G.37

 



Non è che io odi la banalità
non è che odi esser scontato, le fie, la commerciale.
Non è che odi le birre, i miei vent’anni, la quotidianità.

E’ che esiste una profondità, cura, direi ora
che mi ha affascinato e sconvolto
e che mi ha urlato una musica Vera
che in punta di piedi sussurrava: “Uomo”.



Difficile essere onesti
tra detriti che detesti. Di te che detesti
e anche ti detesti. Il punto è di esser desti
di cuore
e guardo.
essere altro e arto altrui,
gote pulite per i baci. [il punto non è esser maci.
il punto è dentro parlare
anche quando fuori taci.

Eccomi



Nodi rilevati
presto rivelati.

Mi credevi ormai caduto
viso perso. Occhio muto.

Spengo il verso
mento a me stesso
Faccio notte
spargo sale
Non cado.

Solo
volo a caso.



Cos’altro vuoi

Che ho addosso un passato incerto
appassito nel cerchio
del giusto passo.

Cos’altro ti serve

Che scatafascio il mondo
che prego
ti stendo
e grido.
Che non ho mani e lingua da darti
solo vorrei indietro le mie orecchie
per ancora ascoltarti.



Al momento nessun interesse manifesto

Mi accontento del viola del sole in tramonto
della pioggia fredda ed infelice, quando c’è. Quando c’è?

Alcuna sicurezza, volontà allo scoperto
Solo so la potenza dei miei abbracci
il chiaro ascolto dei miei occhi.
Ora che il mare si fa a me
lo seguo orizzontale e piatto. Lo dipingo in parole storte e al rovescio
e Mi rovescio disteso a lui a divenire Blu. Oltre al tramonto delle onde, a sinistra del tormento del buio.
Profondo blu
ancestrale attimo di universo
in realtà solo padrone di questo verso:
il mio

Mia città



Alla mattina la mia città si alza presto, senza nemmeno prendere un caffè, lei si infila le scarpe ed esce di casa, riversandosi nei viali già pieni di orme e voci.
Saluta i fornai ed i pescatori, riaccompagna a casa i magazzinieri, apre i bar, apre le porte dei treni e le pasticcerie; segue i canali della periferia e quando il sole è alto in cielo si specchia nel dolce Arno.

Poi sotto i ciliegi in fiore, se sei fortunato, la potrai vedere vestita in bianco mentre sorride sdraiata sull’erba.
E’ sincera la mia Firenze, ora che le giornate si allungano un poco, si snoda Oltrarno nella preservata città per poi tornare con Le Grazie sue silenziose in Santissima, dove la sentirai cantare fino a tardi tenendo una bottiglia di buon vino in una mano e nell’altra la chitarra con quattro amici.

Conoscerai il freddo della mia Firenze, di ritorno dal col fiesolano
ma avvolto dalle sue attente Cure, troverai conforto in Libertà.
Muoviti piano per via, per i corsi invertiti. Non svegliar foglie nei parchi, non dire vento, piuttosto scivola sotto canali di pioggia raccolta, e apri gli occhi sotto imponenti arcate guelfe, che si snodano d’edera per la bella Rifredi.

La troverai esausta la nobile città, discender timidamente dal Mugnone per essere avvolta con lieve imbarazzo nella culla dell’Arno suo, dove finalmente saprà pace.

Dicembre



Siamo quello che siamo.

Di gelide scuse
al cuore
non ho bisogno

Ti chiedo di procurami luce
e nelle mani
e nella testa.

Di non avere fretta
e sapere che posso rimandare
ma non rimandarmi.

So che hai poca luce
ma quella
dalla a me.

Mi fanno male i passi



Mi fanno male i passi

Le botte che ho sempre respinto
le difficoltà di cui ho perso il conto

Sono stanco, di una stanchezza inguaribile col sonno.

Di amare sbagliato. Stanco di amare a caso
E non trovarmi mai.

Caffè basso al muro



Buongiorno
e lei per colazione cosa gradisce, caffè o cappuccino?

E se lo vuole macchiato, il caffè, con che latte glielo macchio?

