G.167

 



Voglio percorrere le
tue dune di grafite.
Esplorarle
esultato da banchetti di sudditi fedeli
come ricchi Maharaja
in lune di nozze.

Assecondare i desideri
spumanti
delle tue vene
e rispondono e ribollono
di sangue
ancora e ancora più denso.

E ancora
purpaceo torrente
devo
annasparci la mia anima e
tingerla
di viola rinascimentale.

Pianta olivastra
tu sei olio e corpo dei miei pasti
per te io muoio, io muoio.
E mille e mille volte
muoio, senza cibo, senza acqua
tu sfami e tu disseti.

Concediti;
che sia io l’aratro del tuo petto
ampia pianura.
Due folte colline di melograni
ne sbilanciano lo spazio
sosta meritata.

L’Eden maturo non
ferma il pellegrino
e prosegue il suo viaggio
e scivola
come indici bagnati
verso impaziente sud.

Qui
ci incontriamo e scontriamo
furioso rosso, sopravvivi!
Dolce guerriera, dolce
tu accogli il mio ferro col tuo scudo
e spezzi le mie convinzioni.

Non ho mai amato tanto la guerra.

Pensieri d’una notte tranquilla



Ai piedi del letto, il guizzo caolino
di brina, sì gelosa di primo solstizio,
porta Sguardo all’incrociarsi con Luna e
ne mareggia il verso, per arie madrine.



Sei tu
Sei tu
Che del firmamento silvestre, risplendi
Cento lentiggini d’osmio.



Le cose che ti farei
non si possono dire né pronunciare
non si possono sentire,
non le puoi ascoltare.
Le cose che ti farei
si nascondono sotto lastre di pietra
dietro stalattiti di ferro;
non vivono a lungo,
e muoiono. Muoiono
giovani nel sole
e rinascono e tornano a galla
in pozze di nettare giallo
da alambicchi dorati.
Le cose che ti farei, sono figlie illegittime
di maree vulcaniche.



Stasera guardo la luna
la riconosco
in aggettivi comuni, sapori abituali.
Stasera sorride larga
e chiama a gran voce
il tuo nome
mentre fa l’amore con il sole.