G.189

 

ORFEO, ATTO III



Finalmente, finalmente eri mio

Stavamo conversando

Su un canapè borgogna

Avevo addobbato la stanza

Come una tela del Rossetti

Frange, velluti, organza,

Chiome lunghe, ottoni

Paramenti gigioni

La tua lira parcheggiata in salotto

Leopardi al pascolo in terrazza

(Per far colpo anche su mamma

Quando sarebbe giunto il momento)

Stavo per strapparti una carezza

Con la scusa di offrirti un confetto

Ma ecco che fuori, nella piazza

- Un bagliore di lampo

Una sovrannaturale brezza-

E’ passata una stangona in bianco

Linea sinuosa, gamba capricciosa

Capelli d’oro e sombrero di lino

Una Carrà in gonna a palloncino

Ma senza volto, un opale vuoto

Dove hai inevitabilmente riconosciuto

I tratti della tua Euridice

E sotto l’incantesimo

Hai lasciato il tè a raffreddare

E te ne sei andato

Mentre io sono rimasta qua

Con le unghie

A graffiare dei quadri la vernice

Per il prossimo incontro, giuro

A malincuore

Questa stanza diverrà garçonnière di produttore

E vabbè, mi tingerò bionda anch’io

Dalla radice

VETTORI



Riuscirò mai

A condensare tutto il mio amore

E veicolarlo tutto

Nella giusta direzione

Come quei coni gelato a stantuffo

Vaporosi sopra

Ineluttabili nel biscotto

Con il vertice puntato al tuo cuore

E se invece

Non ci fosse più crema

E finissimo io e te

A rotolare nel cono, di sotto

Come confetti impazziti

Finché uno dei due

Non s’incagli nel fondo

Subito sovrastato

Dall’altro, alla gravità

Anche lui

Condannato?

HOMO SAPIENS SAPIENS



Li senti questi tonfi?

Sono uomini

Che dopo aver sprecato metafore

E sbandierato automobili

Cancelli ingrifati

Tosaerba incazzati

Muscoli lucidati

Mocassini scamosciati

(Ma calzini, quelli, non lavati)

Mortaretti esagerati

Complimenti navigati

Hanno finito i sinonimi

Esaurito i simboli

Per determinare

Quali fra loro siano i più fortunati

Sono tutti là alla pesa pubblica

Come montoni spazientiti

Spingono di gomiti e di pancia

Schiaffano ad uno ad uno

Su una vetusta, rassegnata bilancia

(Un avanzo scassato di tribunale)

Lo loro imprescindibile,

Virilissima,

Primordiale lancia

6,1-7,3



E se arrivasse

L’Apocalisse

Mentre noi facciamo la spesa

Alla Lunga Esse

E improvvisamente

Fuori ci fosse

Un’alba atomica

Uno scoperchiarsi di fosse

Una ribellione di flussi

Uno xilofono di ossa

Una pioggia di sassi

Locuste, cobra reali e satanassi

Più nessuna profilassi

Per arginare l’epilessia

Di questa nostra umanità arpia

Cosa faremmo noi

Sparuta e improvvisata

Arca privilegiata

Staremmo ancora a conteggiare

Il glutine del pane

Il ferro della carne

I solfiti del vino

Quando non ci sarà più

Nessun destino?

DICHIARAZIONE DI POETICA



Cammino piano piano

L’acqua rallenta i miei passi

Li solleva, li inibisce

Li fa pesanti come massi

Sinuosi come cipressi

Mi avvicino all’orizzonte

Mentre i miei occhi

Sono per metà sommersi

Per metà asciutti

Compressi fra l’aria

Ed i flutti

Così che io possa

Vedere il cielo

E l’abisso

Come la realtà

Ed il suo riflesso

ABLATIVO ASSOLUTO



Non seguirò il cocchio

Al tuo trionfo di Bacco e Arianna

Non strabuzzerò gli occhi

Davanti alla sua mastodontica

Gonna di panna

Non leverò il calice

Non ti augurerò il malocchio

Non piangerò

Non dissimulerò

Ma sceglierò un gradino

Di pietra svogliata

Mi metterò di vedetta

Ed aspetterò che compaiano sirene

Delfini, coralli e balene

Nella trama della tua camicia

(Non puoi capire quanto ti doni il blu)

