G.21

 

Le cinquecento poesie non dette



Allora,
Le cinquecento poesie non dette.
Le ragazze che mi fanno del male.
L’assenza di nobiltà che mi spinge
a fagocitare pagine che perdo l’istante dopo.
L’ansia, asintomatica,
che mi agita per nessuno scopo.
L’orizzonte spezzato da montagne azzurre
che cerco di respirare, stretto
da alveoli difettosi.
La voglia di piangere,
di non scrivere sempre lacrime e spine.
Il mio centro sporco
che spinge l’amore lontano.
Tempo ed energie esauriti
a costruire frasi non-belle, non-necessarie.
Le persone che sono folla, e nemici o schiavi
ed hanno aghi e sangue e sguardi, come me.
L’esibizione permanente, mortale.
Lo sguardo che sento SEMPRE dietro di me,
ora di donna.
L’immaginare le sensazioni degli altri,
incapace di sentirle.
La fatica di avvicinarmi a loro.
Secondo crollo-
Mi ascolto e me ne vado
ma dove?

27/04/2016



Parlami del tuo amore.
“Amo te perchè odio la figa”-
-Stereotipi.

-Aggredisco le tue parole, mi dispiace.
Ma non ci sono, non più.

-Le macchine mi portano via,
i tuoi abbracci sono distanza.
Venire da te e avevo paura.

-Di cosa?

-Di solitudine, del tuo provarci.
Ma sei rimasto fermo,
ti ho amato per questo.

-_________ ___

-Parlami.

-(Non so cosa dire)

-Io sono, tu sei.
Abbracciami.
Sono oltre te.
Mi sostieni, accolgo gl’incubi.
Grazie. Grazie. Ti amo.

(Parole sparse, non più necessarie)
-I baci sono ancora goffi,
ma lo sai.
Lo sai, che cercherò la tua voce.

Giochiamo distanti.
Raccontiamoci.

-Abbracciami.

-Ti amo.

01:12, 19/05/2016



Tutte penose astrazioni.
I miei denti marciscono, invisibili.
L’aria stride e si affanna.
Le linee dei quadrati sono troppo dimensionali
-chi ha fatto questo pessimo lavoro?-
Posso distinguerne sfumature e realtà e non voglio.
Per favore si faccia da parte,
con le sue stupide noiose astrazioni.

Seriosa esibizione di contegno e paternalismi
per rispondere a false accuse del dormiveglia.
Ma stiamo calmi, calmi
“Posso spiegare”:
la confusione coesiste con Dio,
che è inesprimibile
se non tramite delimitazioni ed ossequi
che non piacciono, annoiano
nel perenne ripetersi di precetti statici
che non hanno idea di ciò che significano.

Totale immersione nell’assenza di giustificazioni,
nell’apparente cecità sensitiva, abile e saggia
che vive

Come faccio io ora per scrollarmi di dosso la colpa autoimposta
del NON DARE SPIEGAZIONI E VIVERE NELLA PARZIALITA’
MA CHE NOIA ORA RUTTO MI STIRACCHIO E DORMO E SONO SONO
NELL’ASSENZA DI ARROVELLAMENTI E NELLA TOTALE PRESENZA NON DETTA
PERCHE’ LEI LEI GUARDA E VIVE MUTA

18/05/2016



1) Inspiro (3 secondi) espiro (2 secondi e mezzo),
accettazione del rifiuto dell’unica donna-mano-salvezza
adatta a questo momento di solitudine,
salvezza illusoria che mi avrebbe condannato alla fuga
a calpestare le mie quasi-lacrime.
(Cerco suoni che mi accompagnino nell’ora di agonia,
ora di istanti di lotta nervosa,
ora che si illuminano i dubbi sul senso e
le buone ragioni schiave di rintocchi “armoniosi”.
Pensa, pensa.
Un po’ Yuri, un po’ Percepied.

