I.50

 

Essere esseri distanti



Le sere degli imprevisti
sono quelle in cui
tristi
ci stringiamo
ognuno
nelle proprie spalle.

M.



Ci sei da sempre.

Cresciuta
sotto il tuo sguardo,
eri il petto morbido
su cui addormentarsi.
Ora
io ho vent’anni
tu venti e più rughe,
che ti solcano la fronte
inclementi
per ogni aereo che ho preso
per ogni guaio in cui mi sono cacciata
per ogni graffio sul ginocchio.
Ti guardo:
sei di carta,
così fragile
che ho paura a lasciarti la mano..
non voglio mica ritrovarti
lassù
a volare nel cielo.

Ci sei per sempre.



(La cimice
che cerca di entrare
al caldo,
e sbatte invano
contro il vetro della finestra,
ecco
la paziente, indomita, rifiutata cimice
mi assomiglia.)
E sbaglio
a scrivere di me:
“scrivi d’amore
e di gioia!”
Ma mi capitano così raramente
che ogni riga
è arida sabbia
e i granelli
mi sfuggono dalle dita,
e mentre dovrebbe splendere
il sole,
la luna
è d’argento.
Lasciare queste mani
e queste spalle,
queste mie gambe
per essere altro e non più
il fiore della solitudine.