Solcherò le tue correnti

Veleggerò fino ad Ogigia

E ti guarderò da lontano

I capelli come Venere

I piedi nell’oceano

Qualche lacrima di sale

Come dazio da pagare

Per il mio cuore che ha sempre saputo

Di essere

Ablativo assoluto

HYPERBALLAD



Guarda adesso apro una finestra

E butto di sotto tutto quello che trovo

Quasi mi auguro che tu sia di passaggio

Quando scaraventerò fuori gli specchi

Car-parts, bottles and cutlery

Guarda adesso spalanco la porta

Mi vesto da cumulonembo

Ed esco a cercare un quadrato di terra

Dove liberare i talloni

Sfogare tutta la rabbia

Rossa come il tramonto

Porterò con me cuscini da immolare

Poltrone imbottite,

Cose soffici da scarnificare

Per un pochino potrò volare

In una sospensione spazio/tempo

Della morale

Finché non tornerò dalla china

Col sudore sulla fronte

Di chi ancora una volta

Sui suoi passi di rassegnazione

S’incammina

MEMORANDUM



Non è sempre vero

Che avere un’ottima memoria

Sia qualcosa di lusinghiero

Fa comodo certo

Per la spesa

I compleanni

Per le verifiche

Gli aneddoti

E per gli esempi

Ma se non dimentichi mai

Neanche i tuoi errori

E’ come trascinare un elefante

Dolce, innocuo ma ingombrante

Accoccolato sempre fra te

E tutta la vita là fuori

HO PAURA



Ho paura di alzare la cornetta

E sentire la tua voce incrinata

Ho paura che ci sia una vecchietta

Incauta dietro questa staccionata

Ho paura di innamorarmi

Di chi si armi di parole nere

Ho paura ad affidarmi

A chi calpesta il mio mestiere

Ho paura di confondere

I  miei diritti con il mio egoismo

Ho paura di rispondere

A parole sincere con un francesismo

Ho paura di fraintendere

La gentilezza con il profitto

Ho paura di esplodere

E crepare i muri fino al soffitto

Ho paura di preferire

I gladiatori al mio pane

Ho paura di appassire

In mezzo a grida villane

 

Ho paura di morire

In queste contrade disumane

GIRO DI VALZER



Guarda, mi tolgo le ciabatte

Per scivolare meglio sopra al cotto

E tu, fantasma, mi sarai ombra

E cavaliere in pochi metri di stanza

Turbineremo come foglie nella notte

Come polvere nel sole

In un impercettibile passo di danza

ECLISSE



In amore vince chi fugge

Nerofumo sui miei occhi

Oscurità sulle mie lenti

Per imbrunire i denti

Del tuo sguardo che rifulge

Sono immersa nella notte

Per assorbire

Tutta la tua luce

C’è una crepa nel mio uovo

Per distillare

Tutto il tuo veleno

Camaleonte opaco

Ho allungato la lingua

Per assaggiare una tua scaglia

Dopo cornacchie, fango e pioggia

Dopo la primavera e l’uragano

Ho attraversato il serraglio

Per nutrirmi di un tuo unico dettaglio

 

Da rettile a retrattile

Ti ho visto aprire le ali

Ed è stata un’eclisse

 

