G.165

 



Voglio. Ti giuro voglio.

Svanire con te

qualche volta

così piano da sbagliar direzione del contatto

perché lievi spostiamo

le masse di vento.

Ti voglio così tanto da soffrire, proprio perché ti ho

e non oso tenerti, perché non so tenerti.

Gelida all’idea sola di stringerti piano

di afferrarti quelle ruvide mani.

Potrei sopravvivere nell’eterno

senza più

parlarti.

Vivo e covo gioia dentro me anche se tu non ci sei.

Ma ancora più in là, laddove nessuno e nemmeno tu

hai saputo vedere, mi arrovello per ciò che francamente non comprendo.

Esercita su me il suo magnetismo dirompente.

Eri affascinante come potenza inespressa, come possibilità dischiusa,

ora un solco frapposto

fra i nostri fianchi nudi

dirime le macchie di influenza reciproca

anomalie di sintagmi troncati.

C’è un buco al centro di questa laconica convergenza.

Idiozia



Incapaci di comunicazione

Io soltanto sono il mio tormento

e mi cullo, languidamente,

ceruleo strazio di intese smembrate.

Impasto di fioriture, silenziose nella dolce sera

graffianti cigolii sbilenchi sulle cortecce umide

lucciole che nuotano, boccheggiando

nello scuro nottambulo.

Purtroppo penso e sento

canali sensoriali distanti dall’esterno

ma comunicanti

rischiarano a volte le nubi, ma confondono i contorni,

gettandomi in un flusso ambiguo di cose ebbre,

fendenti di sale cristallino sulle ferite squarciate da cui attingo

non so placare

la mia sete insaziabile.

Butto via la voce

crepitando il vento cigola tra il fogliame croccante di nespole

acerbe.

Albicocchi in fiore

petali bianchi fluttuano lievi

aneliti di speranza verso le stelle,

punte bianche di pennelli esili nel bordo dell’aere sereno

bruno, scarlatto, nero, bianco, pervinca

il volto fugace delle nostre interpretazioni.

La calotta immensa sulla mia pelle di camomilla.

 

Noceplacebo



Ti accarezzavo il petto e ti ascoltavo respirare

ora piano, ora veloce.

Sapevo decifrare ogni neo, li collegavo con le dita

come costellazioni.

Ti stringevo forte le mani,

ma costantemente mi domandavo

Perché?

Dov’era il nodo di tante congetture,

di tante ore

immerse nel silenzio bollente.

Perché non c’era.

Forse era altrove, molto lontano al di fuori di noi

mentre nel petto saliva insolente quell’irrisolto,

stretto come un drappo di seta ai fianchi di una dea indiana.

Ammaliata da una sensazione mordente

cercavo il movente del mio suicidio razionale.

Cosciente della fine imminente

non mi curavo del tempo che su di noi incombeva feroce.

Il tempo, che in verità non ha alcuna colpa.

Da lontano, come un sussurrare fioco, l’avvenire avanzava però

ad ogni passo s’annullava, assieme alla luce del tramonto, che ormai moriva,

non c’era più.

Rinuncia



Non voglio il tuo sguardo

voglio il tuo pensiero intriso di intelletto eterodosso

ossessivo

altalenante

saltuario

perverso

ammiccante, irriverente.

Fisso su qualcosa che procede oltre le fattezze umane

Chino su qualcosa

che se la vedi

la perdi

ma se la senti

poi la guardi intensamente

fissa

nel suo spazio siderale

fra lumi fiochi e bagliori lontani

i riverberi iridescenti accesi

che pullulano di vita

dentro le pupille nere di pece dell’astratto

silenzio

eloquente.

Agosto



L’aurora deterge il cielo

rosso bollente

suggestione sensoriale

invade gli occhi

tempra lo sguardo

attraversa lo spazio

non lascia che esali respiro che non sia da ansimante bellezza sopraffatto.

Tempra lo sguardo, fende l’orizzonte

si getta tra i flutti

dove il gorgoglio della spuma

brilla, così incanta

il mattino

col suo ardore eccelso.

Brevi istanti, spira rapida

solitaria

ed è poesia

evanescenza.

Quale fortuna

che domani

Riaccada.

From Lily



Nell’impercettibile

modulazione

del tempo

vivi sospeso

fra la calotta di etere

e la terra.

Entrambe

non sapranno soddisfare

la tua voglia

di essere immortale.

Perciò sguazza

fra il mondo

e il brodo surreale

portando con te

la consapevolezza

della nostra

straordinaria

irrisolta

parzialità curiosa.

Piedi nudi



Il rimbrotto

spumoso

del mare

soggioga

l’arenile che si imbratta

di trasparente.

L’inanimato

Vive

più del pensiero mio

fitto di commozione.

Acqua scroscia

fra lo stato granulare

di suddivisione

perenne.

Permea le membra

annego.

Le fenditure della serranda sul litorale



Io
frastaglio i contorni
dirimo le onde
in uno specchio liquido
livido
che sovrano
si adagia su me
complice
e partecipe
del mio volare, del mio volere.

Dalle ginestre
nasce il mare,
lambisce col suo azzurro
l’orizzonte terso.
Astri appuntati sull’orlo,
la pedana del cielo.
La luna affonda,
archi increspati si infrangono sulla sabbia.

Satura di anima
la mia sagoma
si curva sullo specchio
circuisce rapida la rotonda
giallo notturno
rimbalza sui vetri
si inerpica
attraverso fenditure grigie
tra gli stipiti di legno consunto.

Ove la sagoma della collina
si dissolve
si disfa
e diventa pulviscolo violaceo
mentre le ombre
si intarsiano di sole.