G.49

 

Della notte



Della notte
Ricordo il tuo abbraccio e i tuoi
Occhi grandi,
Ricordo l’esile linea delle tue
Labbra crepate,
Ricordo il nero fuori e i nostri
Lampi.

A quest’ora fuori non fa mai buio del tutto.
A quest’ora fuori non c’è mai luce davvero.

La mia primavera



Seguo con lo sguardo
i tuoi fiori che sbocciano
mentre corrono lungo le tue vene bluastre,
dalle radici radicate nelle tue ossa
agli steli rampicanti,
abbarbicati
alle tue membra,
avviluppati
verso le tue estremità.

Fino alla primavera del tuo viso.



Un sasso gettato in un lago
che non sente
l’acqua
scorrergli addosso
non si accorge
di sprofondare

Asintoto



E se fossero solo false tensioni,
apocalittici finti tramonti,
queste cesure che mi ritrovo addosso.

E se dalla simbiosi potesse nascere discordia.
Saremmo tutti destinati ad inseguire un limite
innominabile e invisibile.

Là, oltre la luce e i grattacieli,
mi troverai ad aspettarti,
tagliato fuori dalle possibilità.
Per sempre.



Affranto da cieli neri,
i cieli neri di Milano la mattina
il pomeriggio
la sera
la notte.
Ma chi ha deciso che il cielo sia blu?
Io vedo solo luce.



Vorrei tramutarmi in forma liquida,
perdere ogni legame con il corpo,
convergere in un flusso discendente.

Ancora.

Vorrei allora essere colto da un raggio,
una radiazione di luce pura, candida,
che mi castighi, mi renda casto.

E grazie al fragile calore vorrei
evaporare, svanire, dissolvermi e
miscelarmi nell’aria, benedetta.

Ancora.

Vorrei infine essere catturato,
da una corrente discensionale
e piombare a fianco del tuo giaciglio.

Guardare la luna sfiorarti il viso,
e la tua pelle risponderle, cantando
una bellezza più che celeste.

In quel momento, tu, supina
mi respireresti, e io nutrirei
le tue cellule stanche.

Ma non posso.