G.88

 



L’aria,
immobile,
sta zitta:
non osa
interrompere
l’anima
viaggiare.
Le corde che suoni
si muovono
nel vento.
Le tue mani,
libere,
stringono
un sentimento
antico,
semplice,
ambito.
Riecheggia
nella luce
l’armonia
della tua voce
come una scheggia
di vetro
che squarcia
la pelle.
Amore.
Non tacere.
La tua voce,
il tuo canto,
Risvegliano i morti.
Risvegliano il
cuore.



Esplodiamo, insieme,
in questa stella,
che nel cielo ci illumina,
e l’amore,
si espanda,
come un fuoco d’artificio.
La gente,
in fondo,
in basso
osserva:
estasiata meraviglia
lo splendore di questo ardore
e muore,
nell’incertezza
dell’essere solo.
Amore,
amore,
lontano dagli occhi,
dalle notti,
dalle menti,
vive,
con noi,
in questo fatale momento
di gioia
e rivoluzione.



Esisto tristemente
nel pallido universo
come i passeri,
che ignari,
cantano l’amore
al sole,
ed al cielo
che fanno sanguinare.
Esisto, tristemente,
Nel pallido universo,
come il pianto,
soffocato,
di una giovane
che siede opacamente
sul bordo d’una strada.
Esisto, tristemente,
nel pallido universo,
come l’alcool nei locali,
i sabato sera,
che gioca con l’animo
della prole studentesca,
tra partiti e ultra-violenza.
Esisto, tristemente,
nel pallido universo.
Uno sguardo,
e la vita si dischiude.



Fiumi
che scorrono
di lacrime
dal tuo corpo
di dolore,
intenso.
Amore,
perdona il tuo disprezzo,
e questo rivo
cesserà di sgorgare.
Perdona il tuo essere
umano.
Perdona la tua bellezza
e
vivi
questa vita
ad occhi chiusi
volando in questo cosmo
insieme a me.



Bellezza, destinata a
Levare l’animo e lo spirito,
A quale legge, di Newton, o
Keplero, disubbidisci con meraviglia?
Espia, con amore, i miei peccati.



Ascolta
le onde del vento
nel mare in tempesta,
e
taci
al parlare
sommerso
della mia voce:
la vita
che uccide,
che nasce,
che muor,
ch’è divina,
s’intreccia
nel sole,
nel buio,
nel fango,
nel rosso.
Il cuore,
l’animo,
le parole,
l’amore,
sono soli:
fondamento.
Ascolta
le onde del vento
nel mare in tempesta
e
dimmi:
odi urla,
grida,
un pianto?
La vita,
che crea,
che divide,
ch’unisce
e distrugge,
s’innalza
nelle valli desolate,
nei deserti,
nelle piane,
dell’esistere,
e si poggia
sul vuoto
d’esperienza,
e di vista.
Ascolta
le onde del vento
sul mare, calmo.
Forza, ardimento!
La vita,
che ruba,
che canta,
che tace,
che dona,
non è solo sgomento!
Si estende
sui sentimenti,
sull’appartenenza,
sulla compagnia,
sul battito d’ali
d’un cuore rampante
che pregno d’amore
l’espande e ripartisce!
Espandi, il tuo cuore!
Espandi ed accogli
l’amore!
Espandi ed accogli
il calore sicuro
delle mie carezze,
del cielo,
delle certezze
che sussurro al tuo orecchio
e che ti trasmetto
mentre in un frammento
del cosmo
ti bacio,
distante dagli dèi,
dal tempo,
dalla vita,
che senza di te
diverrebbe vuota,
finta,
spenta.
Riposa, adesso!
Dormi,
sogna,
e lasciami dipingere
il tuo sonno,
il sogno,
l’animo
lucente
che sfoggi
con tremante incertezza.
Lasciami dipingere,
in un quadro, la bellezza
del tuo spirito,
bianco,
puro,
etereo,
eterno.
Lasciami amarti,
e trascendere
con te.