CERCANDO LE PAROLE



Non è facile trovare

Le parole giuste per poterti portare

Nel mio metro quadro di paradiso

Bisogna scartare

Tutte quelle già usate

Abusate

Inutilizzate

Sconsiderate

Arruffianate

Falsate

Avviluppate

Nelle fauci colorate di piante carnivore

Bisogna buttare

Quelle stantie

Come formaggio da vacanza

E lasciarle marcire in una cripta

Canzonare

Quelle truccate come primedonne

Sbottonarle e schernirne le rughe

Scrollare

Quelle pigre ma tuttofare

Calpestare le loro ombre lunghe

Scartare

Quelle luccicanti come patacche

Frantumarle coi talloni

Come perle di plastica

E trovarne poche, pochissime

Per convincerti

Ad ascoltare la nenia

Della mia timida musica

CHIARO DI LUNA



Aspetterò

Che la luna inizi a rilucere

E le cose proiettino

Ombre di cera e di latte

Le gocce scivolino nere

Salpino le foglie come chiatte

Festoni di comete fra le sfere

Usciremo nei boschi d’asfalto

Io e la mia fiumana

Di piccole creature immaginarie

Ma proprio per la loro finzione

Incapaci di non essere vere

Cavalcheremo delfini nella Senna

Spargeremo glitter sul cemento

Coriandoli alle case popolari

Pozzanghere anonime

Saranno scaglie di firmamento

Ed io, Titania fuori moda

Lascerò cadere

Piccoli ciottoli bianchi

Petali di rosa senza rovi

E qualche ovulo mascherato

Là dove struscio la mia coda

Nell’attesa che qualcuno

Li colga e li covi

E raggiunga la mia tana

Idratando i miei occhi stanchi

Col veleno da mezzana

Di una nuova alba

Dove riessere nessuno

 

LAZZARO



Ero già morto e sepolto

Pronto a mietere con pazienza

Dell’Eliseo il pallido raccolto

Quando una prodigiosa lenza

Mi ha attirato in superficie

Sono rinato di nuovo

Stavolta con due camicie

E poi per mesi sono stato

Simbolo, Sciamano, Icona

Sprecavo benedizioni

Sciorinavo guarigioni

Mi splendeva di stelle la corona

Osannato come una mistica,

Mirabolante Santona

Spesso ospite in tivù

Sempre vincente il mio cavallo

Mi sorridevano gli aruspici

Mi idolatravano gli zulù

Mi corteggiavano fotografi,

Ereditiere e televenditrici

Un Orfeo vivente su piedistallo

Poi il Re pescatore

Penso bene di alzare la posta

E minò il mio fulgido splendore

Con un’insuperabile controproposta

Ed io come un dolce glassato

In una campestre festa

In un pomeriggio di agosto

Sto di nuovo morendo

In anonimato

MINUETTO



Lungo un sentiero polveroso

In un tiepido nebbioso mattino

Ho sentito la rugiada prendere vita

Aggrappandosi alla mia gonna scura

E’ risalita sul mio collo

Scivolata nella gola

Per liquefarmi il cuore in una pozza

Di tempera color delle more

Ho pitturato con le dita il mio viso

Mentre dai vitigni spuntavano

Fantasmi gentili e noncuranti

E api ronzavano distanti

Stendendo tovaglie gialle di paradiso

Abbiamo fatto riverenze in sol minore

Abbiamo sciolto le chiome come gelsi

Lasciato ondeggiare le lenzuola

E intorno a noi farfalle pallide

Volteggiavano leggere

Come una morte civettuola

INGANNO



Mi hai regalato

Un bouquet di peonie sintetiche

Gialle come il mattino

Mi hai vezzeggiato

Con serrate carezze asfittiche

Rassicuranti come semolino

Mi hai attirato

Con puntuali occhiate cliniche

Sconcertanti come il destino

Mi hai baciato

Con voraci labbra anemiche

Soffici come budino

Mi hai ingannato

Con promesse vuote e bulimiche

Sillogismi da un indovino

Mi hai scaricato

Con frasi brevi ed ermetiche

Nell’attesa di un altro postino

AMO (Della pericolosità dei desideri)



Mi sono chinata sul pontile

Accarezzando il pelo del lago

Come fosse un docile animale

 

