G.189

 

GIULIETTA



Se io non morissi

Allora avrebbe senso?

Sento freddo nelle ossa,

Si avvicina la catarsi

Con il pubblico consenso.

Devo cedere, scomparire

Per lasciare un messaggio

E’ mio compito svanire

Sul palco dove tutto è di passaggio

Dove il vero è immaginario

E il logico secondario

Non posso lasciarmi appassire

Invecchiare, commettere errori

Disperdermi in vacuo languore

Partecipando a baccanali

Finendo in pasto ai giornali

No, non posso rovinarmi

(Almeno per la gloria dell’autore)

Non posso scialacquarmi

Mi congelo in quest’istante

Mentre sono ancora integra e potente

Prima di appassirmi

Mi allontano dalla gente

Non invecchio

Per preservarmi leggenda

Mi immolo sulla pira

Accogliendo la lama nefanda

Del fato che mi ammira

Del fato che è adesso

Perché questo dramma è necessario

E senza il mio trapasso

Non avrebbe più un binario.

Ora silenzio, io muoio

Mi trasfiguro

E sipario.

FLORA



Nel cuore

Porto tanti scompartimenti

Come cassette di sicurezza

Per separare tutti gli amanti

O per ogni sguardo che mi accarezzi

Nell’avvicendarsi dei tramonti

Mentre cammino

Finalmente (dopo mesi)

Sciolta dalle mie catene

Di femmina tenuta al guinzaglio

Di romanzi rosa e di candele

Di sguardi arrossiti nel ventaglio

E mi godo

Quest’immensa certezza

Di far arrossire gli uomini e le mele

Ad ogni alito di brezza

Ad ogni curva di spalle

Quanto è grande il presentimento

Di far esplodere corolle

Di annodare favelle

Di metter la fede a cimento

Con i tacchi a ritmo di habanera

Conquisto un po’ di brividi

Mentre va in scena la mia primavera

E ora non voglio nemmeno pensare

Al giorno in cui, sfiorita,

Ragionevole, dovrò scusarmi

Con tutti i cuori e le lapidi

Che ho lasciato a macerare

MASCHIO ALFA



Con un carro

Trainato da pantere

E ballerine delle Folies Bergères

In perizoma piume e guepière

Entra nell’arena il Matador

Col suo sguardo di vento

E promesse selvagge

E con un ghigno di conquistador

Seduce la folla con le reni

Col suo taglio di spalle violento

Come un azzimato rapace

Sulle colorate banderillas

Una collezione di cuori infranti

Orecchie già tagliate

Nascoste come conigli nel cappello

Pronte da gettare a nobildonne ansanti

Mentre la folla si straccia le vesti

Lui spazzola un bolero di brillanti

Con perle d’avorio per bottoni

(I capelli come stringhe

I graffi sulla schiena

Tutti ricordi di vecchie amanti)

 

Mentre io aspetto

Che si sollevi la grata

Già mezzo scannata

Pignatta tenuta assieme

Da vecchie cicatrici

Anch’io ho messo il vestito più bello

L’ombretto ceruleo

Ogni dito un anello

Ma aspetto la lama

Che mi trafigga il cuore

Come un tatuaggio da pirata

Per farne un trofeo di bestia

Da magnificare alla parata

Ormai il mio occhio nero

Non gocciola più inchiostro

Conosco l’ordito e anche la trama

Tu il supereroe

Io un’oscura dama

Per conquistarti

Donne danari e fama

Mi tocca la parte del mostro

ADULTHOOD



Mentre stavamo sdraiati

Su un erboso terrapieno

Guardavamo navigare alla deriva

Nuvole, cronache, sberleffi

E costumi di scena

Si gonfiavano sul filo

Come velieri gaglioffi

Nell’innocente sereno

 

I nostri occhi felce e mogano

Quel giorno come sempre

Ci bastavano

Come vecchi specchi

Ossidati da passi di fate

Acciaccate ma benevole e antiquate

Intorbiditi

Da una coltre di pensieri rannicchiati

Di vecchi ragni storpi e scapigliati

 

Ad un tratto

Lo sguardo hai volto

E nell’attesa del tramonto

Hai colto una viola del pensiero

Per donare bellezza

Ma l’hai cominciata a sezionare

Separando il posticcio e la purezza

Il colore dalle foglie

La necessità dalle voglie

 