2) Prati invernali di officine che sbuffano,
tagliati dai nostri percorsi casuali
alla deriva nelle ore perse-trovate a divagare insieme-
L’aria grigia dell’affanno di guance bianche
(le tue di più, più perfette
che toccavo sarcastico e
difendevo da mente di giudizi ordinatrice)

Questa la visione di un attimo,
che mi toglie 300 battiti e 2 gocce d’inchiostro
nostalgia noiosa di immagini consumate dal mio ego-
Bisogno di debolezza-facile bontà indifesa
ma
Tutti modi per ______________

17/05/2016



Sottile, studiata maschera
slanciata senza cognizione di causa
nel personale spicchio di vita,
nell’esigua disponibilità di spazi e battute-

Qui frammento pulsioni isteriche, sanguigne
di ciglia pensose ed empatia
sacrificata per due o tre parole vuote,
conquiste di una sete resa inutile
dall’aridità del mio deserto-anima

Fuggo dalle donne e dagli sguardi
ora che sono inadatto a luce e sorrisi
e la lingua incespica confusa di terrore,
terrore di non-necessità e distanza

Le stesse donne che mia mente chiama
per dire “Non ho nulla da dire”
e sparire, ritagliare legittimità
in una sentenza storpia e fragile che non nasce da me-

Io sono orfano e vedovo e sterile,
devo essere padre-donna-figlio
o ucciderli tutti
e dare una scrollata al mondo di inconcludenze,
al mondo di imitazioni di sè,
e al mondo di altri mondi
fuori dalla mia mente

12/05/2016 (2)



Le romanticherie mi stancano-
strade pedonali passate a saltelli
con rose e tulipani in mano,
e l’assenza di poco conto
di compagna fuori dal mio ritmo

Torno indietro-rannicchiato e nudo
ma con occhiali che non mi servono,
e due oggetti-penna e foglio-
schifosamente lenti.

Vedo una rosa rossa con sopra sperma,
quadro prototipo di collezione di Forza,
di rotoli di carne marcita
o troppo viva per non ammalarsi di desiderio.

Desiderio d’incompletezza
Della pienezza
del soddisfacimento dei desideri che odiamo,
questo è troppo anche
per gli incantatori della propria mente.

Siamo alberi e mare, e uccelli
e incesti nascosti
nelle pieghe di coscienze impaurite.

Lascia, sgorgo dalla mia mente
con fatica e ribrezzo,
nascono perversioni di costole agitate.

Scosse dalla vita che mangio a forza
nell’amarezza e nei conati dell’uscita dagli specchi,
da tutte le storie che mi racconto.

11/05/2016



Immagino le facce dietro le vetrate sopra di me-
Schiaffi di bimbo spezzano la contemplazione,
ritorno al mondo di chiasso con rabbia
(Più Viva)
Guance livide e gonfie
Ricerca ingenua di concetti
Addestrato a fiducia ed inchini-

Desolazione di versi immobili e vani.
Le mezze stagioni sono ancora acerbe.
Casualità e piccolezze e banalità.
Riassemblo diversamente lo stesso Caos
gli stessi calzini sporchi
e i pennarelli che cercano
nevroticamente
cose da notare per
non farmi sentire solo solo solo

E Che schifo gli enti universali
che mi ronzano in testa alla stessa frequenza,
dopo anni ad affinare le debolezze
e sistematizzare incapacità,
nascoste per qualche giornata di Sole,
e sfogliarmi dopo indigestioni di Luce

06/04/2016



Sono io che non ho altro da fare,
non le donne schizzinose
che non hanno corpo,
a cui riempio la bocca col mio disprezzo.
Cohen è una parte, e non mi basta.
Uno straccio di tempo,
che spendo in versi facili,
nella delizia di un compagno ubriaco,
delle sue frasi buffe.

