G.190

 

1° considerazione sul limbo



Limbo è lo spazio

che si apre tra i nostri visi

e si sviluppa intorno

alla linea dello sguardo.

Siamo in piedi e tremanti

sui fili che congiungono

le nostre pupille.

Nei sogni delle nostre menti,

lì è il limbo,

intangibile, immaginario,

tiranno.

Se interrompessimo la tensione

di quelle corde

finissime,

cadremmo liberi

nel baratro di un bacio,

nel caos di un equilibrio

così naturalmente

perduto.

Ho sognato la fine del mondo



Ho sognato la fine del mondo

qualche notte fa.

C’era una luce forte

e rossa,

c’erano le persone,

ferme nell’attesa

di un segnale decisivo

che non arriva mai.

 

La fine non è mai in un attimo.

Prima viene l’ansia,

poi l’angoscia e il terrore,

strisce di neon

bianche gialle blu

che schizzano da ogni occhio.

 

Ci accechiamo

e ci avviamo.

Da sopra



Formiche sinusoidali

s’inseguono

sul bianco marmo

e lasciano le loro scie.

Venature

d’inconfondibile passato.



Piego a destra e a sinistra

e mi muovo verso

la prima luna

mentre l’ultimo sole

muore alle mie spalle.

Sono libero.

La grazia non appartiene a me,

ma curvo

e taglio

con grazia.

Quel cerchio incastonato tra i pini

e le vette

è una stampa degna di artista.

 

Dovresti avere la mia stessa velocità

per capire cosa provo

e sentire lo stesso vento

che sento io.

Se ti sforzi

e lo immagini sfiorarti i capelli

per me può bastare.

 

Se fossi la mia ombra,

capiresti tante cose,

e oscilleresti

in moto armonico

seguendo la scia del mio pensiero.



Noi due

funamboli

su di una corda di convenzioni,

di luoghi comuni.

Tra i tetti, invece,

infiliamoci i ponti:

tu da qui puoi ottenere una visione diversa,

io viceversa.

Consideriamo i materiali.

Prendiamo le misure.

Ponderiamo il progetto.

Incontriamoci a metà strada

e poi buttiamoci a capofitto,

giù,

in profondità.

La ricetta



Quali sono gli ingredienti

per cucinare l’oblio?

Cosa serve? In che quantità?

Qual è il tempo di cottura?

Ci deve essere un libro,

talismano della nonna

che conserva

il segreto.

Vado a tentoni:

un pizzico di questo,

mezzo cucchiaio di quello.

Senza logica

preparo marmellata al fiore di loto.

Io, che non l’assaggio,

mi diverto a confezionare

i barattoli.



Investita da un fascio di luce

la polvere

si anima

come un vortice di neve

che mai si posa

e nasce dal nulla.

Non mi accorgo

di far parte della tempesta,

ma solo del ritmo

che detta i movimenti

dei granelli.

È lo stesso che segue

l’astronauta

mentre orbita,

perso;

che fa slittare

il mio corpo supino

nel silenzio delle correnti

immerso.



Un vento di dubbio

spira

e porta con sé

la nebbia

che stamattina offusca

la piana dei miei pensieri.

 

Immagini sfocate

di facce conosciute

si frappongono,

si mischiano.

 

In questa osmosi

mi barcameno

senz’appiglio.

1° gennaio



Contiamo gli anni a partire

dalla nascita di Cristo,

il 25 dicembre dell’anno zero.

Perché allora il primo dell’anno

è sei giorni dopo?

Perché si vuole festeggiare ancora,

ancora.

E nelle modalità più pagane possibili:

mangiando

e bevendo il vino.

Mondo ipocrita:

oggi è come ieri,

solo un po’ più in là.

Spettro elettromagnetico



È quando mi sposto

su una frequenza diversa

dalla tua

che lo stomaco mi parla

di come stanno realmente

le cose.

Servirebbe che questa melodia

durasse qualche secondo in più,

che questo testo avesse una

mezza strofa aggiuntiva

tale da farci oscillare

un altro po’

sulla stessa lunghezza d’onda.



Non voglio sognarti,

non voglio pensarti,

non voglio fantasticare.

Non voglio evitarti,

non voglio trattenermi,

sulle conseguenze non voglio ragionare.

Dal momento in cui

dischiudo gli occhi

sulla buia realtà circostante

e riordino il sogno

appena concluso

so cosa voglio:

averti.

 

Tu,

seconda persona singolare

che cambia nome proprio

ogni notte.



I miei genitori

conoscono a memoria

ogni singola angolazione

da dare al lenzuolo

mentre lo piegano:

senza esitazione

lo tagliano

due volte in largo

una volta in lungo

fino a che papà

non completa il lavoro

aiutandosi col mento

e con il petto.

 

Sono così

abituati

alla vita.



Umani,

animali,

vegetali,

macchine inanimate,

cose:

esisteremmo se non sentissimo

un bisogno costante,

qualunque esso sia?

 

Non credo che continuerei

ad essere

se non avessi sempre

un desiderio

che mi infuochi il torace

e mi lasci insoddisfatto

come quando dài tutto

e ricevi metà.



Mi accorgo di quanto

non sono convinto

delle cose che dico.