E da quel giorno

Non ti ho potuto più fermare

Ed è così che

Per ritrovare il fiore dell’amare

Tutti i sabati io cedo

Alle tue richieste di misure

Per abbinare i complementi d’arredo

IDOLO



Sei il mio mito, il mio idolo

Conservo intatta in camera

Quella tua foto del duemilasei

Col tuo sorriso un po’ frivolo

Pagherei

Per vederti cantare

Per ballare al ritmo delle tue sillabe

Ma non so se al tempo stesso vorrei

Conoscerti di persona, per davvero

Temerei

Che tu abbia i capelli sporchi

Che tu creda agli oroscopi

Che tu nasconda scheletri

Che tu confonda mezzi e scopi

Insomma che tu non rispecchi

L’indicibile bellezza del tuo pensiero

Per cui comunque preferisco

Adorarti da debita distanza

Spiarti da dietro il tuo leggio

In fondo, sei comunque un uomo

E con una pudica mutanda

Aveva vergogne da coprire

Perfino il figlio di Dio

PALLE DA BILIARDO



E incessantemente continuiamo a giocare

A steccare con violenza biglie bugiarde

Colpendo le sponde per travolgerne altre

Palle colorate, viscose, lucide

Coi loro numeri disegnati sulla pelle

Evitando le buche ed i nervi scoperti

Continuiamo a lanciare

Sul panno verde color dell’invidia

Occhi di bambola, pianeti di gomma

Giocattoli di cani e bottoni di sergenti

Dobloni insudiciati di pirati gaudenti

Pupille di corvo e gole di commercianti

Praline di cioccolato e bulbi di fanale

Per contatto superficiale

Fra vernice e cesello d’orefice

Trasmettiamo messaggi consumati dal vortice

E intanto tutti rotoliamo

Su questo sterminato panno di taverna

Schivando le collisioni ed il rischio

Di scivolare alla deriva

Nella desolazione del fuoricampo

Nella vastità eterna degli spalti

E di finire in preda

Agli artigli dei falchi

Al sipario della commedia

Alle lame della mietitrebbia

All’opacità della nebbia

PIANO INCLINATO



Chissà dove sto correndo

Senza pedali né freno

Dove sto precipitando

Lungo un triangolo scaleno

Biglia impazzita

Smarrita

Invelenita

Solo condizionata

Dal motore del fare

Mai fermarsi un momento

A respirare

Tenere dritta la traiettoria di partenza

Cercando di evitare

Ogni lugubre pensiero

Su una qualche imminente scadenza

Sulla deriva del mio andare

E ancora ancora

Continuerò a ruotare

Sul mio pelvico perno

Finché non raggiungerò l’ultimo spigolo

Prima dell’inferno

E chissà se prima di saltare

Distenderò le membra

Rallenterò il vortice

Per acchiappare

Una fronda di salice

Volare ancora una volta

E piangere nel vento

Prima di atterrare

PIRAMO E TISBE



Alloggiamo per caso

In camerini affiancati

Angusti e prefabbricati

E attraverso una fessura nei pannelli

Ci siamo sconsideratamente spiati

Mentre tu agganci il papillon

Mentre io srotolo i collant

Tu ripassi battute

Io sfumo le matite

Tu canti in maschera

Io applico mascara

E continueremo ad occhieggiarci di soppiatto

Ad individuarci con le voci

Ostentando indifferenza di gatto

A lasciar cadere oracoli distratti

Abbandonando parole casuali

Come nastri slacciati

Finché non si alzerà il sipario

Ed attraverso il velo leggero

Della coercitiva finzione

Passando per uno zoppo, ammaccato copione

Io e te sul palco in collisione

Potremo suggerirci la verità

Per contratto

Per finta

Per convenzione

Ma senza più muri

E senza soluzione di continuità

HERA



Vi guardo tutti dall’alto

Dal mio scranno da regina barocca

Con la mia tiara di piume di pavone

E di peli di gatto

Mi sporgo in avanti dal balcone

Mentre voialtri laggiù vi massacrate

Per la gloria

Per le donne

Per un rotolo di banconote

Io mi dipingo le unghie per noia