Sono io che guardo altrove, e ho fame
di tutte le facce smorte,
fretta di scoprire Purezza,
Arte di improvvisare,
senza spaccarmi la testa su ogni parola.
Un amico mi ha detto “Rivivi”,
ed io ci provo ad ogni poesia
senza guardarmi indietro.
Lo farò quando sarò forte,
quanto basta per Fermarmi.

Ma rivivo nella stessa Vita,
i paradossi mi burlano.
Mi rinnovo con gli stessi espedienti,
le stesse leggi.
Adesso lo so, mi libero
dal peso della forma.

La prossima nascita
mi fermerò senza bisogno di attriti,
e camminerò senza bisogno di ragioni



I ricordi del mio migliore amico
nascosti in una canzone senza parole.
Ho caldo e le lacrime mi rinfrescano-

Gli archi gli archi partono e
il Sole non c’è ma sorride, sorride

Un sorso di birra non bastava.
Gli impedivo di frustarsi,
amando il suo dolore

Ora ora ora penso a scorrere e
sto già rallentando,
la mia libertà si brucia da sola

Sospiro di oggetti, di freddo
di un tiro di canna che mi rallenta,
di un’amica andata avanti senza di me
Sorride e mi sta sopra, poi si volta

“A presto”, un presto che non desidera.
Mi ricorda di amarmi ed io
mi tappo gli occhi a metà,
per avere ancora una scusa
e stare fuori, ubriaco di pochi sguardi
felici, perchè sfocati



Ho sempre saputo (da più che ieri)
di non aver mai smesso gli abiti
del mio narcisismo.

Erano solo bruciati, strappati.

Attenzione a non fidarsi.

I miei morsi sono sorrisi
gentili e vuoti.
Coprono il mio compiacimento.
La mia capacità di Essere
solo adorandomi, nascosto.
“Anche quello è meditazione”.

Ho mangiato e celebrato
i miei pregi di carta,
di ricordi utili solo ad essere detti.

Finchè una Dea molesta mi ha spezzato.
Ho parlato con la sua bocca,
sapevo tutto, spossato.

Scagliato in una vecchia vergogna
che non posso ignorare.
Gli spettatori-amici sono inutili, rischiosi,
adesso che ho perso la Voce



Dita sporche di zucchero avvolgono
piano il gambo di una rosa senza più spine.

I brividi entrano, senza tremare.
Uccido una zanzara e la poesia-

Gli odori del porto e della sera
mischiati ai tulipani, la rosa
ceduti da un profeta ambulante.

Sguardo di passante che indugia
sul clichè che vesto,
il silenzio, il quaderno.

Ho provato a commuovermi
qualche ora fa, ci sono riuscito.
Ingombrato dalle domande di mia madre.

Mi concentro sul mare ondulato,
sul traffico dietro di me,
sui sensi che prendono Vita.

Tornare a Casa.



L’ignoranza prende la forma di un dito indice.
Mi schermo in un crogiolo di dolore a metà.
Due tipi, uno inetto,
l’altro rimpianto
del tempo che devo ancora sprecare.

Le scritte per cui non avevo orecchie
si accendono.
Seguo a fatica il mio sangue
spinto in avanti,
i paesaggi che ammiravo lontano,
cadendo all’indietro.
Li seguo con esercizio di mani, sto fermo.
Li incontro e non sono più estranei,
sono con me.

Conosco Pazienza,
ascolto il mio tempo.
Così, nessun ritmo da perdere.
Trovo le chiavi e gli accordi,
le idee sospirano in basso.
Lo schifo è un altro figlio di Dio,
gli tendo la mano.