Al calar delle ombre,
al nascer del sole,
al soffiare del vento,
al fiorire del fiore,
alle strade in cemento,
alle vele sul mare,
al morire del tempo,
al fuggir delle ore,
all’udire un lamento,
al cantare tuo lento,
ad un teatro spento,
ad un valzer andando,
al brillar delle stelle,
a un sorriso fumando,
alla vita distratta,
al cadere violento,
al  volare del mondo,
al risveglio d’un gatto;
d’equiparar tento,
questo amore che sento:
questo dolce tormento.
questa fiamma che arde,
questo cuore che batte,
questa fuga che suona,
questa aria che ci sfiora,
senza esito, fin’ora,
poi ché l’anima tua,
trascende nel cosmo,
e così quest’amore,
riaccende le stelle.



Resta, con me,
questa notte,
e non lasciarmi
andare via.
Tienimi, con te,
questa notte,
e stringimi
con le tue docili ali.
Vieni, con me,
in questa lucente notte,
e tienimi la mano
contro i venti secchi
dell’Inverno e dell’Estate.
Resta, con me,
questa notte,
a contare le stelle,
che ardono,
nel cielo,
come me e te.



Uccidimi, ora,
Vita,
nella notte più splendente dell’uomo.
Poni fine a questa gioia,
cogli l’attimo,
memoria,
vita, vita,
notte indiscreta,
scema, vana,
nell’alba
morente.
La luce,
così buia,
così finta,
così vana,
svanisce nel tempo,
nel mare,
nel vento.



Notte fonda.
Stelle morte.
Luna ridente.
Cane morente.

Viaggio, vuoto.
Buio, vuoto.
Scuro, vuoto.
Muoio, vuoto.



Colsi un mattino andando per le strade
il colorato opale del cielo
che pieno delle più nuvole rade
lasciò dal mondo scoperto il suo velo.

Colsi un mattino per le strade andando
la sagoma ardente e vermiglia dei fior
che nell’udir gli usignoli, cantando
pareva piangessero pel loro amor.

Colsi un mattino andando per le strade
gli occhi tuoi vivi, che urlavan parole
ne la tua più candida pura beltà.

E come il sole nei giorni d’Estate,
come le piante e le rose, da sole,
il tempo e l’Amore fiorivano già.



Al buio delle notti,
alla paralisi del sole,
quando stan zitti i porti;
quando si stancano le ore;
quando i lupi, in branchi, forti,
cacciano prede con timore;
quando i salotti, vuoti, colti,
s’aprono a danze con fragore;
quando gli avioni sfrecciano lenti,
nei cieli e nel loro bagliore;
quando i venti spiran caldi,
sopra i volti, con candore;
quando semidei e santi,
saran morti nel terrore;
quando stormi d’acqua e lampi,
dan fomento alle paure;
quando volano sui campi,
corvi con grazia e stupore;
quando corrono distanti,
zebre e cani, senz’ardore;
quando muoiono in istanti
eroi privi di furore;
quando l’entità dei tanti,
sarà fatta di parole;
quando guerre di cent’anni,
avran pia rivoluzione;
solo allora, senz’affanni,
senza aver minimo orrore,
senza pianti, senz’inganni,
senza danni, senza storie,
scosterò con tenerezza
dal tuo volto quei rimpianti,
così come, con amore,
leggo adesso nei tuoi occhi,
sofferenza di memorie,
imprudenza e mal’eventi,
e per questo giuro, Amore,
che fin quando sangue il cuore
avrà forza di pompare,
sempiterno e duraturo
sarà questo mio brillare
che ti dono in ogni giorno
per veder sempre fiorito
un sorriso sul tuo volto.



Scende le scale del tempo,
l’uomo, in mezzo al creato,
in divenir.
D’un tratto, s’ode un lampo:
cade il cielo, alienato,
simil zaffir.
Crollano le sicurezze:
s’insediano ansia e timor.
Nasce, l’amor.
Nell’aria chiara svolazza
la percezione d’un sentor:
muore il dolor.



Nel fluire incessante delle vite,
ove nascita e compianto son le rive,
giace nel fondo la figura mite
che di dolor l’anime lascia prive.

Sola, intangibil’ e quasi eterea
naviga calma s’un’acqua di vetro,
e senza timore, con speranza aurea,
procede dritta, ed io con lei, dietro.

Seguo e m’accosto alla sagoma pura
nell’andirivieni di quest’esistenza
breve, fugace, effimera e lenta.

Il vagare terso dell’uomo in natura,
che per la tua luce rinnova coscienza,
sarebbe incolore: una candela spenta.