Sciorinando sentenze

Mentre all’orizzonte brucia Troia

Trascorro le mie ore

Osservando le mosse di tutti

Dallo schermo traslucido

Di un televisore

E avrei commenti, consigli, insulti

Da dispensare

Se solo

In questa reggia vuota

Nei giardini sfioriti

Nel buio della mia alcova

Fosse rimasto qualcuno ad ascoltare

AL MIO PRIMO MAESTRO



Mi hai insegnato

A non fermarmi in superficie

Ad ascoltare gli ottoni in sottofondo

A dare più importanza

All’accompagnamento

Piuttosto che alla propria voce

E’ così in fondo la vita

Una panoplia

Di tante linee sparse e casuali

Intrecciate

In una schiva polifonia

Mi hai insegnato

Che umiltà, rispetto

Tenacia ed attenzione

Formino una sorta di armonia

Che io associo

A quella in cui ho imparato “Tanti Auguri”

Dalla tua voce di genitore

Sempre lei,

Quella di fa maggiore

EURIDIC*



Chissà per quale ragione

Fra tutti

Ho scelto proprio te

Trasfigurandoti

E adesso

Passo le giornate

A intrecciare quartine dorate

Con cui intrappolarti

Ammaliarti

Maritarti

A far vibrare tartarughe giganti

Ad ammansire ghepardi

Ti ho provato addosso

Le armature degli Argonauti

Tutte le corone e le collane

Di dee e cortigiane

Per me potresti essere

Elisabetta Prima

O Bellerofonte

Ma ho paura di guardarti veramente

Alla luce del sole

E scoprire che in realtà

Sei soltanto

Un cumulo di ombre

SCOGLIO



E anche questo fine settimana

Siamo riusciti ad incagliarci

In un piatto di linguine allo scoglio

Dopo aver scelto insieme

La marca della pasta

La densità della polpa

Le ventose del polipo

Dopo aver aspettato il sole

Che accarezzasse il prezzemolo

Dopo tanta attesa

E speranza

E cautela

“Non bruciare il soffritto”

“Non dimenticare il sale”

Abbiamo privilegiato il prodotto

Mentre il nostro affetto andava a male

E alla fine

Fra olio piccante, olio rovente

E bicchieri lucidati

Di questo piatto di linguine allo scoglio

Ci rimangono solo

Rutti soffocati

Cocci di conchiglia

E un retrogusto di aglio

IL SENSO DELL’UDITO



Vorrei fare l’amore con te

O anche solo con il suono della tua voce

Anzi pensandoci bene

Mi basterebbe sentirti dire

“C’è da pagare la corrente”

“Latte e zucchero nel caffè”

“Posso spegnere la luce”

Vorrei sedermi sulle tue elle

Dondolarmi sulle emme

Aspirare le tue ci

La tua bocca

Vorrei fosse il mio salvagente

Mentre galleggio a vista

Fra leviatani e meduse

Basterebbe poco

(Non romanze o serenate)

Sarebbe sufficiente

Sentirti pronunciare

Tutte le mie vocali inanellate

Ma siccome non è così

Mi tocca inventarmi delle scuse

E nel frattempo mi intrattengo

Con voci altrettanto misteriose

Che insegnano i verbi sulla Bbc

LADYGMA



Ora esco

Però la porta della camera

La lascerò socchiusa

Non si sa mai che tu passi di qua

Per un caffè o qualche altra cosa

Non si sa mai

Che tu debba andare in bagno

E distrattamente lanci uno sguardo dentro

Sembra un po’ tutto arruffato

Come il caos programmato

Di un delitto perfetto

Ma casomai

Tu avessi bisogno di un giochetto

Un passatempo enigmistico

Mentre sei seduto al gabinetto

Potresti provare ad unire i puntini

I maglioni i romanzi ed i bigodini

Chissà quale figura ti verrebbe fuori

Eliminando gli spazi neri

E lasciando al caso tutti gli altri colori

PAPERBACK LOVE



Oh ma quanto ti amo ti amo ti amo

Il mio cuore è tutt’un arrossito, cangiante

Diadema di tulipano

Un sentimento così enorme

Da riversarsi ovunque

Come granelli di sabbia

In fuga da una mano

Nuvole perforate da un aeroplano

Un sentimento

Capace di espandersi lontano

Come banchi di aringhe nell’oceano

 

