G.154

 

Dio demonio



Eravamo soliti sorvolare i cieli
Sospinti dai leggeri aliti caldi del nostro amore
Finché non precipitammo.
Prendesti tu l’unico paracadute a bordo
E lasciasti la mia mano a stringere la disperazione
Mentre i nostri momenti diventarono soltanto ricordi
E poi spire inconsistenti
E alla fine contorte allucinazioni.
Mi schiantai come Lucifero
Ai confini del mondo
Esalai i miei ultimi respiri di innocenza
Poco prima di sparire per sempre
Provai a dividere una calamita
Ma non esiste singolo polo
Se non poli opposti
Tu Dio volante lassù
Io demonio corrotto quaggiù
A morire per te.

Ma non morii
diventai soltanto il più orribile dei cacciatori
Ad inseguire come una bestia
Ogni parvenza del tuo odore
In qualunque essere,
Il perfetto ossimoro per te
Per arrichirti comunque in qualche modo.
Dio crudele
Bontà malvagia
Tu ed io.

Solitudine



Vorrei tornare ad amare
Impazzire
Camminare in mezzo alla strada
Cercare di farmi investire
Urlare alla notte
Aspettarti
Correrti addosso
Baciarti
Terrorizzarti.

Per farmi dire ancora
E ancora
E ancora
Che io sono un pazzo allucinato
Ti riderei in faccia
Per poi piangere dietro un albero.
E alla fine saresti un ciuffo di neve nelle mie mani.
“Addio” penserei
Senza potertelo dire mai.

Solo dopo
Esulterei sul bancone di un bar
Brindando al rugoso mogano
E all’amara compagnia di questa birra
Per essere sempre di più me stesso
Grazie a te
Piccola ragazza innocente.
Ancora più selvaggio
Inabile alla vita
E a voi persone bastarde.

Mi vorrei innamorare di nuovo
Per innamorarmi di nuovo
Della mia grande solitudine
Vecchia compagna
Silente amica
Grigia eterna calda
Compassionevole,
Ormai a me carissima:

You never die.



Mangio sogni per colazione,
Riempiono il mio stomaco.
Mi bastano per affrontare un’intera giornata di un intensissimo cazzo di niente.
E la sera, quando finalmente torno a letto, esausto, sfinito per l’inconsistente vuoto della mia vita, li riscopro indigesti.
Provo ad addormentarmi lo stesso, ma devo vomitarli per un po’ di sollievo.
Me li vedo lì, dentro il cesso, aggrovigliati semi-liquidi alla porcellana che tante volte è stata toccata solo dalla mia merda. E sono identici alla mia merda in quel momento.
Agonizzo per un po’, poi aspetto di sentirmi abbastanza lobotomizzato per tornare a letto.
E sogno.
La mattina dopo li rimangerò,
sicuro di sputtanare i talenti del mio subconscio la sera successiva, come fosse un mantra per ripulirmi, come fosse l’antidoto per una vita in questo mondo. Vero, reale, concreto, tangibile, come la merda nel mio cesso.

Desquamazione



Non cerco
Non desidero
Ma avrei voluto
Essere normale
In qualsiasi modo possibile,
Accontentarmi
Delle forme d’apparenza
Di questo mondo insipido;
Non dover sempre obbligarmi
a centellinare
Gli sporadici momenti
Di bellezza informe
-Inconquistabile-
Che appartiene a ciò
Che mio non è
Ma è
Dei sogni miei
Su di voi
Su ciò che sarebbe potuto,
Potrebbe,
Sarà,
Ma non è.
E non è
E io mi desquamo sempre più,
Sempre più cadavere vivo
In un mondo di vivi cadaveri.

Puttane e negroni



Mi sono sempre vantato di non essere mai andato a puttane.
Ma se ci penso bene, io, devo dire che con una puttana ci sono stato.
A dire la verità pure ieri sera mi sono intrattenuto con una puttana, non mi chiedeva nulla, non voleva nulla;
Ma io le ho donato fiori d’arancio.
Ho pensato “magari smette di avere l’odore da puttana”.
Mica come la puttana che frequentavo tempo fa;
Lei non sembrava mica una puttana.
Non ci siamo mai toccati, solo sfiorati, persino le labbra una volta, una sera di notte, in macchina, e io non l’ho baciata.
Quella puttana lì aveva bisogno di essere abbracciata, salvata, protetta…
Ma lei che cazzo ne sapeva, che cazzo ne sapevo io quella sera.
Non capivo, una puttana che non fa la puttana…
E allora non l’ho baciata.

L’ho baciata.
Un’altra sera però.
Correndo, col fiatone, lei spalle al muro e io allucinato.
Manco se n’è accorta…
Sì è spaventata, poi si è incazzata, e adesso non è più la mia puttana.
Sapete, aveva bisogno di tempo.
Per stare sola, riflettere…

È per questo che stasera sto con la mia puttana preferita.
Si chiama Negroni.
E ti sorprenderà sapere che al profumo d’arancio, come la Perla Nera rende felici con poco;
E Non avrai baci da addebitargli sul conto, e scioglierà tutti i tuoi pensieri come i cubetti di ghiaccio.
Solo un pensiero mi rimane:
Ad aspettarvi, voi puttane diventerete la mia cirrosi epatica.

Vorrei essere una valchiria lesbica



Vorrei essere una valchiria lesbica
E portarmi nell’aldilà
Mille giovani fanciulle.
Ritrovarmi finalmente sola
Nel mio valhalla
Addobbato dai contorni femminili
Di un harem d’amore
Per godere
da eterna vergine
Dell’eccitanti reminescenze dell’esclusività.
Giocherei per sempre
A conquistarmi la mia prima volta
O come fosse ogni volta
la mia prima volta.