Don’t thou knowst that,
if thou went’st
faraway from this land,
where the sun would pretend
to spread its bright
throught the sky
every day and every night,
thou wouldst unlight
its own delight?
This pain
this smile
this shine of thine
made thyself
in my mind to rest.
Borne it hath to be
the weight of thine,
and,
shall I desire
thy fading nearby?
I shan’t say,
nor sing, nor call
thy name again.
Not in this life, nor in this world.



Solo, m’addentro
per le più buie coltre della notte,
ove nubi e stelle,
con armonie perfette,
s’alternano al chiaro di luna
e a luci soffuse,
di case,
di vite,
frastagliate,
sul golfo,
chino a contare i riflessi
sull’onde del mare,
furenti e pacate,
che cullano forti
e sicure
le barche e le navi,
che dormono, calme.
La bruma marina
ricopre materna
le spalle dei monti,
le alture,
i palazzi.
Il cielo notturno si muove
sotto il mio tempo,
con eroico furore,
e si muta lento,
senza il minimo ardore,
senza pianto, né sgomento.
Cadono lente le stelle.
Preludono al giorno,
che ancora nostalgico
volge il suo sguardo ad oriente
e disegna nell’aria,
con fare imponente
le sagome della dimora sua antica.
Cade la luna, stanca.

Il gelo del sole pervade la costa.
Gabbiani si levano in volo.
Il mattino insorge di nuovo.



Eppure sono qui

Un po’ disperato
Un po’ solo
Un po’ umano.

Nell’aria, maledetta,
colgo, con stupore
il caldo vil bagliore
di un’attesa fredda
TACI ORA, LUNA!
Taci mare, taci luce,
taci vento, TACI VITA.
Un tormento,
una tempesta.
Brezza, calma, fresca.
Gocce d’alluminio
squartano la pelle.
L’asfalto si curva,
la cera risplende
nell’atroce oblio della notte nascente.
Vetture nude muoiono calme.
Amara foschia.
Gelida nebbia.
Cortina di spiri.
Cieco nuotare.
Sprofondo, da solo.
Muoio,
di nuovo.



Possedevi, ignaro,
una bellezza propria
solo
delle stelle e dei dipinti.
Possedevi quella grazia
floreale e cristallina
che solo le più splendide farfalle,
nelle loro danze,
e nei loro giochi,
ci sputano addosso,
con leggiadria.
Possedevi quell’innocenza
che solo una tela,
bianca,
placida,
sa di esternare,
prima che un pittore,
o un omicida,
ne imbrattino la superfice,
convinti che quella,
che chiamano arte,
sia solo un spreco
di spazio,
di tempo,
di memoria,
di aria,
di colori,
di ricordi.
Possedevi una retorica
che solo il più silente dei sofisti
sapeva di gridare,
in un mutismo mutevole.
Possedevi l’armonia
che solo le più trascendentali sinfonie,
romantiche e moderne,
diluivano nell’aria
con fragore
e delicatezza innovativa.
Possedevi un mondo,
un universo, di follie devastatrici,
residenti nei fari,
negli alberi dei battelli,
nei nidi d’ape e di falchi,
ed hai gettato nel più profondo
degli squarci nel cielo
questa nuova pittura nera
per parole dolci,
in bolle d’aria e di gas nobili.
Possedevi tutto,
e possedevi nulla.



Al colore ambrato del cielo.
Al nero opaco del buio.
Alle danze medievali.
Alle sonate romantiche.
All’ombrose notti della vita
e alla fiamma del tuo cuore che l’illumina.
Alle parole dette.
Alle lacrime versate.
Al dolore urlato.
A quelle trattenute.
A quello taciuto.
Al tempo passato,
e a quello sprecato
e ancora regalato.
Al sonno perduto.
Alla veglia ansiosa.
All’alba.
Alle strade desolate.
Al tutto.
Al suo opposto.
Ai colori.
Ai libri.
A quegli attimi di malinconia
dove la noia, l’ordinario, la follia
s’insediano lenti nei muscoli,
e dentro le ossa, lacerano
la carne ed il senno,
e la visione del tuo ricordo
uccide quel buio, e abbaglia i miei occhi,
e l’anima mia.
A questo barlume che si chiama Amore.
All’eleganza che sfoggi ignaro.
A noi.
A te.