Baciarti l’alieno disegnato sul fianco.
Confidenza.
Mi sveglio presto, dormo, mi sveglio tardi.
Ciclo di solitudine, intimità.
I passi di mio fratello, strascicati.
Rifugio dietro la porta, dietro un “forse dorme”.
Forse la aprirà, dubbio mite.
Realtà che scopre voluttà di poesia.
Qualche consiglio ad un’amica indifesa, impaurita.
Nobile e rigida aulicità, ne sono già stanco.
Gridare versi in faccia alla folla
spezzare tutte le pretese, le pose.
Passi eleganti che non guardano il pubblico.
Nascondo a me la smania di scontri.
Solo a me, degli altri poco importa.
Scivolo nel mio tentativo di essere donna,
cattivo gusto-stonatura-snaturato.
Voce lirica di dolori composti,
non è la mia. Caricatura.
Aspetto i versi che portino una fine
ma gli espedienti ritmici
anche loro mi stancano, mi fermo.



Mi aspettano feste
a cui forse non prenderò parte.
Il mio nucleo silenzioso viaggia veloce.
Aspetto bocche da baciare
senza essere pronto.
Ho condiviso follie ordinarie
guidato da una delle mie amanti.
Un comico rideva profezie e Vangeli,
odiavo il suo pubblico ottuso.
Il divano ora è vuoto, guarda la strada.
Mani su mani tu tombe di polvere.
L’angoscia dopo la foga, squilibrio.
Lei capisce, io le sfilaccio le calze,
indugio piano sulla sua pelle-
Avido di cose non commestibili



Benessere esibito per offendere e ferire.
Vedo fame di altro tipo,
fame di volti in difficoltà,
di sovrastare,
essere Solo.

La paura di scrivere torna a trovarmi,
la Perfezione di prima non mi sta più.
Perdo la forma-
Ora Scomodità è l’Unica Strada,
l’Unica Pausa, l’unico fotogramma.
Vivo a disagio
tra concetti espressi a mezza voce-
Sto bene, felicità costruita, sterile.



La gente (non) mi guarda…

Mi godo le gambe di Biondina qualunque,
occhiali, occhi grandi,
mani anellate di regina.

Collant e parigine.
Penso a come la mia mano
scivolerebbe dalla caviglia, al ginoscchio, e più su.

Bevo la mia birra in plastica di poveraccio.
Capelli in disordine, polso cinto da bracciali
rubati ad amori non corrisposti.

La bionda si alza,
vedo difetti sotto il velo grigio.
Ecco perchè amo da lontano,
non voglio dettagli o interferenze.

Altra bionda, altre cosce velate.
Dimentico ripensamenti di poco fa.
Quel che rimane dei miei ormoni
(sfasciati da compulsione erotica)
si innamora

Ubriaco non abbastanza e triste dentro macchina non mia



Dio porco dio porco dio porco-
Mi consigli di scrivere,
scoprirmi a me stesso.

Ha visto già troppo
non sarà mai mia.
Nessuno lo è.
Lei è oro.
Lei mi vede, capisce,
va altrove.

Ama una donna.
Non saprà mai nulla
Nulla.
Nulla.
Ho paura del nulla tracciato dal mio corpo.

Nessun occhio.
Solo analisi mute, distanti.
Non posso scappare.

Ogni pensiero, ogni frase
Studiata per colpire qualcuno.

Ma chi?
Amo solo chi non si fa colpire.
Sfrondo le cerchie di miopi,
guardo mi chi ferisce.

Zitto. Apriti al vuoto,
lascia che ti riempia-

Vago, gli occhi muti, socchiusi
Quelli che tu mi chiedi sono vuoti.

Ho costruito ogni momento.
Tutto crolla,
tutto il sopportabile
Da solo, senza gli aghi di un cieco-
Sono io lo sporco.
Uso a disprezzo e indifferenza.

Ho bisogno di Nulla.

COSA AMO?
NON POSSO.
DIO PORCO.

Giubileo di vite mi urla di fianco,
non sento.

Forza, trattengo il Caos.

Mi abbasso? Mi sdraio?

La mia vergogna non finisce,
non ha oggetto nè forma.
Vive con me,
paura della paura dello schifo.

I miei arti sfasciati-
Nessuna scusa

Le vene pulsano nelle mani,
il foglio accoglie il mio vuoto.

