J.06

 



Si fa sera

di rientri

di grigi intenti:

la notte di programmi

(televisivi)

dei gran finali

dei tweet con errori magistrali

delle grammatiche nascoste.

E’ un buio soffocante

adatto ai nostri mostri

diventati sacri con l’ ignorante liturgia canonica.

Riguardiamoci da chi resta,

dai plurales maiestatis

(da come vada scritto),

dalle speculazioni d’intenti

e dagli spread emozionali:

riguardatevi dai baci,

dalla procreazione e dai progetti

di chi sa solo farci Avari.

A Bologna



Ricerca

o desiderio di fuga

nella sua più varia umiltà.

Primo colle: il mare.

Senza mai rinnegarsi,

una forte stretta di mano alle occasioni

al desiderio di non affogare.

Secondo colle: piazza Grande.

Dopo il grande abbandono,

gli incontri tra ipotesi,

identificarsi nell’ignoto.

Terzo colle: la morte.

L’imperativo di rinascere.

Rivelazione:

se questo è un tentativo avanguardistico di poesia

forse non è riuscito,

di certo è la mia vita.

 

 



Ti penso su un treno di ritorno
ti penso su un treno vissuto
un regionale con attimi per stazioni
sopra il ritmo monotono dei ferri
nel buio delle gallerie
sotto il cielo nuvoloso.

Ti penso
perché nel dormicchiare generale,
nel pieno del mercoledì pomeriggio,
c’è chi mangia le patatine che ami,
stomachevoli, e che mi rovesciasti nello zaino.

Malinconia passata



Ti vorrei riscrivere,

per ricordare come si ride,

come si è capiti

o per dire di contare ancora qualcosa.

Ho pensato di esagerare,

di aver perso di vista obiettivi,

traguardi,

magari anche le più vere debolezze.

Ti vorrei riscrivere per essere a casa,

per risentire la mia famiglia

o per ringraziarmi di una buona scelta.

Hai ormai davanti ciò che resta

dell’uomo orribile che hai scelto,

che continui a scegliere.

Questo egoismo presuntuoso

ormai tiene il nostro conto dei giorni,

il dosaggio metrico delle ore rimaste

e le ormai poche paranoie che  limitano

una mia fuga.

Hai davanti un colosso,

i resti del grande grattacielo disabitato,

se non abbandonato a una deriva di se stesso.

Non so se ha senso poter ritenere di essere vivi,

di credere a quello che si vede

o anche di andare avanti con premura.

La lontananza è quello che più devasta

corpo e menti

ma forse è ciò che è rimasto di vero.

Poesia 1



E’ il vero strumento diabolico

la più sentita condanna

per credere a un ignoto

abbastanza da non saperne nulla,

per sentire e toccare con mano

l’eterno confine

come un intimo infinito.



Un uomo che sappia distinguere se stesso

rispetto ai precetti di onestà, virtù o alle abitudini insolite,

un uomo che sappia credersi

diverso, indipendente, libero,

non è questo l’uomo più schiavo?

A ognuno è data coscienza

per poter saper giudicare tutto,

questo è il vero scherno della nostra realtà.

Ma anche tra chi vede troppo

è stolto colui che parla,

saggio chi prova a spiegare,

il disonesto tace.



Ho conosciuto la morte

senza perifrasi

in altri volti,

fieramente e sempre fedelmente

nella mia cittadinanza,

senza appunti  lieve  decisa.

Ho visto  amici piangere, oggi,

per buchi d’animo, di stomaco e imperizia

al semplice e ripetuto nostro  artifizio.

Ho appreso la mancanza di idoli,

chi già sapeva che non serve fingere

che con disincanto cercava una maglia di fuga.

Non alla sconfitta senza storia,

non all’inesorabile affogare,

fuggite (da noi stessi).

Si muore solo una volta.

 

A me, ricordamelo



Non ricordo il tuo nome,

non ricordo le tue parole,

quale fosse il filo che ci conducesse.

Ripercorro attimi contando le cicatrici,

tentando di rimuovere la nebbia

da foto volute troppo opache.

Non siamo mai stati nostri,

non sei neanche mai appartenuto a te stesso

col tuo piacere nel perderti,

darti a quello che appare, alle mode,

alle urla e al peso delle parole.