Il Poema del Quotidiano



La luna si scosta, la notte riposa.
Il sole, violento, dirama i suoi raggi.
allora, l’Eroe, si spoglia dal sonno
e si veste d’umani indumenti,
d’umili sembianze.
Si guarda ‘llo specchio,
indossa la maschera del quotidiano
e lava i peccati che non ha commesso,
e dopo aver raccattato
le sue idee, e i suoi ricordi,
esce nel mondo terribile, contorto.
Le strade l’ingoiano, le teme, le evita:
già troppe ne percorre, nella brevità della sua vita.
Il mattino gli ruba estro e poesia,
lasciando lo spazio a accidiosa malinconia.
Le vite si urtano, si toccano e spezzano,
ma i corpi, ignari, non ne risentono
e continuano alieni nel moto perpetuo
della fatica, del pane, dell’oro.
Quel movimento incessante, funesto,
scalfisce la mente, ma ‘l corpo ‘sta intatto.
Le ore, per gioco o per disperazione,
si corrono dietro, veloci e schematiche,
lente e caotiche,
imprecise e perfette,
lasciando che ‘l cielo brunisca,
ancora una volta, ennesima ed ultima,
e le stelle brillanti accecano gli occhi
d’una luna vigilie, attenta, a quei movimenti
che l’uomo, o l’Eroe, compie senza volere.
La sera ed il buio lasciano andare
la malinconia che pria possedeva,
ad un surrealismo irreale,
tangibile, ideale.
ora, le strade, volano distrutte,
e nell’atmosfera si elevano sali,
e misture, e dei nuovi odori,
e una luce, purpurea,
si propaga nell’aria e negli occhi
accecati
di chi prima osservava con lenti oscurate.
Il cammino, sotto un cielo di fiamme, trasparenti,
è tortuosamente  ingenuo, per viali infiniti.
verso case cadute, sommerse e bruciate,
diventa più breve, più buio, usuale.
Ritorna, l’Eroe, al nido d’amore perduto,
e quell’aria, quel mondo, quel cielo
che vide, che visse, che perse,
sparì in un’oscurità assoluta e lucente.
Adesso la Luna tramonta,
e le stelle brillano di nostalgia,
e l’Eroe nudo muore, nella notte,
nella mente e nell’essenza.
Il giorno si avvicina: la vita ricomincia,
e quel sogno reale attende la Libertà,
in silenzio, nel cuore, per deturpare altre menti,
uguali ma inconsciamente differenti.



In un luogo qualunque,
Aldilà dei palazzi,
Aldilà delle colline,
V’è l’attesa, v’è ‘l dubbio,
Di due occhi metallici,
Sorpresi nel perdersi
In due altri, di carne.

In un luogo qualunque,
Sotto un cielo crudele,
Sotto un peso, greve,
V’è la malinconia:
Quegli occhi rapidi,
Che hanno visto,
Senza guardare,
Dei mondi e dei fiori,
Dei lord e degli umili,
Degli svegli e dei felici,
Dei profondi e dei feriti,
Portano i miei,
A guardar senza vedere,
Luoghi grigi,
Scuri,
Infelici,
Impuri.

In un luogo qualunque,
Onde muore il tramonto,
Onde muore il colore,
Il ricordo degli occhi
Si dissolve, aspramente:
Il cuore si scioglie,
Si libera, morto.
Il respiro si affanna,
Ed esplode nell’aria.
Il cervello riposa,
Si sparge al terreno.
Il sangue si secca,
La gola si chiude:
La vita si annebbia
E con essa ‘l monumento
Dell’essere che fu,
E che più non sarà.



