G.29

 

Mon Paris



Dalla mia finestra non si vede la strada,
Si nasconde dietro agli svettanti condominii
Ma la posso comunque sentire urlare attraverso le trombe di qualche gruppo qui vicino
Urlano sempre queste vie, a volte è un canto più tenero, come quello di una fisarmonica o di una chitarra, altre diventa un urlo frenetico e senza sosta con i clacson del traffico delirante a cui ho imparato a lasciarmi andare.
Cammino per i boulevard con un passo certo che non mi è mai appartenuto, sarà che qui le angosce per il domani sembrano stupidaggini, e che ogni mattone ti porge un futuro certo o perlomeno dignitoso
Sarà che ho lasciato le mie paure al gate dell’aeroporto e che son li ad aspettarmi al mio ritorno
Dev’essere la forza vitale che concentro in una mezz’ora di corse in bicicletta,
O quella che concentrano i giovani nella chitarre sui canali
Che tramuto stringendo con violenza il collo delle bottiglie di vino
Le ore tarde la notte, l’alba da Montmartre
La boulangerie che diventa una dolce abitudine, non riesce proprio a far parte di quelle che ti strozzato
di quelle verso cui son nata avversa
Saranno i pochi giorni che mi dividono da un arrivederci nostalgico
O i trenta che mi dividono da un addio sofferto
Sarà l’aspro profumo di proletariato che spurga da certi giardini
O ogni angolo che smentisce chi “di arte e idee non si campa”
Sarà che mi ci vedo proprio bene qui

Sarà che voglio smembrare questa città
Prima che lei lo faccia con me

Esercizi Di Condotta



​È forse la forza di questo tramonto a spezzarmi i polsi?

Culmine del tempo passato a fare esercizi di condotta, osservazione e introversione.

Esercitarsi ad accettare la vita come momenti e piccoli universi che scorrono velocemente nei quali bisogna impegnarsi a strapparsi la gioia di dosso a vicenda e ad avvicinarsi

Coscienti che in qualsiasi caso restiamo incompresi e costretti in un isolamento obbligato

Iniziare a percepire le differenze fra le persone affini a quelle fra paesi, percepire le distanze fisiche al medesimo modo di quelle con la fisicità, abbandonare ogni fine religioso o metafisico per vivere come viene, allo stessa maniera in cui capita un sorriso, uno scambio di battute in metrò, una coccinella sul cappello

E accogliere tutto, come si accoglie un abbraccio o il buio, lo scorrere di un fiume

E qualvolta anche un tramonto

Respirare a polmoni aperti la prospettiva di potersi guadagnare il pane a forza di pennellate o di parole, in un ambiente di tenero proletariato.

Essere l’insieme e mai ingabbiarsi in angoli privati-di possibilità-

Essere sempre in mezzo alla paura e allo stupore di esserci, sentirsi comunque soli e scegliere la solitudine come condizione

Del proprio vagabondare in cerca di una casa

Dare un peso materiale alle parole sforzate e sofferte e applicare la spontaneità ad ogni momento. Imparare a leggere i tocchi e le rughe, tenere in una mano il respiro e nell’altra la morte, studiare l’architettura e la conformazione di un paesaggio per poterne estrapolare la storia, per poterne capire il popolo, e viceversa

Mettimi le mani al collo cento volte e una in più



Ogni volta
Che ti ritraevi
Ponevo un mattone

Fra me

E te

Ogni volta
Che stringevi i pugni
Il cemento stringeva

In un abbraccio eterno
Quei pezzi di fredda pietra

Per tutte le volte
Che ti ho sentito lontano
Quei mattoni
Sono diventati muri
E quei muri
Sono diventati casa
Ove tu ora abiti
Dentro di me

E ora

Che quella casa
É rimasta disabitata
Abbraccio
Il ricordo di te
Come il cemento
Con quei mattoni

I tuoi iridi afflitti



Il silenzio s’impose
Come un tuono a ciel sereno
I tuoi occhi impauriti
Impressi nella mia memoria
La tua verità
Pronunciata senza tremori
Non m’ha ancora abbandonata
Le mie parole mute
In me erano urla strazianti
La tua voce ora
é solo eco
Il pensiero di te é abituale
Troppe notti illuminate
(D)Al tuo pensiero
Vegliate nel rimorso
Troppi giorni oscurati
Da quell’assenza
Il rimpianto di ciò che non é stato
Mi fa desiderare -di più
Ciò che é stato
E ciò che
Purtroppo
Non sarà
Eri
Mia
Volontà

la brutalità dell’esistere



La brutalità del tuo sguardo
La brutalità delle ore
La brutalità dell’amore
La brutalità di un azzardo

La tua voce
La forza di un’istante
O di un corpo ansimante
Quella parola atroce

Ti imploravo di voltarti
Senza fartelo sapere
Eri il mio volere
Son le nove e trequarti

Credo sia tardi
Per riempire questi termini
Devo perdere le mie abitudini
Smarrita fra mille sguardi

La tua follia era la mia



Dietro l’angolo v’eri te, senza paure, senza certezze
Chiedo venia per la banalità
Ma i tuoi occhi hanno una luce
Che non so spiegare
L’irrazionalità che si nasconde dietro le tue parole
Non mi concede via di esplicazione
Eccessivamente libero
Non mi sarà concesso di possederti
E fra tutti
Non riesco a classificarti
Scivoli senza permettere deduzioni
Ridi in faccia a chi s’illude d’intenderti
Prosegui da solo
Necessiti solo te
Neanche
Troppo imprevedibile ed incostante
Ti cerco per capire
Perché osservare non può bastare
Ma pare che più mi avvicino
Più il te reale scompare
Forse il tuo desiderio, le tue volontà
Sono realmente nascoste dietro le mancanze
Come vuoi far credere
Sicuro vai verso l’entrata
Puro senza timori
In cerca di coscienza alterata
Lo sguardo analizza, vede, chiede
Niente compromessi