G.158

 

Non voglio nessun perdono, sia chiaro.



A volte mi dimentico come ti chiami.

Non voglio nessun perdono, sia chiaro.

Per essermi dimenticata il tuo nome? No.

L’ho vestito dei colori più belli,

il rosso tra tutti.

Ho sfumato i contorni,

l’ho reso ineffabile e

sì anche inafferrabile.

 

Come posso chiamarti? Mai!

Scusami, lo chiami tu il vento quando porta il sapore del mare?

Quando ti sposta i capelli

e ti bacia piano?

 

Tutti i modi



Trovo tutti i modi possibili (i modi difficili tra i modi possibili)

per dirti cose semplici.

Beviamo un amaro sarebbe una cosa semplice,

una cosa da dire, lasciata alla leggerezza dell’aria.

 

Nella mia lingua (nella mia lingua con te)

questo invito è un milione di altre cose:

beviamo un amaro è bere con te davanti al camino le sere d’inverno,

Battisti che canta, Mogol lì che spunta e la Loren che balla;

beviamo un amaro al sapore della nebbia d’autunno che suda

sui vetri di casa, sul tappeto bordeaux, tra i capelli tuoi neri.

 

Dire cose semplici in tutti i modi difficili

in realtà

non mi interessa per niente.

 

Lo sai che poi Mastroianni mi guarda…

mi guarda e mi dice:

bella, bella come sei fatta bella!

Lo so mio caro,

lo vedi? Li trovo tutti

i modi più semplici per dire cose difficili.

 

Ho aspettato tanto l’alba



Ho aspettato tanto l’alba,
senza mai guardare il tramonto.
Ero quel che continui ad essere
e un po’ morivo e un po’ respiravo.
Vivevo del poco che mi davi.
Più che altro di sogni, mi cibavo.

Eppure la luna sembrava vicina, così vicina
da illuminare troppo, cosí chiara
da non vedere nulla.
Ho cercato di volare, ma solo un’ala sbatteva ambiziosa.
L’altra era convinta che si dovesse guardare a terra per salire in cielo.

Quelle tue perle grigie
hanno pianto, ma non capivi.
Il dolore brucia più dell’amore,
e spesso, infine, preferiamo lui.