I.12

 



Io voglio assomigliarti
a un salice gemmato:
come questo tu ti pieghi senza
vederti, e sfiori il limaccio
quasi morto attorno.

A un quieto salice, sì, io
ti assomiglio; come esso
la tua chioma mi sfiora senza
sapere perché.



Il mio cuore è una distesa di foglie
brune, arse o marcite;
su di essa i tuoi passi affondano
senza segnare il cammino.

Nervosi insetti neri e poi
nere bestie mai viste tremano;
tu vai oltre
tornano a dormire.

Il mio cuore è questa distesa
ove strane ombre vivono;
nel sonno attendono tese
che tu torni a turbarle.



Le gambe di una donna
sono lunghi fusi da cervo:
in una foresta mai sapresti chi
insegue chi è inseguito.

Quieto dietro un cespuglio io
le osservo: sono
il dono dalla terra generato
per la nostra sorda miseria.



L’orrore io lo riconosco
quando il sole chiede pegno quando
i fondi del caffè non si leggono e poi
i tuoi occhi mi vanno oltre
come per trame allentate.

Io
sono questa trama quasi trasparente;
la vita e gli uomini mi penetrano
come una parola detta nel bosco.



Come il tarassaco io

sperdo le mie parole;

un tiepido vento le porta

ove non posso vedere.

 

Non saprò mai

Se saranno fiorite.