Ma ora

Come trovare parole adatte

Per non tramutare questo trionfo di luce

In un imbranato leviatano urbano

Che urla sui muri e calpesta i fiori

Fa sciogliere candele

Genera in te soltanto lamentele

Per via del suo immenso deretano

Mi blocca, mi inibisce e mi stritola

Con soffocanti maniere da sagrestano

 

E allora

Ruberò le parole e le primule

A Giulietta, a Isotta ed a Cyrano

Alle Margherite, a Violetta, alla Bovary,

A Danae, a Rodolfo e Mimì,

A Sheherazade ed a Boccadoro

E alla fine farò confusione, temo…

Riuscirò a farmi amare da te

O amerò di più essere loro?

IL GRANDE DIRETTORE (Re Mida)



Doveva essere uno spasso

Da giovane, essere Re Mida

Arazzi e cavalieri ad ogni passo

E tutt’una riverenza di folla

Ossequiosa, spaventata, timida

Bramosa di sguardi (ma solo da lontano

A distanza di gorilla dalla mitica mano

Alfa e omega di quest’ometto marrano,

Inconsapevole, brillante, spregiudicato

Tutto, tutto d’oro laminato)

 

E guai, guai

A non soddisfarne il capriccioso solletico

Sul malcapitato calerebbe subito

Una dorata, maledetta cappa da eretico

E poi

Guanti di latta per proteggere le mani

(Del Maestro i veri unici bambini)

Della preziosa benevolenza

Ex amanti, dissidenti e barboncini

Hanno già pagato la conseguenza

 

Ah che bella vita, che bel piacere

Guardare il mondo dal contorno di un bicchiere

Di denaro e zaffiri tempestato

Non sia mai che un giorno il divino arto

Tocchi carta o salvietta da sedere,

Ne venga fuori un culo inciso e smerigliato

E si debban chiamare fabbro e gioielliere-

Gli avvoltoi calerebbero sul prato

E son già pronti i paparazzi per vedere

CALMA



Quando sono con te

Gli spettri scompaiono

Assieme al mio bagaglio

Di mostri e falsari

La mia fantasia

Depone i calzari

Gli occhi delle gitane

Si chiudono nel loro ventaglio

Di lustrini e malia

Tutto torna reale

Perché è solo la tua pace

A rendere ogni cellula speciale

Nella stretta del tuo abbraccio

Tutti i colori

Non sono più metafore

Di pericoli imminenti

Di battaglie roventi

Di palazzi di Creta

Sono solo righe di lana

Ben accostate

Nella tana del tuo maglione

Vorrei che fossero i tuoi baci

La mia unica, sola

Quieta religione

FIORI DI CAMPO



Potrei fermarmi qui

Un papavero all’orecchio

Un crisantemo all’occhiello

Simbolo impenitente

Di ciò che sta nel mezzo

Fra nascita e morte

Potrei sedermi sul selciato

Aroma di gomme e granoturco

Di autunno raccolto e bruciato

Di ombre infantili alla sera

Porterei un’idea di ferro da stiro

Di quelli di ghisa che funzionano a brace

Per finalmente spianare le pieghe

Dei drappeggi e delle tele

In cui ho nascosto, a braccio

I miei messaggi

(Somigliavano a boccioli di fiore

Di ignoto, incerto

O prematuro colore)

Se solo tu arrivassi

Se con occhi e parole

Mi raggiungessi

Potrei finalmente spiegare la sindone

Prima di nascondermici

E fare di quest’aia

La mia epigrafe

 

Per fortuna

Almeno qui

Ci saranno sempre fiori

HOLLYWOOD



Tutte queste parole

Tutte queste metafore

E figure retoriche

Le esse le erre e le ti

Tutti questi sinonimi

Tutti questi ossimori

E pronomi anonimi

Litoti ed anacoluti

Li ho appiccicati con la malta

E con la lenta ricetta

Della pazienza

Si leggono bene

Solo dalla giusta distanza

(Magari potesse essere

Questa zingaresca resistenza

Penitenza e poi redenzione

Per tutta la mia cattiveria)

