I.44

 



Il torpore del primo mattino
si dirada sulle tue ciglia.
Traspare, dalla finestra, il suono
della città di mare,
come da una conchiglia.
E le corde del sole pallido
bisbigliano come il canto di un bimbo
parole dolci, parole dorate,
sulle tue ciglia.
È estate.

sensation seeking



Stasera

traffichi di uragani nella testa
e una spavalda indifferenza
che non riesco mai a fare mia
a causa dei tuoi battiti -d’ali,
regolari-
e degli spiragli
tra le tue mani di paglia.

Quanto cazzo siamo umani,
troppo umani per amare.

Tra le righe, ti vorrei dire di non fermarti
anche se mi stai facendo male.
Intanto guardami le spalle, per favore,
e non solo per scopare.

Allunaggio



Senza dubbio
un’inguaribile esistenza
mi si rivela ma la rimuovo.
Raggelo e incespico,
e mi dimeno, forse,
per rigettarmi in una tortuosa nemesi lunare.

Noi siamo qui, stanchi,
a vacillare,
senza più guardare
né indietro né avanti.
Io un futuro non lo riesco a immaginare.
E se mi guardo, in uno specchio rotto,
sintetizzo un riflesso di inettitudine e diniego.
E mi rinnego,
mi rinnego,
mi rinnego.
Disordinata-mente non riesco
neanche a riportarla in versi
questa irrequietezza,
questa crisi di nervi,
che inasprisce anche la più dolce carezza.



Sentiti fresco, e pronto per la corsa

Io vibrante
sarò la tua frusta,
l’imposta che si schiude a ogni tua parola giusta.



Ricordo soltanto
infinite gioie, ilari passatempi.
Sempre, vicino all’acqua, come bambini,
seguivamo i nostri reciproci venti.

L’eterno combattere
di sguardi languidi e compatti
ora mi si ritorce contro:
a me, e alla mia voglia
di impaginare una storia inesistente.



E se non sai più difenderti dai sassi
cerca una conchiglia e poggiala all’orecchio:
sentirai il rumore dei miei passi
che ti aspettano sul litorale.
E guarda più oltre,
oltre la pioggia salata, oltre quel muro di pietra,
oltre il mare.
Guarda l’immensa cascata di stelle
mentre io
me ne sarò andata.

29 ottobre



Vomitando
i postumi di un’estate anormale
mi ritrovo qui, grondante di vita
e di pioggia

uno sguardo
e poi
la risacca

Senza tempo



Disperdersi dentro una rotta di versi;
guardarsi è un lampo di linee struggenti.
Ma rendimi il mio cuscino,
e rendimi il mio tempo.
Schivo oggi le memorie,
talvolta mi logoro in esse,
per imbollarmi e perdere
perfino me stessa.

Firenze, Novembre.



Un gatto assopito al sole
La coperta di lana e le scarpe fangose
ritrovano in me quel vuoto disteso
che copro ogni giorno col cappotto imbottito.

Cammino lenta tra le vie di Firenze
con una calma quasi inquietante
Un cumulo di stracci
di carte
che supero stranita, e mi faccio da parte
per quando riuscirò a scavalcare
queste membra, questa carne,
questo sangue.

Ho ricordato di prendere i guanti
(quelli di lana)
per non perdere la preziosa circolazione,
chissà, forse per suonare un malinconico blues,
o per salutarti, semplicemente,
per le vie di Firenze.
Ricordati che il sole esiste anche a Novembre;
è tiepido, quasi riconoscente
di potersi riposare;
e si sente, se si presta attenzione, che sussurra
di rallentare un po’
di non ascoltare quella voce nella testa;
di fermarsi, almeno oggi
ad ascoltare i rivoli di pioggia
che oggi, forse, ti permetterebbero di andare
-
solo andare.

Non così, non oggi, non qui



Tra tutte le sfumature, a tratti scabrose, dell’esistenza,
mi pare che non vi sia cosa più saggia
di scorgersi e cogliere una sostanza diversa.
Questa è la vera rivoluzione:
comprendere ogni forma ed ogni colorazione
degli occhi degli altri

perché non esistono sguardi distanti,
esistono solo distanti amanti.

Nodi di povere



Seguendo i sentieri tormentati
delle tue connessioni neuronali
mi sono prosciugata le mani;
niente ho compreso
tranne il malsano arroccarsi di languidi pensieri
che come scioglilingua ho provato a districare
ma mi è rimasto soltanto un pulviscolo
rispetto a ciò che sei,
a ciò che eri,
a ciò che sarai.



Autunno mio,
getta le tue foglie, gettale al vento.
Spegni questa candela e,
con il tuo unguento profumato,
rischiara la sera.
Il tuo manto, velato di tenebra,
si appresta ad abbracciarmi.
Qui, nel mio petto, potrai andare in letargo.



Adesso, come non mai,
bramo il tuo sguardo di cenere.
Io, intrappolata in ali di foglia
la sento, questa voglia
di gettarmi in un mare di parole
e di arrivare a toccare il fondale,
dove in effetti,
è impossibile parlare.


saremo costretti ad ascoltare
l’eco insaziabile dei nostri silenzi.



Un giorno, finalmente, riuscirò a percepirmi fino all’attaccatura dei capelli.
Sarà una sensazione nuova
ed insopportabilmente reale.

Per adesso continuo, senza sosta,
a contare le tasche del mio corpo
cercando qualcosa, chissà cosa
per riempirle.

Questa nausea, questo crepitio nascosto
mi costringono a spostarmi nell’angolo opposto
della mia stanza
dove provo spesso ad ascoltarmi respirare.

Ma più persevero e più mi scopro,
boccheggiante,
ad agognare il mare.

Inserisci il titolo



chissà come mi sembra di essere sospesa
tra un gradino e il niente
tra l’apatico e il vivente

districami le lacrime
con gentili parole
mi bastano quelle
per riscoprirmi di nuovo,
per riscorpirti di nuovo
per ritornare indietro
tra capriole di fumo e singhiozzi forzati

non mi basta vivere di attimi scontati
ho bisogno di bere da quella fonte di imponderabile stravaganza
che da sempre mi tenta, mi chiama
aumenta il fuoco che in me cresce ed avanza

spogliamoci insieme
dei nostri vestiti d’inibizione
e ti prego, cantami quella canzone;
ti ascolterò sempre

 

vita ovattata (2)



Malinconici sospiri
per non piangere rilasci
E ti spegni e

Ti rilassi, in un’aurea di tedio,
ti nascondi e non ti vedo
nonostante ti cerchi in ogni tempo
E allora, non trovandoti,
t’invento.

Così, fantasticando,
ti immagino più allegro
che mi guardi e finalmente
anch’io

ti vedo.

vita ovattata (1)



il tempo ha cancellato
l’imbarazzo di una volta
la tensione è morta
per lasciare spazio
a silenzi disinibiti,
ad attimi di ebbrezza
rapiti nel rosso di una sera.

com’era?
“guardami in silenzio, non parlare”
io, nella mia bolla,
continuo a camminare

Il dolore che indossiamo d’inverno



La pioggia ingrigisce la città
e così i nostri sguardi
persi in chissà quali strambi istanti
di vita sbiadita

Le mani distanti,
precipitosamente ti evito
fisso il vuoto
non mi muovo
e a tratti mi manchi

Piombo



Ogni tanto dovremmo fermarci

e respirare.

Guardare il cielo plumbeo che s’abbraccia all’imbrunire

di quel colore

che solo l’inverno sa regalare.