Gioventù, e antica gente;
povertà e ricchezza pia;
non si tengan stretto niente
poiché un dì la vita fia!
Né ‘l dinaro, né le pietre,
né l’argento, né li quadri,
né la musica di corte,
né vestiti, né parati
de lo spirito e de l’alma
empietà feran ternir.
Necessario e lo sfavillo
del pomello del suo ombrello,
car contino e contessina,
che di sfarzo e di ricchezza
son lo simbolo peggior?
Necessario è quello pugno
stretto e ferreo su quell’elsa
che portò, per la sua lama,
già nell’orco, a centinaia,
vite pie, e premature
che per gioco o per disgrazia
possedevano terreni e pochi beni
ch’al messer dero avarizia?
Oda bene, borghesia,
o plebaglia, o quel che sia:
se lo mondo materiale
fosse l’unico reale,
all’antica stirpe mia,
che di calamo vivia,
e nient’altro loro fer
ganar pane o vin da ber,
rimarrebbe poco più
di quel foglio stropicciato,
che dell’alma ch’ormai fu
lascerebbe dichiarato
solo il nome ed un pensiero
troppo vile al vir terreno.
Dunque chi per viver usa
l’intelletto e pima d’oca
nella vita ultraterrena
ci sarebbe solo pena?
Qui si sbaglia, car marchese:
su nel ciel, Nostro Signore,
(un simpatic’omaccione,
ben intenda, un gran fautore
di giustizia a motu proprio,
opinabile, sì, è certo,
ma di ciò è ben più saggio
tacer pria di vil oltraggio
e d’accusa d’eresia)
campa di poche pretese!
Poche cose, come Amore,
Onestà, Virtù ed Onore
contan per aprir le porte,
se San Pietro Ve le legge.
Ed infine a Voi, Maestà,
ch’opprimendo guerra fa,
quanto pia si Lei ritiene?
Cree d’esse’ in vero degna
dell’ascesa all’inumano?

Gioventù, e antica gente;
povertà e ricchezza pia;
non si tengan stretto niente
poiché un dì la vita fia!



Quando l’alba uccide la Luna
e le stelle si diradano
in cerca di fortuna,
allora le genti capiranno
il valore di tenebre
e parole perdute al vento.
Nell’aria, satura di luce
ed insoddisfazione
si dipinge il colore
del cielo alle prime ore.
Se l’anime dormienti
si svegliassero ‘sì facilmente
come i corpi decadenti,
degli uomini, o dei
viventi, il mondo volerebbe
con loro, e né angustie,
e né guerre, e neppure religioni
o politiche o invenzioni
fermerebbero un tal volo,
rapido, scattante, esile,
raggiante, infinitamente elegante
ed incessante.
Eppure fa d’uopo
ch’esse dormano.
Riposino affinché
si ergan più in alto,
distanti dal terreno,
verso un iperuranio,
più moderno e reale,
e che si ricongiungano
a quell’idea di vero
ch’oggi ci ostiniamo
a chiamare dio.
Ma guardale volare,
quest’anime isolate,
e lasciale integrare
nel mondo surreale
a cui son destinate,
così come l’amore,
or’ quieto, or’ agitato,
che si lascia cullare
dalle nostre parole,
dolci e di speranza,
e si elevi con noi,
senza perire mai.



E tu mi parli
come se volessi
che la luna potesse
apprezzare la melodia
della tua voce.
Ridi, come se volessi
ch’il vento deviasse
il suo percorso
per unirsi alla tua figura.
Piangi, come se volessi
che l’oceano fermasse
il moto perpetuo
delle sue onde
e ti guardasse negli occhi
dandoti conforto.
Cammini, corri, ti muovi e danzi
come se volessi
che le colline
si distendessero
a favorire
il tuo volare saldamente a terra.
Dormi, come se volessi
che le nuvole
si adagiassero sul tuo corpo,
inerme,
e ti coprissero a difenderlo,
facendo sì
che solo calore
passi sulla tua pelle,
accarezzandoti dolcemente.
Ma se la luna, il vento,
l’oceano, le colline
e le nubi,
si prostrassero alla tua volontà
cosa ne sarebbe di questo mondo,
se non un buio
e freddo guscio
vuoto ed inutile?
Sarò, per te,
luna, vento, oceano,
colline e persino nuvole,
se potesse bastare
a formare un sorriso
spontaneo e vero
sul volto tuo,
pallido e morbido.

