.

In torrida notte di campagna



Va pel paese un gran selvaggio spirto
Saltando i tetti delle case oscure
E serpeggiando tra le chiare luci,
Sì rubicondo e indomito
Che uman non lo trattiene
E mai lo frenerà.
Per giorni e notti intere striscia,
Racchiuso nei ricordi,
Sgorgato da una fonte avita.
E ancor per strade e menti
Tu camminando vai,
Per vene ed ossa, al cor.
Tu vivido, vibrante, energico,
Musica e suono, tu siffatto figlio
Di campane in pulsante bronzo d’or.

La Svolta



Quel dì che fu il mio sonno
Immerso in profonda leggerezza
E da tormentosa brezza mosso,
Allor mi venne incontro
-Era un luogo oscuro-
La coppia che in eterno lotta:
La prima era Arte, l’altra Morte,
E me fecero chino a’ loro piedi:
Ridevano di me, povero umano.
Ma poi alzai lo sguardo a loro
E dissi:
“Di voi più nulla temo:
Dell’arti padroneggio la migliore,
E a Morte in tale modo fuggo salvo.”
Smiser quelle le risate,
Ma con un guardo austero
M’abbandonaron pria che mi destassi
Nel gelo estivo del mio letto nero.

Al Mecenate



Arde il bracere della tua pipa,
cammini sul ponte della nave
che va. Notte.
Se a poppa ti volgi, e
consideri quale distanza
essa ha già posto
tra le fisse luci
onde salpasti
e te, che l’abisso solchi,
rombanti motori,
allor si vede la nullità dell’uomo.
Va’ a tribordo, guarda giù,
giù: l’atro infinito scorre,
spumeggia al tuo
passaggio.
Guarda la prua, e vedi
l’Immenso, e non sai
per quanto esso continui.
Pensi a te, e non sai
per quanto tu continui.



Qualche gentile
Ciuffo di vapore
A due montagne
S’intromette:
La prima fila è dolce,
Aspra è la seconda,
L’una dall’altra separate
Da un plumbeo flusso
Innocuo.



Tu, colosso che
Ai piedi degli uomini
Ti ergi imperioso,
Che controlli con
Lieve soffio
Vita e morte di chi osa
Passarti sulla schiena,
Tu sei il mare, questo sei,
Io nulla a te.
Ma agli altri, che ignorano
Questa verità,
Io sto sopra, e sono
Eletto all’arte che
Mi atterra un tempo,
E l’altro mi beatifica,
Con cui te così, e me,
Posso lodare.