Riscosso da un sonno senile

Ho percepito il drizzarsi di un ago

Una saetta elettrica e abissale

 

L’acqua come scossa dalle pile

Ha crepitato attorno alla mia imago

Ninfe voltaiche al mio capezzale

 

I miei sensi attratti dalle luride

Lusinghe di un viscoso mago

Dalla culla di un desiderio iniziale

 

Vengo sospinta nelle acque putride

Intrappolata dal mio tormento vago

Verso la mia torpedine originale

 

Mi schianterò gioendo nelle tumide

Spire del mio superbo drago

Nel buio di un destino primordiale

NON IDONEA



Quell’interminabile silenzio

Prima del vostro giudizio, mentre

Arrivavano nembi all’orizzonte

E belve preparavano l’agguato

Una scure oscillava nella brezza

Il sole lucidava il lastricato

Prima del vostro verdetto

Del ghigno da giullare inamidato

 

Dopo

Nelle mie vene solo veleno

Il mio fegato un terrapieno

Di mota rilucente di bile

 

Come foglie che bruciano

Come gocce assorbite

Chissà se un atomo di me

Sfuggirà all’ineluttabilità

Della chimica e della vita

Chissà se un mio dente

Verrà scambiato per perla

Da un astronauta selenita

 

Natura che dona

Destino che non condona

 