Euridice



Andiamo, o mia Euridice,
insieme
in questo mondo funesto
inerme, immenso,
eterno e greve.
Svelta, o Euridice,
svelta afferra la mia mano,
e lascia che ti conduca a respirare
l’aria pura, e che il cielo ammiri le tue vesta,
ch’Eros s’incanti al tuo passaggio,
e che ‘l colore de la tua carne,
pura e candida come quella di Selene,
lasci Afrodite in un’afasia immediata.
L’Ade vicino ormai
svanisce sempre più rapidamente:
vedo i dannati rimpicciolire
le urla, i pianti e i lamenti
diminuir d’intensità
e la luce diurna d’Apollo
ardere sulla pelle mia,
o Euridice.
Lascia, mia stella,
lascia mirar ‘l volto
tuo, troppo distante
dalla mia memoria.
Lascia che mi perda
nella vastità del tuo sguardo,
e che ammiri la forma,
morbida e leggiadra,
del tuo viso lucente.
Lascia, lascia che io possa
poggiar nuovamente le labbra mie
alle tue, perfette e soavi.
Lascia che io poggi attorno ai fianchi tuoi
le mie braccia,
e che in un attimo il cosmo si fermi.
Lascia, che l’eternità di un t’amo
affiori in un secondo di pace,
e quiete,
e che un calore inondi questo mondo.
Lascia, lascia che io sussurri al tuo orecchio,
un’ultima,
immensa volta,
tremante e morente,
nell’attimo della tua scomparsa
l’ennesimo “σ ‘αγαπώ”,
o mia Euridice.
Oι μοι,
mia Euridice,
un dolore pervade
il mio corpo,
e ‘l mio animo
affranto e scheggiato,
ma ‘l pensier
de l’ardente fiamma
che ustionava il mio petto
vale a scacciare
l’orrenda agonia
dell’assenza tua.
O, mia Euridice,
arderò nel tempo
per te, con la mia melodiosa
e armoniosa musica,
modellata sulla tua complessità.



Notte stellata senza luna:
la notte non ha bisogno
di tale bagliore
per apparire immensa
ed ermetica.
Le nuvole costernano
la volta celeste
e sole tremano
al buio brillante
che il vespro ha portato
molte ore fa.
Il vento ride
di un ragazzo poggiato
ad una panchina
sul molo:
un porto,
una notte,
una barca
e una sera
separan dall’atto
il pensiero supremo.
Lasciare alle spalle
il passato,
menzogne,
e librarsi nel mare
verso nuove scoperte
di fiamme e ghiacciai,
di fiumi e vulcani,
di selve e distese deserte,
di laghi e altopiani,
di verdi colline,
di boschi bruni
di immensi stupori,
di nuovi colori,
di stelle inesplose,
di fiori, di rose,
di case moderne,
o cinquecentesche,
arredate di scarni
mobili bianchi.
Un porto,
una notte,
una barca
e una sera
saranno per sempre,
nella sua memoria,
atto di viltà,
codardia,
pavidità,
o forse d’ingegno,
astuzia e coscienza
che non in un porto,
né una notte,
n’una barca
e né una sera
si cela
la Libertà,
Libertà vera,
d’arbitrio
o pensiero,
bensì
nelle masse,
nelle lotte di classe,
negli occhi di un anziano,
nei quadri surrealisti,
nella musica d’autore,
nei libri ottocenteschi,
nelle mani dell’amata,
e nel battito cardiaco
di chi stringiamo a noi,
senza cielo, senza dio,
senza pena, né giudizio,
senza pesi a gravare,
senza tempi da contare,
senza pieghe,
senza rughe,
senza gocce d’acqua pura,
senza timore, o paura
che il tempo fugga via,
come ha sempre fatto,
e vivendo per quell’attimo
in cui, in un sussurro,
sospirato,
pronunciamo un
Ti amo.



Patria di verdi colline,
di nuvole gonfie d’innata speranza,
di cieli
così tanto azzurri
da sembrare quasi
pietre preziose: gioielli brillanti,
lucenti come il sole
che splende e riscalda
a tratti insicuri
i tuoi bianchi pascoli
e le piantagioni
variopinte e diverse
tra loro,
come i tuoi abitanti
che con infinita tenacia
indipendenti restarono
dal grande reame
che li assoggettava.
La musica echeggia
in ogni tuo vicolo,
le strade si riempiono
di uomini allegri
ed aperti al mio volto
accoglienti e così calorosi
da farti sentire
come se fossi
uno di loro
da tempo non indicabile.
Nell’aria si sente
un odore di storia
piena di culture
ed etnie confluenti
verso l’ospitale nazione
che adesso sei divenuta.
La notte, nel cielo,
si scorgono stelle
e supernove morenti
che l’arte ritrasse
per commemorare
nel tempo la loro bellezza
abbagliante, mentre il vento
discosta le foglie
dei tuoi mille arbusti
coronati da nidi
di uccelli che
liberi
volano in questa penombra,
scura, e fresca,
di poca durata
poiché sopraggiunge
veloce la luce dell’alba
che sveglia il villaggio
e che lascia spazio
al compimento
del quotidiano.



