G.22

 

L’attesa



Lizzy cara,
mai è un tempo così lungo,
più lungo del sempre,
più lungo di queste vite labili,
che odorano di morte e rose bianche
e c’è del coraggio nella disperazione,
nell’aspettare invano e consapevolmente
che il tuo dolore vada via,
nello sperare che ne arrivi un altro,
purché sia diverso,
purché non sia il tuo,
purché ti porti via da questo impasse,
al limite tra il tanto e il troppo.
Oh Lizzy cara,
non piangere per me,
aspettami dove sai tu, piuttosto,
verrò a cercarti sul mio comodino
e ci faremo forza a vicenda,
quando la notte è troppo buia,
il giorno non sembra arrivare
e i ricordi non ti lasciano dormire,
e rideremo della nostra fragilità,
di tutte queste pagine macchiate
dalle lacrime che non trovo più
e magari, soltanto per stavota,
facciamo che me le presti tu.

Puglia



L’ultima lettera fantasma,
di un lunedì mai scritto,
parlava dei quindici anni,
memoria di notti rubate al sud Italia
e cuori mai restituiti
agli illegittimi proprietari.



Le ceneri di me stessa,
polveri così sottili
da essere le stesse di tutti.
Perduta identità
di ogni parte di me,
di tutte le persone che sono,
tranne te.
Tranne te, che sei la colonna
di un tempio crollato
di mille dei pagani,
l’unica rovina che rimane
a ricordare al mondo
le sue infinite preghiere.
E non importa più il dolore,
qualsiasi guerra combattuta
in nome di un dio migliore.
E ad ogni altra colonna crollata,
in tutto il suo fragore,
rimane solo la sensazione
di un destino già visto,
segnato fin dal primo blocco,
che è l’essenza di te
e che diventa un pezzo di me.
Sotto le stelle allineate
di questo fato già letto,
rimaniamo solo noi,
stagliati contro i ruvidi venti,
in tutto il nostro antico splendore.



Cervo nella villa del re,
compagno fedele del principe,
padrone di bellezze innegabili.
“Cane da guardia”,
che prima di morire,
cuore infranto,
si mise ad abbaiare.



Ti sento ancora parlare al futuro
(e forse lui neanche ti risponde)
e comincio davvero a crederti
(devo smetterla di origliare).



“Guardami,
sono qui.”
Sembra un bel posto,
fermiamoci.



Prendo un treno tutte le notti ormai
e spesso lo prendo al volo,
ma certe volte mi prende lui.
E allora dormo a finestre aperte
nella speranza di qualche rumore
che mi trattenga sugli scalini
di quella casa che non conosco
a metà via tra le mie due vite.



Ho scommesso raramente,
forse troppo, e pure male.
Ho perso spesso, quasi tutto,
e specialmente il sonno.



Mai un ticchettio,
mai puntuale,
gira l’ora che gli pare,
si finge orologio,
ma è soltanto un cuore
e prende il tempo che vuole.
E girano ancora le ore,
ma i minuti che mancano
lo fanno spesso ballare,
ad un ritmo inferiore,
su una spiaggia avezza
alle onde del mare.



C’era un odore di sangue
più forte del solito,
quel giorno, alla vigilia
del giorno più infausto
e, ad una tal distanza,
non ho udito risposta
alle mille manifestazioni
di fervente insicurezza.



Ti sento ancora,
marciarmi dentro,
soldato stanco.
La guerra è finita,
torniamo a casa,
abbiamo vinto.



Nemmeno il loro dio lo sa
e neanche tu,
che sei l’unica fede che ho,
l’eco che provoca
il tono distaccato di verde
del marmo opaco del duomo,
quando riflette l’impertinenza
di un cielo che si impone
in tutto il suo grigiore.

Vieni a vedere, una mattina di queste.
Anzi, non importa, vieni e basta.



E’ un progetto nascosto,
un piano sconvolto,
una foto mai scattata,
la tua testa inclinata,
un sorriso a metà.

E’ un portone ad agosto,
un fiore raccolto,
una madre arrabbiata,
la mia scelta sbagliata,
un sogno senza pietà.