Nulla da dire.
Nulla da fare.
Ora sto bene, respiro,
nessuno mi guarda

PIENO DI CAOS



Nascondersi in ruoli altri
per non cercare il coraggio…
Devo rispondere a me, alla musica.
Mi sorride, mi conosce.
Mi, mi, mi.
Sempre io, Solo come Voglio.
Mia strada, mia mente, mie urgenze…
Solo ogni tanto le proietto fuori,
le cedo per qualche minuto
per seguire, scambiarmi col mondo.
Poi se ne vanno, riprendo i miei stracci
Non c’è spazio per altri.
Trovo la solitudine
nel calore sei Soli che mi ruotano attorno

Io Non Sono Io, io Non Sono Io, io Non Sono Io.
Sono l’urlo del compagno apatico,
sono il mucchio di arti sudore e sangue che oscilla,
l’aria che scoppia di Solitudine
Il Vuoto che Unisce, vuole riprendersi spazi
occupati dall’ansia, l’apnea.
La Mano di Dio che ditrugge…
Sono ancora fermo, ancora chiuso, ancora singolo
Ancora staccato

Solo i sorrisi gli abbracci i baci mi schiudono.
Voglia di scoppiare, scappare dalla fuga,
ESSERE qualunque, chiunque

E metto ogni diverso me Stesso su carta
“Voglio creare qualcosa di bello”
“Voglio stupore, amore, ammirazione”
“Voglio capirmi e Stare male, capirmi e Stare Bene.”

Ora? Che cosa? Ora non so
Le domande da porre, i “Se” da mischiare…
(Sylvia Plath e le allucinazioni)
Come finire, e cosa, e come, e L’EQUILIBRIO

“Ma la Risposta è Fanculo, ciao”
E le mie ansie pensano a modi
per nascondere la mia lentezza.
Sono indietro e Monoforme,
UNIFORME, peccato schifoso
Clichè Clichè
Segui il filo, la consegna e
15 assicurato ma
Fanculo, ciao

Non posso lasciarlo così o
Mi fai parlare?
Basta, che palle.
E smetti di abbellire la merda



Io



La durezza schietta dell’assenza di poesia.
Se potessi ne piangerei.
Mi dimeno, insofferente.
Malignità altezzose mi instillano un dubbio…
Ieri così fluido, così Tutto.
Non importa cosa o quando o come.
Mi scrollo di dosso i “Se”, i “Ma”.
Testimone di una sola realtà, in fine.

Amiche accettano il non-desiderio.
Vogliono labbra, corpi, carezze, e così io.
Scivolarsi addosso nel calore crescente,
Empatia illusoria…
Mezzi per Sentire noi stessi.
Ritorno ai sensi, li educo.
Pallore di gambe, penombra,
Bellezza che lascio da sola, intatta…

L’Amore sceglie una forma da trovare.
Sono io Bambino che gioco a scappare,
A gioire ed Unirmi, a Volere.
Ho pochi giorni, l’aria è vivida, colorata,
Troppi sorrisi per sceglierne uno.
La mia anima gioca, neonata.



Dovrei scrivere qualcosa a questo punto?
Dovrei? Dovrei? Dovrei? Dovrei
Ma non ho nulla da dire e
Belle parole per chi è come me
Per stabilire una benevola gerarchia,
e Nutrirmi di
- Passi sopra di me
Stili diversi?
Cristo.
Quasi sesso e baci aspettati e
“Non sono più quello di una volta”
Ricordi i vecchi tempi?
(Due giorni fa)
Aborti che non concluderò,
Deformi e di cattivo gusto
Pieno di me o completamente vuoto

(Elenco di Muse private)

Mi basto io, che sto fin troppo bene così, un po’ solo
La mia mente mi fa compagnia,
E le strade che percorro tutte insieme
Un dispiacere d’amore?
Io penso all’Amore, non alle sue imitazioni,
al freddo da trasformare,
ai sorrisi da creare e toccare,
a Vedere.