Perché nel mio valhalla
Prima ci drogheremmo di ogni attimo
Poi faremmo orgie di sguardi
E alla fine ci cureremmo dal ricordo
Bevendo idromele.

Dolce, acerbo, giovane succo carnale



Vorrei avere venti anni
per un altro anno
per non dover smettere di cercare
la freschezza
nella carne delle ventenni
anche se non ne ho mai assaggiato il gusto,
proprio perché
non ho mai
goduto del sapore
di quell’assenza di sensualità
senza senso
tipica
di corpi dolcemente acerbi
e pieni
di tutto il miele
dell’alveare.

Ho assaporato soltanto il sale
che ha appassito
i corpi delle mie prede
che venti anni
non li hanno mai avuti.

Ma se mi conosco
e mi conosco
le perversioni che animano
la mia mente
mi fanno sbavare
per ciò che è alla mia portata,
illudendomi di una normalità
che desidero disperatamente,
e poi mi costringono
a sodomie terribili
per disilludermi subito dopo,
e punirmi
perché sono
un abominevole
Vaso di Pandora.

Schegge di vetro



Vorrei saper scrivere su fogli di vetro,
Solo le mie parole migliori
Affinché diventino
Una ad una
Schegge scheletriche
frantumate
Sul tuo viso bellissimo.

Come una fenice



Vorrei ancora che tutto fosse
Non come prima,
Ma nuovamente l’attimo
Della bellezza
Del dolore
E la spietata tristezza poi.

Per poter essere fenice,
Spazzare via la cenere con un colpo d’ali:
Trovare la rinnovata evoluzione
Dell’animo.

Un tuffo di notte



Di tutto un po’, mai fino alla fine
Tra le infinite varianti,
Tra le possibili variabili,
Il tempo: le scelte costrette,
Intrappolati per sempre nell’ignoto.
Scegliere di tuffarsi
Nell’agonia d’oblio,
Il silenzio lacerato:
La notte.
Chiudi gli occhi,
Respira il vento
Un ultimo passo,
Un altro soltanto
Finché il sangue nei piedi…

Raggiungerai le stelle.

Prospettiva di luna



Solo
A pensare
Solo
A cercar di capire
Solo
Ad aspettare
Che lo stormo liberi il sole
Che il mare torni a brillare.

Piccola luna diventa invisibile
Fammi vedere oltre la tua faccia oscura
Come se fossi al di là dello specchio
Come se fosse tutto soltanto una semplice
Solamente una buffa, innocente
Questione di prospettiva.

Mille passi



Quei mille passi oltre ciò che ancora non sono
Segnano la linea del mio orizzonte.

E vorrei essere te
Per diventare l’orizzonte di me stesso
E non essere me
E tu il mio unico orizzonte.

La foglia



Si contorce viva questa foglia verde
Di fronte alla costanza dei venti
Ma resiste ancora
Si flette impassibile
Si scrolla in un colpo la fatica di dosso
Torna eretta
Forte e ruggente
Pronta ancora ad essere scossa
A subire,
A non reagire mai
Alle forza degli elementi
A persistere nella costanza
Come se non ci fosse dolore
O come se non ci fosse nient’ altro
Che dolore.

Ultima notte di un’estate libera



Ciò che mi hai dato
È la consapevolezza di non essere ancora uomo a vent’anni
Che sorreggerti senza schemi mi è impossibile
E che le mie maschere di vetro si possono sciogliere senza spezzarsi.

Ciò che mi hai dato
Come mappa per la mia ricerca
È un bicchiere che passeggia elegante sulle tue labbra di notte,
E a questa notte seguiranno mille altri giorni
Ma dopo mille altri giorni non seguirà mai questa notte,
Fatta di piccole differenze sigillate
Dentro grosse bolle di sapone
che si baciano
E si avvinghiano…
Ma non le faremo scoppiare,
Le osserveremo allontanarsi
sospinte dai nostri aliti caldi,
Sorridendo
Agli addii lunghi
E alle scintille tra i nostri corpi.
Il tuo fuoco mi incenerirebbe all’istante
Lo sai
Hai scelto di non dargli già più ossigeno
Ma le fiamme scottano soltanto
E marchiano la pelle.
Non rimarrà altro che una piccola cicatrice
Profonda testimone
Che di te
Conosco soltanto la notte.

-



È tutto inconsistente e malinconico tra gli eccessi
E le attese.
La paura obbliga le scelte.
Forse non hai abbastanza paura.

Corvi neri



Gracchiavano morte
I corvi ai banchetti
Delle succose anime
Svuotate di calore dalla vita
Ancor prima del glorioso attimo.

Occhi candidi
Buchi neri nel cielo.
Unici frammenti
Di una persa umana limitatezza.
E si ristabiliva l’armonia
Nelle rimbombanti percussioni d’ali.

Attendeva silente la morte:
Tutto esiste nulla muore,
E torneranno a banchettare
Dell’eterna essenza,
Circolarmente connessa
Alla rigenerata sostanza

Indistruttibile sigillo di vita.

Non voglio ciò che voglio



Non voglio ciò che voglio
Perché se il giorno desidero fuggire
La notte sogno di rincorrerti.
Non voglio ciò che voglio
Perché non posso accontentarmi
Di non possedere
Continuando a desiderare
Ciò che mio non è
Ma è
Dei miei sogni.
Perciò se non ti voglio
Sappi solo che
È te
Che voglio.

I giorni senza te



Odio il tempo
che scorre come un torrente di montagna
Lavando l’amore per la tua carne
E lasciando solo un’idea di te;
Pulita e senza macchie,
Senza essere mai stata vissuta.

I giorni senza te sono la penombra dei miei occhi.

(E di tutto il resto)