L’autobus per il Paradiso,
il numero ventuno,
il due aprile del duemilaotto
(che allora neanche sapevo
che faccia avesse l’amore),
sarebbe stato meno doloroso,
m’avesse messo sotto.
Che ho risparmiato qualche osso,
ma ci ho lasciato un battito
e non l’ho più recuperato.



Potessi tornare indietro
ti regalerei l’assenza,
invece di levigarti mare placido
per poi abbandonarti onda inquieta.

Chiedo perdono alle tue acque,
avrei dovuto lasciarti pelago in tempesta.



In un futuro,
che non ha passato,
tornerai ad essere
e tornerò anch’io,
quello che, peraltro,
non siamo stati mai.



Bisognerebbe tornare a Simplon
e scoprire gli altari,
per vedere se siamo ancora uguali
o se sappiamo essere diversi.
Che basterebbe poter ancora essere,
quello che ci riesce meglio
o quello che ci frega ogni volta,
senza pretese d’identità
o di qualsivoglia congruenza.



    Ho dei porcini sulle guance,
    ha piovuto tanto quest’anno.
    Spero ti piacciano almeno,
    che io odio i funghi
    e mi si gonfiano i capelli
    con tutta questa umidità.



Ma conviene davvero
ferire a spada tratta
per poi vivere
nella paura di vendetta?
Non è forse meglio
sventolare a braccio teso
bandiera bianca
ad un nemico comune?



Facciamo che ritardiamo
e andiamo a fare l’amore,
come se l’amore
fosse l’unica cosa da fare.



Resta sveglio qui con me,
devo fare la guardia
ai soliti vecchi timori.
Li ho legati alla gamba del letto,
con un grande filo diamantato,
assieme a tutti i nuovi pensieri.
Stanno su come palloncini d’elio,
come a ricordarmi di star dritta,
sempre attenta ai mentitori.
Devo controllare che non fuggano
e non si burlino di me,
rimasta appisolata sugli allori.



Sbrigati a tornare
che non vuoi dire che ti manco
e lo so che non sei romantico
ma tanto a me i fiori non piacciono
e i tuoi baci si aggrappano
come l’edera del mio vicino
che lascia i segni delle costellazioni
e le tue stelle sono una minaccia.

Portami al fiume
che voglio ritrovare il freddo
ma di conservarmi non mi importa
anzi vorrei solo diventare vecchia
e mischiare le mie rughe con le tue
per disegnare un figlio e tutta la pazienza
e legare le nostre vene sporgenti
ma i nodi gentili non li so fare.

Pensaci tu
che riesci in tutto meglio di me
e per la prima volta non sono gelosa
piuttosto battimi su tutti i fronti
e lasciami confessare le malcelate carenze
agli altari pallidi delle tue braccia
e perdonale con i tuoi pregi migliori
che sono una che impara in fretta.



In questo paesino fiorito
siamo fioriti anche noi
di troppo Marzo
ma molto poco Aprile
e mentre sognavo futuri
di baci ogni giorno
e orgasmi ogni notte
ho guardato negli occhi
un passato scolpito
da desideri immutati
e realizzato del tempo
le cose più banali.



C’è un’aria strana stasera
su Ponte Vecchio.
Fa un freddo cane, credo.
O forse è il mio maglione
acrilico,
che si è anche ristretto.

Sento odore di mare stasera,
come a Novembre.
Ci tornerei a piedi, potessi.
Ma la spiaggia è lontana,
la luna diversa
e io sono troppo coperta.

Porta rispetto, ragazzo,
alla mia nostalgia.

Corri.



Ci vuole fegato,
matto,
per essere stolti.

Fai attenzione,
cazzo,
son tutti colti.

Portami via,
presto,
siamo già morti.



Sono andata all’ikea,
c’era un letto
come il tuo
e un comò senza cuore.
Sembrava un sogno
al contrario,
ma noi due
non ci conosciamo.



Il solito,
grazie.

Solo questo
le è permesso,
signorina.

Dimenticavo,
doppio.

#2



Sono due,

adesso,

sulla mano destra.

Mi fissano

mentre, china

sui rimpianti,

li bacio

e torno ad essere

congruente.

 



Ancora ventuno grammi

di impeccabile inadeguatezza.

Cercami nuovamente,

domani,

sulla soglia della delusione.