E io nel frattempo

Me ne sto nascosta qua

Dietro la coda di una elle

Mescolo ideali e miseria

Accendo i faretti quando è sera

Aspettando un tuo dirigibile

Che squarci l’atmosfera

LABIRINTO



Mi muovo con circospezione

Nel dedalo della mia testa

Anima circoscritta

Fra spigoli di rancore

Muri di timidezza

Siepi di rovi e di more

Ho studiato un percorso ben preciso

Sempre lo stesso

Dormo la notte

Vicino a manopole del gas

Controllo chiavi,

Portiere ed accessi

In questa sicura barricata

Di piccoli gesti ordinari

E ripetuti, lontano dagli eccessi

Ho trovato ormai

La mia area di stabilità

Basta non alzare la testa

Non cambiare lo schema

Perché di là

C’è sempre un Minotauro

Coi tuoi occhi da Gorgone

Basterebbe un solo sguardo

Per diventare statua

E poi essere incornata

In mille pezzi frantumata

Appena un passo al di fuori

Della mia ossessione

GERMI



(Quotidie morior)

 

Casomai ti dimenticassi

Che la morte è al tuo fianco

Ad ogni semaforo

Ad ogni coltello

Nel flacone di acido muriatico

Che la vecchia signora

Ti culla dolcemente

Notte dopo notte

Col suo sorriso permanente

O casomai avessi un momento

Di folle sfida

Contro questa logica

Logorante e omicida

Siamo qui noi a ricordartelo

Facciamo le sue veci

Mentre lei chiude sacchi agli incroci

Casomai si distraesse

E ti lasciasse vivo

Per errore

Siamo già pronti noi

Spettri tascabili

Correremo a saziarci

Dei tuoi occhi e del tuo calore

SOCIAL



Ho osservato il mare di stelle

Qui dal mio oblò telematico

Dalla sala di controllo

Del mio transatlantico

Passo le mie giornate

In un perpetuo Natale

Di pulsanti colorati

Quanto inutili

Spiando migliaia di altri oblò

Boe solitarie

Fra la notte e l’oblio

Aspetto che la tua sirena

Emani il suo raggio verde

E che tu esponga il vischio

E poi aspetterò ancora

Fino all’alba, il levarsi

Del rosso sole della notifica

TRIONFO



Ragazzi, è di nuovo autunno

Ogni viale scoppia di giallo

Il sole è nascosto nei cloroplasti

Di foglie splendenti come lupini

Solo il ghiaccio dei tuoi occhi

Contrasta i rintocchi funebri

Dello scioglimento globale

Inforcherò la mia bici

Ed il mio famoso impermeabile

Cavalcherò onde interurbane

Sarò sirena verticale

Con un paio di auricolari

Conquisterò via Nazionale

Sarò Turandot in playback

E vigili mi inseguiranno

Con profferte d’amore

Come tanti anni fa

Quando analizzavo le tue parole

Con cervello e grimaldello

Sono ancora qui

Sono ancora io

 

ORFEO, ATTO III



Finalmente, finalmente eri mio

Stavamo conversando

Su un canapè borgogna

Avevo addobbato la stanza

Come una tela del Rossetti

Frange, velluti, organza,

Chiome lunghe, ottoni

Paramenti gigioni

La tua lira parcheggiata in salotto

Leopardi al pascolo in terrazza

(Per far colpo anche su mamma

Quando sarebbe giunto il momento)