Ho avuto la presunzione di tentare,

di provare a saggiare quello che fosse questo tutto

e le mie mani hanno stretto altro fumo.

Ma Questo era tutto.

Fin troppo o non abbastanza;

mi sono voltato,

la tua mano scesa dalla spalla,

il respiro meno pesante.



Ho plasmato la tua presenza
alla mia stessa esistenza,
nutrito le speranze,
alimentato previsioni,
giochi di sguardi,
clandestini piani di conquista.
Ho sbagliato il capo della mia scommessa,
la ruota, i numeri, il giorno.
Senza dimenticare chi sono stato
ho puntato sui miei sbagli
e la delusione è ormai familiare
profuma di casa.



Tanto pistilla l’acqua
sulle finestre costellate,
quanto cento aghi di frecce
milleduecentouno battiti.
Sotto questo cielo grigio
il soffocare della nostra routine,
quando anche le foglie
non sono più fragili
e gli è solo data figura d’esserlo.

Questa virilità non dà ragione
di non temere il nostro domani,
zittita la nostra individuale reciprocità,
mi chiesi se fossimo uguali
tutti a ridere prima di morire
in cerca di essere nostri
e di capire noi negli altri.

Si assottiglia il gambo,
si alleggerisce lo stelo.
Il tronco regge l’immane
della pioggia
e in tutto questo essere s’invola:
silenzio,
Attesa.



Chiudo la finestra
all’esterno,
è buio.
Ho bisogno di un lume.
Nessuno finge
di concedere un aiuto.
M’improvviso a non andare
ma nessuno capirebbe
la gioia immensa
di lasciare la mia morte presente.



Non c’è niente che rimane,

sono troppi da chiedere

qualche prova, segno o resto

o semplicemente il profumo anche acre

di un ricordo.

Non ho niente in mano

che dimostri il colosso di sensazioni

la madia piena di niente,

colmata cozzando interessi, sguardi e messaggi distratti.

Io non ti ho mai visto,

non dal vero, non con veri occhi

e ti conosco per sentito dire

attraverso parole, sogni non verificati.

Chiedendomi cosa c’è in comune che ci appartiene

ho risposto: un niente da riempire

per sfizio, piacere, forse anche simpatia.

Non ho niente tra le mani

perchè ho un niente da riempire.

Eppure qualcosa si è creato.



Sono rimasto solo alla stazione,

come una prefica,

a vedere chi parte senza ritorno.

Nell’atmosfera già colma di addii

rimbomba un rullare di chiacchiere

che travagliano questo vuoto

riempito dai telegiornali che urlano,

da una continua corsa alle armi.

I familiari fanno già prova delle litanie

da raccontare davanti l’urna della nascita,

un film che mi contiene,

che contiene tutti:

lode a ciò che chiamiamo i “bisogni d’oggigiorno”.

Ho provato a chiamare gli esperti,

una qualche maga tessala

per arrivare e spiegare l’Oltre

a questa folla che si autodistrugge

che aspetta la fine

(quella vera) e non la vede.

Amano tutti il decoro rococò

della scalinata al successo,

dei talent, (“chi c’era ieri? Non ricordo nemmeno!”).

Non si accorgono che senza salire,

in una casa senza finestre

si affoga nella propria polvere.



A volte falsi ritmi

segnano il dettaglio,

questo continuo presentarsi di angoscia,

Noia

tempi placati agitati

dilungati e distesi.

Come seduto in una piazza vuota

aspetto il giorno di mercato.

Mi basterebbe un passante

se non mi scotto al sole.



Mentre ero in treno ho scritto una poesia,

non era nostalgia,

spossatezza, spleen,

è venuta di getto,

era già lì.

Ho solo pensato a chi ci fosse

oltre il finestrino,

le città scure

e soprattutto oltre il mio riflesso

che ha offuscato tutto il percorso.

Si stava facendo sera

era già tardi.

Alla fine del viaggio,

all’ultima stazione,

sconvolto sul treno

ho scritto questa poesia,

eri te.



Ci hanno insegnato Newton

per spiegare che tutto cade

Dio, Darwin, Platone

a dirci da dove veniamo

per dovere di cronaca.

Nonostante tutto mi sento

come chi prova a bussare a casa propria

senza esserne padrone, senza chiavi.

C’era una bambina ieri,

colma di presunzioni

travestite da sogni:

era l’ultimo format del successo televisivo.