Prego, sieda al tavolo 2, quello sotto la finestra. O al tavolo 4 a fianco alle vecchiette o al 5 se le aggrada.
Anzi se vuole rimanga sul bancone, e poggi pure i gomiti tra miele, dolcificanti, latte freddo, zucchero di canna e zucchero bianco. Tra i tovagliolini, poggi i gomiti, così… belli larghi.

Su quelle panche laggiù, se preferisce
ci deve essere ancora del posto, altrimenti se lo faccia senza problemi

Gradisce intanto un bicchiere d’acqua? Frizzante magari?

Altrimenti abbiamo questa magnifica vetrata
può consumare la sua colazione e allo stesso tempo veder sfrecciare le auto blu, vedere la gente che sbaglia continuamente mira nei cestini e nelle tasche altrui. Vista perfetta sui cassonetti dell’immondizia. Sul bianco come il verde che impazza, il giallo come il giallo che di resto da 4.96, sul nero come il rosso fermo, ma con una bancarella appresso che anche lui dimentica avere. Fermo ma con il sorriso.

E se ancora non è convinto c’è poi quell’ angolino, ottimo per stare faccia al muro
per non leggere manco per sbaglio i titoli dei giornali.
Per non rischiare di interagire, magari.
per non incappare in qualche parola di troppo
in un sorriso, sia mai
ottimo per lei, stamani, non crede?

 

Vada per un caffe, basso
al muro



Abbiamo perso il conto dei baci che ci dobbiamo

Le sere, quelle più grigie, contiamo le stelle che non ci sono.
e in inverno
sull’erba morta, siamo muti e sdraiati ad un sole che non riscalda.

Abbiamo diverse chiavi per diverse porte di diverse case

Le tue mani, quando le trovo, hanno rughe differenti
di altra vita. Di aver stretto altre spalle, sanno di altri fiori colti.
Di altra terra
diversa dalla mia.

Aspetta che sia freddo
che l’alba smetta di sorriderti.
Che la danza dei tuoi incubi diventi il tuo mero camminare.

Mi stai perdendo di nuovo
e di nuovo sei faccia a terra sul pavimento, di nuovo è quella terribile notte.

Urli a cascate, ci provi, ma non esce che fumo dalla tua bocca.
Fumo che nemmeno più aspiro.



Questo punto
A me.
Mi ha rotto

Perché non chiede, pretende

Ti fa andare a capo -respirare
ma fa finta.

Meglio lo spazio
Tra un verso e l’altro.

Lascia la virgola
Pone le mie scuse

Tra un sì e un no.

Tra il rumore di uno sparo
e la morte del mio cuore.



Vedi ogni morte vicina come la tua

E sempre a me spetta convincerti della vita.

Il problema, questa volta, è che la porta della stanza cui mi hai trascinato è fuori servizio: si consiglia dunque di utilizzare l’uscita di emergenza, cui però hanno staccato la maniglia antipanico. E intanto il dolore aumenta, il fuoco non ti lascia stare e una tua gamba è già cenere. Cenere inutile, ti rispondo. Non serve quello che stai facendo. Oltre al peso di vederti morire ovvia ti vedo morire sbagliata: questa camera ardente non è la tua.

Non rifare il letto, ti prego. Lascia che bruci assieme al tappeto che compraste assieme.

 

Ehi. Ferma. Guardami

Non hai bisogno di alcuna porta per andare via da qui. Ascolta il rumore di questo posto per l’ultima volta, baciale la fronte, chiudile gli occhi e prendi la mia mano.

Solo tu puoi salvarti

 



Oggi ho dipinto un balcone
In bianco ho dipinto un balcone affacciato sul vento.

Ed i pioppi e i pini che sfiorano i cenci quando soffia.

Poi sul muro fronte al balcone, un cane che vola ho dipinto in grigio;
uno sfumato cane chagalliano davanti al balcone in bianco in bocca al vento

Per me



Lorè

Non partire. Resta a tavola, è presto.

Il tuo bicchiere è ancora pieno di vino!

È festa, ma tu no, Lorè.