Cosa n’è stato
di quella fiamma
ch’un tempo ardeva
e brillava nel cielo
del mondo
irreale ed illuso
a cui anelavamo
contando le stelle?
Stupiti da immensa grandezza,
meraviglia e impotenza
ci crogiolavamo nel procrastinare
l’inverno gelato
che assopì quel rosso bagliore.
Un tempo ci stringevamo
nudi ed inermi
e convinti da quel sentimento
che ha spogliato le menti,
ed io nella tua mi ci persi.
L’ho_osservata, scrutata
studiata, adorata,
biasimata e conquistata
adducendo la luce
alla notte più buia
del tempo trascorso
in triste agonia.
Procedette costante
per giorni e per mesi,
ma un dì di novembre,
per saggezza o stoltizia,
deponemmo le anime
nell’involucro morto
dei nostri due corpi.
E adesso chi sei,
tu che una volta
volasti più in alto di tutti,
di fianco al mio spirito,
viaggiando per tempi
cosi stupefacenti
da non fare parte
del flusso del tempo?
Soltanto l’ennesimo uomo
corrotto dalla società,
pensante d’idee comuni fin troppo,
e_incoerenti al tuo io.
E adesso fissando le onde del mare
infrangersi in spiagge
a noi familiari
noto la mia figura,
e mi chiedo:
è giusto davvero
che si debba perdere
ciò ch’è più caro
soltanto perché
questo mondo moderno
richiede una massa obbediente?
Padroni che sazi di vasta ignoranza
ritraggono gaudio
e uccidono lenti,
indiscreti, innocenti,
le menti brillanti
e le rendono inermi.
Ormai quella fiamma
è sopita da tempo
nel cielo intristito,
ma nel petto mio
arde gloriosa
bramando giustizia,
equità e dignità
par chi la sua mente più non riposa.



E se l’alba arrivasse troppo in fretta?
Svanirebbe quest’oceano.
Svanirebbe questa luna.
Svanirebbe questa calma che circonda l’isolato.

Svanirebbe la poesia delle luci notturne
che s’infrangono nell’acqua
e che creano nuove forme
reinventandosi una vita.

Svanirebbe la frescura
densa d’ansia e di paura
che il tempo voli ancora
come accadde tempo fa.

Svanirebbe quella nottola
che a contatto con la luce
si rintana nel suo nido
aspettando poi il tramonto.

Svanirebbe la tua immagine,
così pura e così fragile
ch’è rimasta ben impressa
nella mia mente imperfetta

Svanirebbe l’attrazione
tra due anime incomplete
che ritrovano la pace
in un’ingenua umanità.

Svanirebbe quest’amore
innocente eppur fugace
che ha trovato nella notte
vecchi cuori da scaldare.
Ed il sole sorge ancora.
Ed il primo treno passa.
Ed il mondo assopito (che pareva congelato)
si risveglia distruggendo quest’amore appena nato.



Lascia che il fiume scorra,
e i detriti che con esso trae, Arianna!
Presto saranno scogliere di speranza
e deserti di sogni infranti.

Lascia che il vento soffi
sul tuo volto pallido, Arianna!
Presto invecchierai e patirai l’assenza
di quella carezza di gelida innocenza.

Lascia che il gatto salti da quel tetto
al muro sottostante, Arianna!
Presto darà alla luce la sua prole
e con sommo dispiacere morirà di dolore.

Lascia che il sole sorga,
e che il gallo canti, Arianna!
presto la gente si alzerà per recarsi
in dei luoghi tutti uguali senza identità.

Lascia che il pianista suoni
la ballata del Polacco, Arianna!
Presto scoppierà la guerra,
e le armonie struggenti saranno urla innocenti.

Lascia che io sfiori le tue dita,
e che guardi gli occhi tuoi, Arianna!
Presto lascerò questo suolo, e il rimpianto
accompagnerà l’incanto della tua figura, amore.