Comparse, passanti, tutti.

Che palle.
Che palle.
Che palle

VUOTO A CHI?!?!

Boh boh boh boh
boh boh
boh
boh



Devo baciare qualcuno devo baciare qualcuno
E unirmi unirmi Unirmi
Le labbra sono sbagliate, non devo
Ma DEVO toccare qualcuno e la Vita
E il fuori di me fluttua e pulsa e non sa nulla

Se solo sapesse quanto,
Quanto vorrei aprirmi in due
E inondare il Mondo di tutte le particelle della mia coscienza
Di Baci spasmodici che non ho il coraggio di dare,
che non posso ASSOLUTAMENTE dare.
Cosa sono, cos’è quest’ansia di ossessioni che mi Uccidono?
Ma Pulso Vivido, il calore aumenta ad ogni respiro

Penso…a me che calpesto le linee
Avanti e indietro
Alla disperata ricerca di Simmetrie
Per tenere TUTTO sotto controllo,
misurare, ordinare, catalogare.

Non mi contengo più, devo Uscire.



(1° tentativo)
Ogni cellula mi spinge ad alzarmi…
A scoprire, evolvermi.
Posso essere ciò che voglio.
Basta Tv, anestesie locali.
Mi tengono sveglio,
Davanti a un’anima in coma.
Paura di che?
Vedo solo con occhi che non guardano Niente.
Tutto è informe, i contorni si mischiano,
I colori ricadono su di sè,
E Vedo bianco, solo Bianco.
Non sono, non sono, non sono.

(2° tentativo)
Rumori bianchi, per dare forza al silenzio.
I miei versi viaggiano in portafogli di sconosciuti,
Figli sbagliati.
Non posso impedire ai lupi di potarmeli via.
I miei segreti, ceduti per un perdono, una carezza…
Ma stiamo lontani, per favore.
La mia fame consuma ogni mano
Tesa verso di me.
Devo sopravvivere.

(3° tentativo)
No, Basta Così
Ogni momento è qualsiasi cosa.
Mi affaccio all’Illuminazione, fa caldo.
Ma ora posso scorrere
Prima di me, sopra di me, Insieme a me



Mi ricordo di te.
A tavola, Normalitá è la bugia piú complicata.
Ti ricordo, la fame d’aria mi assale.
Mi accorgo che tu pensi ad altro, forse cogli il mio desiderio.
Lo schivi con la finezza, l’eleganza che amo.
Ti uso per sentire qualcosa.
Non va bene.
Sento di nuovo squilibrio, miopia.
Odio scrivere d’amore.
Parliamo di musica, di sesso, di dubbi.
Parliamo e basta,
Chè è l’unico modo per sfiorarti.



Odore di fumo nella sua macchina.
Progetto di farmi un’altra ragazza.
La amo.
La amo con i pochi, goffi moti del mio cuore sgraziato.
È una brezza lieve sul mio mare immobile.
Le racconto di tutto, mai di me.
La ascolto. La ascolto.
Le sorrido quando non mi vede.
Pioggia, freddo, attese per lei,
La porto al cospetto di sue vecchie amanti.
La mia miseria si svela.
Il mio ruolo, devo starle lontano.
Lontano.
Come potrei toccarla?
Non ci sono.
Lei è vivida, le sue mani guidano la musica,
Canzoni che le ho sospirato.
Ora Indifferenza, forse accenno di pianto.
Lascio andare, il battito accelera,
Rallenta di nuovo.
La distanza mi culla, posso Vederla.
Non avanzo pretese sulle dita, le labbra.
Ci scambieremo poesie, senza Toccarci.