Hai già gli occhi di chi va per non tornare più

e siamo tutti un pò tristi nelle nostre chiacchiere.

Non lacrime, piuttosto volti muti

nei nostri piatti conditi di speranza per te che vai.

Ciao lorè. Buona fortuna

quanto cambierai, quanto buio vedranno i tuoi occhi, e sangue le tue mani

A presto lorè.

Torna.

Torna per dirci quanto è irrespirabile la puzza di morte

 



È sempre un ribadire quello che vuoi TU.



Sara si buca

Di pensieri

Le tasche.

Si scusa
Per ieri, muove la testa.

Dice di vedere il ceruleo sospiro
da un balcone non suo, ma del vicino nemico.
Sporge uno sguardo

Non bada ai dolori

Di chi avvicina, senza pretese

Accetta le mani, i pianti

Di spogli campi le rese.

 

Fventi5



Sicuramente sono gli Effe che più mi piacciono.
Lo dico perché hanno orecchie per chiunque ascoltare.

Me. Tra gli altri
Io, soprattutto.

Aspetta.. però.

Dunque, tra i tanti eventi io preferisco i cinque
forse perché mai smettono di parlarmi le loro lingue.

 

Fai che saremo pure pieni di vizi
eppure non abbiamo mai visto (in)izi in concerto.

Mezza luna ancora stasera ti avverto

In ogni abisso in cui ci hai cacciato
noi abbiamo corso nudi
dei silenzi i nostri scudi.

Ci siamo fatti padroni dei reciproci cuori
intatti specchi che vedono al buio dei nostri dolori

Se lo sai



Dimmi cosa prova chi al cuore ha soffocato un’idea.

Se conosci l’odore del gelido inverno tra gli alberi morti.

Dimmi se hai mai sbirciato oltre il cancello di casa mia
e visto me curare Rose
che speravi tue.



Sapevi che avrebbe piovuto
e adesso i tavoli ed i colori sono da ritirare.

Tu lo sapevi, e non hai portato l’ombrello
per questi due pittori che ora in furia salvano i loro figli.

Ma ancor più grave non hai un giornale per chi scrive
non dai un tetto a chi canta, non hai scarpe asciutte per chi balla. E lo sapevi che sarebbe arrivata la pioggia.

Tutti rincasano, bagnati ed impauriti
e resto solo a sentire freddo, a domandare, resto solo
sotto una pioggia d’artisti che scappano come in panico le formiche.

Non ho bisogno del tuo ombrello, dei tuoi ripari
di te e delle tue previsioni azzardate.

Sono unico orecchio
prestato alla via, senza cose né casa
unico poeta
dato alla vita, con la testa bagnata.

Fino all’ultimo bottone



È mio quel vento, non portarmi via la sedia.

Lasciami spazio, non chiudere l’ultimo bottone

Con quella penna ci stavo scrivendo io, non dirmi dove camminare

E questa piuma è caduta accanto a me. Non ho altri pantaloni, e quelle scarpe sono già anche loro bucate.

Ridammi le canne che ti ho prestato, e quella pietra bagnata e scritta

E la mia musica e il fondo di caffè.

Ridammi l’amore che ho fatto con te

E così le ore sprecate al sole.

C’era un bicchiere di lacrime finte in camera, hai rubato anche quello

Ed un quaderno blu

Nel mare di noi

Ove io mi sono salvato e tu  fatto naufragio.



Signore dubbioso e paziente
vecchio rugoso e saccente,
La pazienza non è la mia virtù
ma son giovine ragazzo
e oltre alla testa mi gira anche il cazzo

Non è vero che so l’attesa
ma nemmeno mi serve saperla forse.
perché attendere, perché tempo se sto Sanguinando

Non curato e sciupato
pretendi
sassi e luci e baci
di un colore solo. Il tuo

Ma non è vero che sei vetta più alta.
Se non presenti un sorriso al mio cuore
sei un filo d’erba, sei i cazzi tuoi

Divertenti
ma nulla in più



E’ pieno di campagne,

di grano.

E’ vuoto di silenzi Blu,

malinconiche zattere

in cui remare adagio

la pace.