Stavo per strapparti una carezza

Con la scusa di offrirti un confetto

Ma ecco che fuori, nella piazza

- Un bagliore di lampo

Una sovrannaturale brezza-

E’ passata una stangona in bianco

Linea sinuosa, gamba capricciosa

Capelli d’oro e sombrero di lino

Una Carrà in gonna a palloncino

Ma senza volto, un opale vuoto

Dove hai inevitabilmente riconosciuto

I tratti della tua Euridice

E sotto l’incantesimo

Hai lasciato il tè a raffreddare

E te ne sei andato

Mentre io sono rimasta qua

Con le unghie

A graffiare dei quadri la vernice

Per il prossimo incontro, giuro

A malincuore

Questa stanza diverrà garçonnière di produttore

E vabbè, mi tingerò bionda anch’io

Dalla radice

VETTORI



Riuscirò mai

A condensare tutto il mio amore

E veicolarlo tutto

Nella giusta direzione

Come quei coni gelato a stantuffo

Vaporosi sopra

Ineluttabili nel biscotto

Con il vertice puntato al tuo cuore

E se invece

Non ci fosse più crema

E finissimo io e te

A rotolare nel cono, di sotto

Come confetti impazziti

Finché uno dei due

Non s’incagli nel fondo

Subito sovrastato

Dall’altro, alla gravità

Anche lui

Condannato?

HOMO SAPIENS SAPIENS



Li senti questi tonfi?

Sono uomini

Che dopo aver sprecato metafore

E sbandierato automobili

Cancelli ingrifati

Tosaerba incazzati

Muscoli lucidati

Mocassini scamosciati

(Ma calzini, quelli, non lavati)

Mortaretti esagerati

Complimenti navigati

Hanno finito i sinonimi

Esaurito i simboli

Per determinare

Quali fra loro siano i più fortunati

Sono tutti là alla pesa pubblica

Come montoni spazientiti

Spingono di gomiti e di pancia

Schiaffano ad uno ad uno

Su una vetusta, rassegnata bilancia

(Un avanzo scassato di tribunale)

Lo loro imprescindibile,

Virilissima,

Primordiale lancia

6,1-7,3



E se arrivasse

L’Apocalisse

Mentre noi facciamo la spesa

Alla Lunga Esse

E improvvisamente

Fuori ci fosse

Un’alba atomica

Uno scoperchiarsi di fosse

Una ribellione di flussi

Uno xilofono di ossa

Una pioggia di sassi

Locuste, cobra reali e satanassi

Più nessuna profilassi

Per arginare l’epilessia

Di questa nostra umanità arpia

Cosa faremmo noi

Sparuta e improvvisata

Arca privilegiata

Staremmo ancora a conteggiare

Il glutine del pane

Il ferro della carne

I solfiti del vino

Quando non ci sarà più

Nessun destino?

DICHIARAZIONE DI POETICA



Cammino piano piano

L’acqua rallenta i miei passi

Li solleva, li inibisce

Li fa pesanti come massi

Sinuosi come cipressi

Mi avvicino all’orizzonte

Mentre i miei occhi

Sono per metà sommersi

Per metà asciutti

Compressi fra l’aria

Ed i flutti

Così che io possa

Vedere il cielo

E l’abisso

Come la realtà

Ed il suo riflesso

ABLATIVO ASSOLUTO



Non seguirò il cocchio

Al tuo trionfo di Bacco e Arianna

Non strabuzzerò gli occhi

Davanti alla sua mastodontica

Gonna di panna

Non leverò il calice

Non ti augurerò il malocchio

Non piangerò

Non dissimulerò

Ma sceglierò un gradino

Di pietra svogliata

Mi metterò di vedetta

Ed aspetterò che compaiano sirene

Delfini, coralli e balene

Nella trama della tua camicia

(Non puoi capire quanto ti doni il blu)

Solcherò le tue correnti

Veleggerò fino ad Ogigia

E ti guarderò da lontano

I capelli come Venere

I piedi nell’oceano

Qualche lacrima di sale

Come dazio da pagare

Per il mio cuore che ha sempre saputo

Di essere

Ablativo assoluto

HYPERBALLAD



Guarda adesso apro una finestra

E butto di sotto tutto quello che trovo

Quasi mi auguro che tu sia di passaggio

Quando scaraventerò fuori gli specchi

Car-parts, bottles and cutlery

Guarda adesso spalanco la porta

Mi vesto da cumulonembo

Ed esco a cercare un quadrato di terra

Dove liberare i talloni

Sfogare tutta la rabbia

Rossa come il tramonto

Porterò con me cuscini da immolare

Poltrone imbottite,

Cose soffici da scarnificare

Per un pochino potrò volare

In una sospensione spazio/tempo

Della morale

Finché non tornerò dalla china

Col sudore sulla fronte

Di chi ancora una volta

Sui suoi passi di rassegnazione

S’incammina