I.41

 

Fumo di Londra



Nell’esistenza placida del Grigio
abbiamo eretto la legge comune
dell’universo comune
del modo comune
del senso comune.
Beffe del superstizioso azzurro
abbiamo spento pur il rosso ed il viola
il puntellato blu della notte.
E le nubi di tempesta
sono vapor di fabbrica
e il tortora mescola il topo
e il canna di fucile il fumo di Londra.
Ammassa ammucchia accumula
avviluppa avvicina arrotola
affama asfissia annienta.
Placidi grigi comuni
che nessun astro orienta.

Habitat



Il sogno di Dedalo
non fu eriger gabbia alla vita
ma storia d’uomini animali e mostri
di misteri materiali
di vicoli e vincoli
di sensi tattili.
Un Mondo
dalla Terra,
il pieno del vuoto
spazio
abitare.

Terminal



Ridevamo

complici, della vita

e le sue lontane sciagure,

degli opposti

scambi

di treni sui binari,

del bianco e del nero.

Illusi

in salute e in malattia

dicevamo

finché morte non ci separi.

Ridevamo.

 

Cleptomani



Distesa

la mia vita

srotolava un letto di carte.

Il mare di notte le ha scompigliate,

ho urlato

forte che le mie parole

sono uscite dalla tua penna.

Di ladri garbati è colmo il mondo.

Di poetica linfa

è zuppo, così

il tuo letto di carta.

Hasta luego, mi amor.

Palermo



Scrivo, sogno e rido.

Della persistenza

dell’indolenza.

Perorare karmica causa

o ignorare

l’acuto sussurrare

il male

il naufragare.

Forse fossimo solo

salici

sarebbe grato alla Terra

il nostro lacrimoso andare.

Siamo carne,

spetta alle nostre ore

sanguinare.

Urto



Soli parliamo

all’interno

del nostro mondo incompossibile

con l’altro.

Con-fine



Sto
scruto e non scorgo
dove l’ombra non finisce
e il sole non compare.
Il tempo dilaterà
l’attesa
di questo limbo grigio
eterno limitare
cieca origine
dove l’ombra non finisce
e il sole non compare.

Missiva



Tremo
dell’autenticità
che reca
il rifulgere della parola
incastonata
sulla carta ricca
che l’alato Ermes
consegna
alla mia spoglia soglia.
Tremo
della corrispondenza
che aduna e mantiene
nella distanza
la nostra pura reciprocità.
Tremo
della concretezza
a cui appartiene,
ove si libera
muta, silenziosa
la poesia
tua
mia.
Nell’ascolto
attendo
e guardo.
Fremo
divenire ragni saggi
noi
in cerca
del succo che da dentro
si possa cavare,
malta invisibile
atta a edificare
il reticolato
cammino
che chiameremo casa.

Salicacea



Nuda creatura
all’ombra mendace
di alberi senza fronde,
t’interroghi.

Interrogati,
sul perchè
del sole,
sul perchè
sei sola,
sul perchè.

Errata corrige



Forse sanguini
perchè la tua anima
scalza
priva di calli
non puo ancora
correre.

Supplica



Lacrimosa
sempre tornerò
a rifugiarmi
sulle tue larghe sponde;
livida
mi cospargerò
del tuo gentile unguento;
leggera
galleggerò
nell’Oro Sacro
nel pio
nel fruscìo odoroso.
Quando le rapide,
percorse,
diverranno specchio calmo
e tu
placherai la loro memoria.
Mio
lento muto sordo corso
rispondi.

Quartz



Calmati,
piccolo fragile
Mio.
Non tremare,
non fuggirmi,
resta qui,
nel petto
riscaldami la vita.
Donati.
Donami.
Nei giorni
in cui nessuno lo farà.
Accarezzati,
piccolo fragile
Io.

Giorno 32



Ti ho cercato
in ogni angolo di letto,
ma io sono troppo piccola
e le lenzuola
troppo corte.

Συγγνώμη, απλά πανικοβάλλομαι φωναχτά.



Sei spillatrice
nella carne.
Vuoto dentro
vuoto attorno
vuoto e basta.
Nero pece
da cui guardo
dondolare,
come bimba,
una falce appesa al filo
dell’ora giusta
in cui sparire.
Non sei fame.
Non sei niente.

Sisifo



Moriva
il mio universo
di silenzio
ed equilibrio.
Nel caos
dovevo generarmi,
nel lutto
risorgere.
Danzerò sul mio cadavere.
Danzerai?
Perdonami,
se puoi.

Senza titolo, ancora.



Forse sanguini,
perché hai le scarpe troppo strette.
Toglile.
Cambiale.
Scalzati l’anima.
E corri.

Parapendio



Sono sola.
Fatta di fumo e nebbia.
Sulla mia vetta avverto il vento,
ma non mi scuote.
Ammiro la danza vorticosa
in cui allegre giocano le mie compagne.
Magari me ne dispiaccio, ma non mi muovo;
intanto mi interrogo
sul dolore dell’impatto.
Cadere forse è amaro.
Guardare è straziante.

Giù?

Sentinelle



Siamo fioche
luci di lampione
all’alba.
Invisibile chiarore, fermo
a domandarsi quanta ancora
ragione avrà
il suo tiepido, flebile, insignificante illuminare.
Affaticati
nell’ultima disperata
lotta per il senso
di una vita ormai superflua;
per affermarsi ancora,
come nel tempo della notte,
guida del sentiero
faro
acceso nel buio,
che scruta il mare
e salva i suoi dispersi
incagliati nei profondi
oscuri blu senza orizzonte.
Ma è ricordo
già, questo essere in un compito.

Siamo fioche
luci di lampione
all’alba.
Bruciamo
senza splendere.

Veranda



Due vecchi amanti in carrozza
il vento, le ruote, il sentiero.
Un galantuomo svampito
che ciarla dell’ignoto.
L’alato maestoso e vanesio
in gabbia a supplicar Narciso.
E il ronzio, la cicala in festa;
tra le bianche bandiere
e la pioggia dorata, io.
Dove? Oltre la fila di tigli, o
la strada, forse la siepe,
la casa od oltremare?
Son qui che guardo o
li che vivo;
nel mezzo o
in disparte.
Io vedo, io sono.

Specchio



Chi sono dunque?
Piuma o Piombo,
Vanità o Virtù,
Sangue o Spirito?

Trascino i piedi
a fatica sul sentiero.
Gattono, striscio, scruto;
cieca del mondo,
arranco, vittima dei miei lacci.
Violento il mio nome,
poiché stride alle mie orecchie.
Interrogo i passanti:
chi sono dunque?
Silenzio.

Piuma o Piombo,
Vanità  o Virtù,
Sangue o Spirito?
La mente grigia risponde:
impossibile.
La carne nuda grida:
fallo.

L’equazione attende.
La poesia macchia.