 



Quando pioverà cristallo

e le schegge d’infinito ti invaderanno gli occhi

Quando la luce sarà flebile ed in mano al nemico

Quando nel mondo non ci saranno più lacrime da asciugare

Quando sarà terra che brucia, voce che non fa rumore

Io sarò urlo, Io sarò Orgia di sguardi

sarò carnevale

saprò esser cielo in tempesta

e sarò fedele amore della natura



Di nuovo

sta succedendo, lo sento di nuovo. quel legame.

Questo battito mi rapisce, mi fa soffrire.

Ti sto urlando di sentire la mia voce. Ti sto urlando di guardarmi.

Non andartene, Voglio dirti chi sono. e scoprire chi siamo, rispetto all’infinito.

Voglio stare qui A guardare i tuoi occhi forti di paura

le tue carezze attorno al mio collo

attorno a quest’ attimo di noi.

Voglio tu diventi il mio oceano. il mio mantello per sparire



C’è la notte intorno a me.

Una strana donna si avvicina; lenta, elegante nel suo passo.

Porta a sé i ruscelli delle tenebre, raggelati dal canto del bianco.

Una strana donna cammina a piedi nudi sul ghiaccio.

Con la sensualità di una tigre, e la forza di un umile contadino.

Tutto tace. Intorno a lei, tutto tace.

Nemmeno  la sua voce emette suono, neppure un grido, nemmeno una felicità.

La sua bocca, colma di lacrime

I suoi occhi, colmi di anime.

Assisto alla spettacolare visione del suo mantello argentato,

ricordo amore, ricordi di vecchio.

Il suo sguardo , a cui non posso dire no

mi porta con sè.

Ed io, finalmente, divengo muto. Pensiero

Divengo anima

io e te



Abbiamo nascosto i nostri passi.

Abbiamo dimenticato di avere. avere avuto. aver posseduto.

Abbiamo scelto di portarci in spalle il nostro peso.

Abbiamo coperto i fuochi delle nostre parole.

Abbiamo scelto di arrivare sin qui, naufragando contro il canto del mare.

Abbiamo fatto dieta, rinunciando pensieri.

Abbiamo scelto di essere volto. occhi. di essere paura. disperazione.

E baciando le bocche dei nostri nemici

Abbiamo ucciso l’ indifferenza di coloro che non scelgono, non amano

non rinunciano, e non baciano.

 

 



Arrampa, suda, striscia

per chilometri e chilometri di valli sabbiose.

Piangi, lotta, prega

per avere istanti di riparo,

acqua sporca, Sangue malato.

Riparti, barcollante uomo affamato,

grida le tue lacrime, spaccane il vetro sul caldo oro.

E per allucinanti viaggi

che sapevan d’ombra, libertà, e vita

non disperdere animo; sii lupo nell’ affrontare la notte.

Mordila, cacciane il marcio.

E se hai ancora forze, uomo abbandonato

scova un rifugiato posto

tra gli orizzonti d’infinito giallo.

Una morte, un bisogno, che non sia per stenti, per fame o sete

Ma che sia per addio alla sofferenza tua



Uno stormo di uccelli, un fiore che sboccia

libero come una nuvola bianca.

Aspetto. In pace,

che un’ onda mi porti via.

Aspetto brividi, sfumature del cielo,

raggio che riscalda. il pianto più forte

ucciso da una notte ghiacciata.

Questa violenza, ancora più forte,

è vetro infranto nel deserto.

è un sorso di buio, leggero

è  squarcio, nel vento colorato

 



Amatevi

Godetevi

Respiratevi nella gioia e nel dolore.

Come nemici, fatevi la Guerra.

Poi alzatevi

e Amatevi di nuovo



Una pagina bianca, un luogo

una pagina bianca, un tempo.

Una lettera, un sorriso.

Una parola, un’ emozione.

Ancora una pagina bianca, un pianto.

Dunque una lettera, e di nuovo un sorriso.

Una poesia, un colore

Una rima, una carezza.

Un punto,

Un respiro.

piccolo sorso di infinita bellezza