Stavo pensando

Che il quarto piano

Sia un buon posto

Per imparare a volare

Come lapillo di vulcano

Calmerò la mia rabbia

Tuffandomi nella mia nemesi

Diventerò una tessera

Nel mosaico dell’oceano

E le vostre critiche

Galleggeranno in superficie

Ed io sarò lontano, lontano

STAGNO



Ti sei chinato

Come un Narciso annoiato

Sulla sponda di questa pozza

Ti sei subito scostato, schifato

Il tuo riflesso mangiucchiato

Da ninfee e mucillagini

Da acqua marcia e sozza

Eppure ci sono cose

Che tu nemmeno immagini

Al di qua dello specchio

C’è vita piccolissima ed immensa

Refrattaria alle indagini

Ci sono notti e colori

Praterie e voragini

Solo tutto riluce un po’ più lento

Tutto ha riflessi di stagnola

E se tu non fossi così bieco

Nel pozzo di una gola

Potrei esserci anch’io, Eco

MEDUSE



Ho indossato con cautela

Il mio scafandro di piombo

Per essere albero e vela

Perpendicolare e parallela

Alla ruota del mondo

Ho racchiuso la debolezza

In un’arrugginita baraonda

Carapace macilento e

Goffo ma silente, grazie

Alla dolce, minacciosa

Ninnananna dell’onda

Viandante dell’abisso

Passo dopo passo

Ti verrò a cercare

Là dove sonnecchia

Uno squamato satanasso

Montando la guardia

Alla tua radura

Dove gli astri sono gelidi

E si sollazzano le Esperidi

Là dove la luce giunge scura

Mi accompagnano fantasmi

Palombari pendolari

E forchette da naufragio

Schivando le meduse

Di falsità e correttezza

Di galateo e convenienza

Plagiandole con banali scuse

Ritardi, impegni e smancerie

Camminiamo adagio adagio

Inseguendo ognuno

Un mostro di rappresentanza

O andando ad ingrassarne

Le spettrali retrovie

COLPA



- Signor Appuntato, mi costituisco

- Signorina, mi spiace ma non capisco

Quale sia la colpa, il reato, il delitto

Quale scure sulla sua nuca oscilli

La vedo scossa, ma stia tranquilla

Prego, si segga qui un istante

Mi dica pure qual è il suo pendente-

- Ho strisciato un paraurti, Appuntato

L’ho storto, l’ho tirato, l’ho ammaccato

Dio quel rumore, quel rumore tremendo

Come di cavallo rimasto azzoppato

E oltretutto l’altro conducente

Il tempo di parcheggiare e mi è scappato

Gli avrei volentieri lasciato

Un recapito, una targa, un contatto

L’intera anima gli avrei consegnato

Dio ora come mondare questo peccato

Come richiudere questo iato

Fra la me sicura, spavalda e sgamata

E questa seconda me disperata e fallita

Aiuto

Aiuto

Aiuto

Faceva bene, faceva bene mio padre

A tenersi le chiavi e lasciarmi appiedata

Crollano qui di fianco muraglie

Di fiducia mal ripagata

Crollano certezze, piedistalli e trofei

Ogni cosa di cui mi sia vantata

Vorrei un tombino per poter annegare

Vorrei un coltello per farmi soffrire

Impazzirò impazzirò impazzirò

Ma d’altra parte

Non riesco, proprio non riesco

A non fallire

FARFALLE



“Il Perù detiene il record mondiale del maggior numero di specie di farfalle: se ne contano circa 4000.”

 

Tu che sei seduto

Su un parallelo speculare

A quello dove io sono stanziata

Se è vero, a quanto pare

Che un solo battito d’ali di farfalla

Potrebbe contaminare i flutti

Provocare catastrofi

Condizionarci tutti

Spero che una sorvoli la tua spalla

E in controluce

O per un oscuro fenomeno solare

Il contorno dei tuoi occhi si imprima

Sulle sue sottili pergamene

E l’istinto poi la spinga a migrare

Con le rondini e le balene

Verso di me, nel paradiso di Lima

CENERENTOLA



Ho pensato di bardarmi di pizzi

Laccetti sete merletti finissimi

Cordini di nylon

Trasparenze soavi

Per fare di cenere incendio

E inoltre labbra borgogna

Unghie color tannino

Per quando se n’andranno

Sorellastre e Matrigna

Ciglia fumose

Vestaglie bramose

Petali di rosa lungo il cammino

Verso un talamo di raso

Due coppette col push-up

E pure due coppe di Bardolino

Mentre nel resto della casa

Nel forno acceso la lasagna

Vicino al frigo il moschicida

In bagno cocci di vetro e di vaso

Gramigna e chiocciole in giardino

Ma non preoccuparti, tesoro

Fino a mezzanotte sono sola

All’inferno balli e principati

Per non perder proprio niente

Ho addosso gli stivali scamosciati

Con cerniera più che efficiente

 

PYGMALION



E dopo averti portata a casa

Ebbro della tua carne

Dei baci e dei fremiti

Sazio del mio bianco

Miracolato giglio scultoreo

Senza peli né grinze sui gomiti

Per una notte noi due

Al contrario di noi stessi

Tu soffice ed io marmoreo

Dopo aver fatto l’amore

Più con le braccia

Che con il mio sesso

Dopo averti adorata

Nel buio dell’alcova

Latteo petalo di luna

Ti ho guardato stamattina

Mentre dormivi

Senza malizia alcuna

Ho visto capelli sul cuscino

Ed anche per terra

Sulle tende e nel lavandino

Ho visto graffi e lividi d’amplesso

Spezzare il lucore della tua pelle

I tuoi glutei prima granitici

Ora flosci come fondi di padelle

Mi sono chinato per un bacio

Ma il tuo fiato mi ha raggiunto

Come conserva di stoccafisso

Ho visto infine nell’incavo

Delle tue gambe

Una secca ma ovvia

Patacca di sangue

E malgrado me

Mi sono trovato a pensare

Se fosse possibile

Rifarti congelare

NETTUNO



Ma quindi cosa sto cercando

Negli occhi tuoi color aconito

Una galassia per poter volare

O una lama per poter fluire

Un lido per poter naufragare

O un abisso per poter sparire

Mi ci rifletterò di piacere

O getterò la lenza in incognito

Nel rio azzurro della tua iride

Nuoteranno Cariddi o tritoni

Il vulcano nero del tuo nucleo

Erutterà rubini o Gorgoni

Mi accontento nel frattempo

Di una sosta su Nereide

Mentre il tuo sguardo pesca altrove

Io annego di te nel mio carapace

E tu, prostrato dinanzi a Giove

TAKE AWAY



Ho comprato un pitone

(Perché non potevo

Mettere a rischio

I polsi o lo stomaco

Porto d’armi niente

Gas e finestra, sconvenienti

In caso di fallimento

Avrei dovuto vedermela

Col padrone e un sacco di gente)