Nessun estro, una Sola meraviglia
Di acqua limpida e Leopardi e mio fratello
Visioni sparse, lampi di immagini-Isole
Non so parlare, non so congiungerle
Urla di gabbiani sfocati
Mangio il Mare all’insù
“Ero ubriaco, scusatemi”
Mani rotte coscienza persa
Quanta fatica bere, adesso
La mia gola è bloccata,
Voglio Buttarmi Fuori

Attese caotiche in una fermata
A pelo d’acqua
“Per cosa sto andando?
Cosa cerco, da cosa Scappo?”
Era tardi, o troppo presto,
E bevevo cioccolata, guardandoti
Chiedere i tuoi biscottini
Lontana, non hai mai sentito
La poesia col tuo non-Nome

*
Allucinato, confusione
Sto per crollare di nuovo,
Smetti di guardarmi
Di cercarti dentro di me,
Di sputare giudizi
Solo nella mia testa,
Perché là fuori, anche tu
Sei troppo lontano
Per vedermi



Pomeriggio da cinquanta minuti.
Quindici gocce di brina, sul vetro
La bruma è una bella parola?
La usasti tu, in una poesia
E io, provando a Toccarti

Ma a volte va bene
Discordare da sè,
La coerenza è morte.

Il tempo scarseggia
Con le mie idee.
Nessun estremo, ora
A turbare il mio Nulla,
Il mio Poco.

Oggi parla Normalità,
E’ un giorno qualunque.
Sono Uno qualunque.



Che tanto ogni dolce lacrima,
Esalata in singulti di triste piacere
É solo nostalgia
Di attimi mai vissuti

Tra paura e noncuranza
Ci siamo trascinati avanti
Schivando la vita, eleganti
Penosi schiavi di un “E poi?”

Siamo vuoti, fagocitiamo
Attimi di seconda mano
Godendo di melensi dolori.
E gli abbracci volano altrove
Mentre cadiamo, ancora soli
In questo gelo impietoso

Adesso viaggiamo insieme
L’ultima volta, gli ultimi passi
Piegati sul nostro petto,
A pensare chi ci circonda
Senza ancora vederlo



Ghignano i begli angoli dei palazzi
Lampade disturbano il quieto vuoto,
Dietro selva di profumi senza nome
E accordi sorridenti
Sussurrati da mani sottili
E smorfie perfette
Un castano reticente
Ricolmo di visioni audaci

Scale che portano al cielo
All’infinito, azzurro niente
Ti raccontavo di segreti informi

Formiche sul mio corpo,
Gli acidi e mio fratello
Bugie rumorose

Vorrei esser mangiato in silenzio
O tra urla penose
O meglio, sorrisi e sottili constatazioni
E morti di passaggio

Caldo centro del mondo
Mi scivolo a fianco, esausto

Ho vissuto nelle labbra storte
Del canto di amici incoscienti
Nel miscuglio di anime confuse
Da sprazzi di ingannevole sobrietá

Riuscivo a sorridere, nel chiasso
Muta nota di sinfonie d’altri



Sto sulla riva di questa cittá straniera
A cercare le armonie
Che mi giocano accanto
Un insetto nell’acqua si dimena, disperato
Crea cerchi perfetti, onde silenti
Sul morbido tremolio delle onde.

Il vento si alza, si fiacca il giorno
Un bicchiere ondeggia sul canale grigio
Non ha con sè alcun messaggio,
Prezioso vuoto annacquato

Lotto coi miei occhi, come ieri
Tra le insegne buie e le occhiate
Di sfuggita dei passanti distratti
C’ero io, in ognuno dei loro biasimi
Di quei consensi accennati

Occhi sbarrati, ciechi
Cerco di sentire oltre me
Ma i sensi sono bruciati, volti all’interno
Isteriliti, scrutano il mio buio immobile.

E attraverso piazze giganti, prego Atlante
Affranto sotto l’universo stellato
Chiedo carezze alla musica, risposte ai dipinti
E sento solo vuoto silenzio, ancora
Scuoto il corpo esanime. coperto di schegge
Ghiaccio mi taglia le dita, dalla mia bocca
Non sgorga urlo, non sangue dalle ferite