G.16

 



 

Nello sguardo vaga malinconia,

celata,

forse assente.

Occhi scuri e piedi scalzi.

Orecchini spaiati e giacca viola.

Sola,

siede al centro,

periferia degli altri occhi

persi ad un’insulsa scritta.

 

Sguardo chino

e volto ruvido,

racchiuso da sottili

capelli castani,

raccolti in un soffio.

 



 

Uno spacco

nel tessuto blu

a ricami e fiori rossi

mostra la pelle

vera

calda

con i pori ben visibili

chiusa da un bottone

piccolo.

Sopra,

una cascata di riccioli castani.

Tutt’attorno

una bella donna.

Ma lo sguardo

torna a quella spaccatura nel vestito

quella finestra sulla pelle

con le imposte socchiuse

in un soffio di intimità.

 

 



Mocassini di pelle
sfrecciano
su cerchi liberi
senza toccare terra.
Gli orecchini esitano
la musica si spegne
due borse pendono dal manubrio
pesanti di colore;
l’asfalto ingombra le fessure.
La scalinata di San Petronio
è un mosaico di volti
che aspettano.
Il tramonto avanza,
la musica ricomincia.

A Sara



Un volto felice
il suo,
allegria nel sorriso
colori alle orecchie
leggerezza metallica al naso
capelli folti
infeltriti di sogni.



Unico senso
il tatto
mi guida,
lo scorrere
dell’alcool in gola,
della lingua muta
che sorda
si dimena nel buio
nel freddo
nella bocca altrui.



Dormono le strade
e tutte hanno un nome.
Un muretto scorre calmo
fino all’incrocio;
una fontana muta
lo aspetta.
Gli ricorda un incontro.
Un volto passato.
Un fruscio di parole
perse in uno sguardo.
Uno spoglio tiglio
si scrolla di dosso
la malcelata solitudine
in una crespa di foglia.