Sputo dalla bocca

saggi ragionamenti,

pensieri profondi,

infinita conoscenza;

ma solo raramente non mi sento

un falsario.

Come un falsario infatti

creo insiemi di parole

fatti apposta per te,

interlocutore perso

nella vastità dei mondi che invento.

Non c’è nulla di male:

la voce è fatta per cantare

e ognuno ha la propria intonazione.

 

Io, in realtà,

alla sera

prediligo disegnare curve che,

integre e imperiture,

silenziosamente

mareggiano

sulla bianca riva.

Attrazione



Ingiustificabile.

Imperdonabile.

Impossibile!

È impazzito.

 

Inenarrabile è l’errore

che desidero commettere.

Il primo uomo,

tentato,

ci costrinse alla finitezza:

io,

se persevero,

apro le porte dell’Inferno.

 

Eppure, continuo.

Con un’idea:

che trovi nello sbaglio

il Paradiso Terrestre?

Chi resta



Mio padre piange ancora.

Mia madre ascolta

e tace.

Elena vive leggera,

in pace.

Io penso alle parole spese

per chi mai le udirà.

 

È frastuono lamentoso,

la vita:

ci introducono le materne grida

poi all’unisono un singhiozzo

ci accompagna all’uscita.



Fumo le sigarette perché

quando penso, con le dita appoggiate

sulle labbra,

sento l’odore che poi

riconosco

sulla mia maglietta.

E mi sembra quasi

di abbracciarti.

Di domenica



Dopo un po’, alzarsi;

colazione. Poi pranzo, in un attimo.

Ci si riposa.

Si legge.

Si studia.

Cena leggera, e a letto,

come ogni sera.

 

(Com’è frustrante la ripetitività.

Com’è malinconica la banalità)

 

Di domenica,

mi sveglio e ti penso.

Basta questo per renderla

così.

Alla mostra



Oggi che è domenica

dovremmo stare vicini

io e te:

tu davanti a un dipinto di Hopper,

nei suoi panorami immersa;

io spettatore distaccato

che osservo il reticolato dei tuoi capelli

che s’interseca coi suoi tramonti.

La luce di un bar che

fuoriesce dalla tela

immagino abbia un certo effetto

sul tuo profilo:

avrebbe forse un riflesso tale

che capirei

cosa sto aspettando,

se ti sto aspettando.

Camminare nel quartiere tra casa mia e casa tua



Domani sveglia presto

mi fermo mi giro non vedo nessuno

ti cerco nel vetro del portone

vedo il mio riflesso

poi qualcuno fuma

qualcuno ha il cane

qualcuno chiede alla sera urbana

dei perché insperati

qualcuno si affretta per l’ultima corsa

della metro B

 

Se ti trovo

se mi trovi

raccogliamoci balliamo stiamo zitti

è uguale

Volando



Questo tetto sfumato

con cornice infuocata

supero

bucando l’aria.

 

Visione complessiva

pacata,

viva.

 

Mi culla,

il cielo pauroso,

mentre viaggio fra i suoi strati

e sogno il successivo.



Guarda

il blu notte entra dalla finestra

quando ancora è crepuscolo.

Si prepara

ad annerirsi dentro di me

appena capisco

che su questo divano manca

la tua mano sul mio petto

e al futuro

la tua dolce essenza

di vento

Cometa



Un mostro infuocato

appassionato e rumoroso

sfreccia nel cielo

e mi lascia di stucco:

è una palla irregolare

che s’insacca nella sua fine

e mi permette

di sospirare.



La solitudine mi fa svenire.

Da solo, però,

percepisco la bellezza attorno a me

con un gusto tutto nuovo:

la prendo così com’è,

senza un fine.

Allora faccio tesoro

della mia malinconia

e spero che

mi ripagherà.



Tu

che con me

parli

o tu

che, assorto

nel viaggio,

non sai che

t’osservo:

conosci questo mio

dissidio?

Saresti in grado

di ascoltare

le urla che

strozzo in gola?

Sarai tu

a liberarmi

o anche tu

aspetti?

 

Passanti,

amici,

fratelli:

mi domanderò sempre

qual è

la vostra storia.

Maledico me stesso



Mi privo del piacere

solo per dare ragione

alle mie paure.

Le occasioni,

i giorni,

qualsiasi secondo,

scivolano dalle mie mani.

Acqua fredda che

tra le dita

scorre e s’insinua e cade,

perduta,

nel tempo che fu.

Chissà



Chissà se stanotte
scriverò di
una carezza per dirmi “va bene”
o di quelle parole per dirmi
“addio”.
Chissà se verrai con me,
chissà se te lo chiederò.
Chissà se è fattibile:
partire
alla volta del mare,
tuffarmi fra le onde
delle tue braccia
e riemergere già vecchio
e navigato.

Senza titolo 2



Ringrazio il caso

e i miei genitori

che sono vivo

e che vivo la mia vita

come viene.

Che arrivo a questi

momenti

per cui ho

da ringraziare.

Che posso guardare

ciò che più amo,

sia che lo raggiunga

sia che rimanga

a portata d’occhio.



Due ombre

appese

ballano al ritmo del vento

su questo mare.

Finalmente



L’energia del tempo

si conserva tra i nostri petti

nella durata

di un abbraccio.