I.41

 

Sisifo



Moriva
il mio universo
di silenzio
ed equilibrio.
Nel caos
dovevo generarmi,
nel lutto
risorgere.
Danzerò sul mio cadavere.
Danzerai?
Perdonami,
se puoi.

Senza titolo, ancora.



Forse sanguini,
perché hai le scarpe troppo strette.
Toglile.
Cambiale.
Scalzati l’anima.
E corri.

Parapendio



Sono sola.
Fatta di fumo e nebbia.
Sulla mia vetta avverto il vento,
ma non mi scuote.
Ammiro la danza vorticosa
in cui allegre giocano le mie compagne.
Magari me ne dispiaccio, ma non mi muovo;
intanto mi interrogo
sul dolore dell’impatto.
Cadere forse è amaro.
Guardare è straziante.

Giù?

Sentinelle



Siamo fioche
luci di lampione
all’alba.
Invisibile chiarore, fermo
a domandarsi quanta ancora
ragione avrà
il suo tiepido, flebile, insignificante illuminare.
Affaticati
nell’ultima disperata
lotta per il senso
di una vita ormai superflua;
per affermarsi ancora,
come nel tempo della notte,
guida del sentiero
faro
acceso nel buio,
che scruta il mare
e salva i suoi dispersi
incagliati nei profondi
oscuri blu senza orizzonte.
Ma è ricordo
già, questo essere in un compito.

Siamo fioche
luci di lampione
all’alba.
Bruciamo
senza splendere.

Veranda



Due vecchi amanti in carrozza
il vento, le ruote, il sentiero.
Un galantuomo svampito
che ciarla dell’ignoto.
L’alato maestoso e vanesio
in gabbia a supplicar Narciso.
E il ronzio, la cicala in festa;
tra le bianche bandiere
e la pioggia dorata, io.
Dove? Oltre la fila di tigli, o
la strada, forse la siepe,
la casa od oltremare?
Son qui che guardo o
li che vivo;
nel mezzo o
in disparte.
Io vedo, io sono.

Specchio



Chi sono dunque?
Piuma o Piombo,
Vanità o Virtù,
Sangue o Spirito?

Trascino i piedi
a fatica sul sentiero.
Gattono, striscio, scruto;
cieca del mondo,
arranco, vittima dei miei lacci.
Violento il mio nome,
poiché stride alle mie orecchie.
Interrogo i passanti:
chi sono dunque?
Silenzio.

Piuma o Piombo,
Vanità  o Virtù,
Sangue o Spirito?
La mente grigia risponde:
impossibile.
La carne nuda grida:
fallo.

L’equazione attende.
La poesia macchia.