L’ho portato in camera

Ho lasciato che si ambientasse

Gli ho dato cibo ed un nome

La libertà di farsi trovare

Ovunque volesse

Ho voluto che mi abbracciasse

E mentre insieme aspettavamo

Che il mio corpo morisse

E diventasse per le sue spire pane

Mi sono accorta

Che avesse gli occhi del mio cane

GÉANTILLE



Chissà com’è

Essere una Venere di Rubens

Vivere in mezzo ai velluti e alle ombre

Lasciare che le candele offuschino

(O rivelino)

Le rotondità auguste delle forme

Lasciarsi crescere i capelli

Come una regina selvatica

Nascondere coi gioielli

Rughe, cellulite, mano grassoccia

Col taffetà la cadente natica

Passare il tanto tempo

Fra un Don Chisciotte e una bisboccia

Perdere la vista piano piano

A furia di leggere alla lanterna

Affannose lettere d’amore

Di pretendenti sornioni e rubizzi

Solleticare del colletto i pizzi

Con unghie sporche di gigantessa

Vivere fra la polvere e gli ottoni

Mezza nuda, con una fame indefessa

E non aver paura d’invecchiare

Ci penserà il pittore poi,

A dissimulare

SOSPENSIONE D’INCREDULITÀ



Vieni con me

Saliremo su quell’altura

E poi al tempio che tu ben sai

Vestiti solo di raggi di luna

Io porterò tiare di zinconio

Frusceranno le sete

Che nascondo nel cappotto

Scambierò gli stivaletti

Con dei fenicotteri da salotto

Tu scalerai la vetta in ginocchio

Affronterai enigmi ed abominio

Per avere la mia mano

Ripasseremo i nostri contorni

Con la china e col carminio

Saremo noi e non saremo noi

Nell’alcova, a picco sull’altopiano

Saremo noi e non saremo noi

In carrozza, tu Zivago e io Lara

Manicotti e ottomane di alcantara

I miei occhi con i tuoi saranno

Ying e Yang di foreste celesti

Saremo noi e non saremo noi

Protagonisti finalmente

E, per una notte, eroi

PAVONE



Ma quanti sono questi occhi

Mi sono persa

Nella tua galleria di specchi

E li ho contati, ricontati

Ma ne trovo sempre uno

Più nuovo e pericoloso

Di quelli vecchi

Uno capace di brillare

Di rilucere

Di annientare

Come un diamante tentacolare

È quello zaffiro sulfureo

Che hai piantato in fronte

Con cui seduci sguardi silenti

Mentre passeggi, allettante

Azzurro, regale, suadente

Come un satiro in uniforme

Per fortuna non sai volare

E ci pensa il tuo verso orrendo

A tradirti

Altrimenti

Saresti una benedizione nucleare

ATTESA



Vorrei che tu arrivassi

E non vorrei

Per poi non sapere cosa ti direi

Forse lascerei vocali

A gorgogliare in gola

Riderei troppo forte

O troppo male

Ciondolerei in soggiorno

Mentre piallate le cartine

Ti offrirei caffè o tartine

Senza zucchero

O senza maionese

Sciacquerei le tazzine

Senza rumore e senza parole

Ti guarderei da lontano e controluce

Come una sacra vetrata

Adorata dagli scranni

Mentre cimici e polvere

Lassù fra le giunture

Ne condividono gli affanni

E vene di metallo

Ne spezzettano la trama

Resterei qui lo stesso

Inginocchiata e riverente

Ignara del tuo dramma

Mia icona, o mia santità grama