G.120

 

Anatomia Ribelle



Lode a te,
CUORE MIO,
sono passati 9 anni da quando
abili mani
ti hanno fatto nuovo.
Selvaggio ti ostini
a resistere indomabile
alle consuete abitudini
Forte e imperterrito
come il pensiero di Alda Merini
di fronte alla sua
camicia di forza.
Ti hanno tolto
l’accelerazione,
ti è rimasta la
rEVOLuzione
il sangue pulsa e arde
brucia emozioni
vive intenzioni.
Lode a te,
CUORE MIO,
«finché morte non ci separi»
quando sopra le nuvole
guarderai il mondo
al contrario
e finalmente ti sembrerà
LEGGERO.



Lento
Inesorabile
Ma inevitabile
Il richiamo astrale
Mi ha portato a te
Dopo aver attraversato imperterrito
Il doloroso solco di vene blu
Che invano
Tentavano di pompare
Sogni
Verso estremità ormai insensibili.
È bastata una bolla d’aria
Per stringere i fianchi
E infiammare la gola
Che si nutre di polline
In attesa che diventi miele.

Inquietudini



FREMO
dalla voglia di uscire
TEMENDO L’EVASIONE
da me stessa.
TREMO
di desiderio bruciante
DI IGNOTE MISURE
che mi conducano
oltre.
Cerco
UNA FACCIA
che potrebbe star bene
al mio fianco stasera

INDOSSO UNA PARRUCCA
ed esco.

MUTA(mentis)



Vuoto.
Di un’assenza
Che fa rumore.
Di un’eco
Che sbatte su pareti spoglie.
Di un acquario
Che provi a scrostare
Ma si graffia.
Di un pianoforte
Che suona col silenziatore.
Di uno specchio
In cui cerchi il tuo riflesso
E non lo trovi
Perché non ti vedi più.

Provi a cambiare pelle,
Strisci fuori come un serpente quando fa
La muta.
Ma resti ruvida
Come un limone grattugiato
In attesa
Di una mano che ti sprema.



Lentamente imparo
a capire il mio silenzio.
Ha una voce intensa,
alla quale prima ero sorda.
Mi crea soggezione,
ma ci provo
lo affronto.
Il mio silenzio urla,
non è abituato a stare solo.
Sono certa
che prima o poi
imparerà a parlarmi.

Con.tatto



Occhi negli occhi
Pelle su pelle
Ci si sfiora dentro
Ci si emoziona fuori.
Tra tutte le curve
Fatte apposta
Per evitarsi,
Ci scontriamo
Ci incontriamo
E ci prendiamo per mano.



Sentirci
Per stare muti
Nel silenzio.
Vederci
Per scambiarci la pelle
Sul letto.
Guardarci
Per raccogliere i cocci
Delle nostre intenzioni.
Salutarci
Come se fosse l’ultima volta
O forse la prima.



L’ultima volta che ho visto le tue gambe
È stata la prima volta che ho visto
La luna
Sorgere dal mare.
In quel riflesso nero e oro
Ogni piacere si è piegato
Al dolore.
Sono scappata da quelle immagini,
Vivi ricordi di un passato ripetuto
Che la luna ha reso più grandi.
Eppure io, quelle gambe,
Non smetto di desiderarle,
Parto dalla punta del piede,
Risalgo per l’interno,
Arrivo alla tua Cappella Sistina
Che mi provoca
Ancora
La migliore sindrome di Stendhal
Di sempre.



I gatti di paese non hanno nome
sono gatti senza pretese
che bevono ancora il latte
anche se ha tracce di sugo.
I gatti di paese miagolano di rado
non hanno nulla di cui lamentarsi
vivono con poco
e ogni carezza per loro è un dono.
I gatti di paese sono schivi
ti guardano di rado
ma sanno stare ad aspettare
contando le ore sui muretti
e fingendo di dormire.
I gatti di paese non entrano in casa
ma ne conoscono il significato
più di chi ci abita
e mette i piedi sul divano
con scarpe sporche.
I gatti di paese
rispettano le regole mute
imposte con lo sguardo
e guardano all’oggi
come se non ci fosse un domani.

Cal(ore)



Vento caldo
Che scuote l’atmosfera
Facendo vibrare il contatto col suolo
Liquefatto.
Il mio corpo nudo
Cuoce sulla sabbia
Sfida il calore che gli penetra addosso
E ne fa scorte per l’inverno.
E come un giglio
Sopravvive all’arsura
Mostra il suo lato migliore
Quando tutti giacciono addormentati
Sotto gli ombrelloni
Ignari.



La luna questa sera
regala chiacchiere alla bocca
brividi alla schiena
pulci nelle orecchie
morsi allo stomaco
comete negli sguardi.
La luna questa sera
illumina sentieri bianchi tra i cespugli
Cicatrici sulle ginocchia degli angeli
che non sono scesi a patti con Dio e
del golfo che si affaccia innanzi
ne hanno fatto il paradiso.
La luna questa sera
in quella crosta di terra a metà tra cielo e mare
ha deposto le uova
sul pelo dell’acqua
E pulsanti di luce la fanno vibrare.
La luna questa sera
ci distrae dalle nostre solitudini
trova spunti per parlare
ritaglia i contorni di una stella di mare
li attacca ai nostri piedi
e ci unisce proprio lì,
nella punta dell’alluce,
da dove se resti appeso
impari a guardare il mondo al contrario.