J.06

 

DPR 236/88



È che queste sere
il teatro umano cala il sipario,
che in bicicletta
si fa notte e si riflussano le idee:
spetezziamo brevi sentenze.

È qui che si inalza la Protesta Poetica

Basta
tentare di spiegare a dottoroni
e popolino
gente d’olio e odio
un’indimostrabile ipotesi di idea di mondo.

Basta
spoeticare storie
sprecare tempo a ricamare lenzuola già strette
e spendere il lino migliore
per coprire maiali in via d’estinzione.

Con la presente
mi rifiuto di ridire e ascoltare
attaccare le etichette
secondo questo meschino inventario.

Vorrei poter non guardare:
vi coprirò col sogno
soffocandovi violentemente con lo scrivere
e me ne andrò a dormire.

 



Tra i muri di scuola

su scritte di amori vissuti

cartoncini di eventi passati

davanti al lungo porticato del bar

in quelle mattine

nel cappuccino in bicchiere di plastica

con la pioggia fuori

in ritardo, come sempre

nelle scale coi cartoni come zerbini

quando rivedo quel Giorgio

delle chiacchierate a meno dieci

quando guardavo di sotto

e ti aspettavo,

Lì ti rivedo.

Eri tutto.

ora Io.

A un amico greco



Odio la poesia d’amore
i tuoi occhi, il tuo odore
rime e metafore regalate.

Ritrovo qui una parte di tutti
e in tutti la stessa storia
nell’ambulante
nel venditore di storie
nel teatro comunale.

Ho capito l’amore in piazza Maggiore
col disinteresse dei russi
in chi fa la guida e viene ignorata
in chi distrattamente passa
con gli studenti che trovano sollievo ai doveri
nella ragazza che canta.

L’amore sono semplicemente questi piccioni
della città
tanti, indistinguibili e fastidiosi:
tutti li odiano
beati
raccolgono sempre qualche briciola
tubano forte
e se la portano via.



Si fa sera

di rientri

di grigi intenti:

la notte di programmi

(televisivi)

dei gran finali

dei tweet con errori magistrali

delle grammatiche nascoste.

È questo il buio soffocante

dei nostri mostri

consacrati con la celeberrima liturgia ignorante.

Riguardiamoci da chi resta,

dai plurales maiestatis

(da come vada scritto),

dalle speculazioni d’intenti

e dagli spread emozionali:

riguardatevi dai baci,

dalla procreazione e dai progetti

di chi sa solo farci Avari.

A Bologna



Ricerca

o desiderio di fuga

nella sua più varia umiltà.

Primo colle: il mare.

Senza mai rinnegarsi,

una forte stretta di mano alle occasioni

al desiderio di non affogare.

Secondo colle: piazza Grande.

Dopo il grande abbandono,

gli incontri tra ipotesi,

identificarsi nell’ignoto.

Terzo colle: la morte.

L’imperativo di rinascere.

Rivelazione:

se questo è un tentativo avanguardistico di poesia

forse non è riuscito,

di certo è la mia vita.

 

 



Ti penso su un treno di ritorno
ti penso su un treno vissuto
un regionale con attimi per stazioni
con il ritmo monotono dei pendolari
nel buio delle gallerie
sotto il cielo nuvoloso.

Ti penso
perché nel dormicchiare generale,
nel pieno del mercoledì pomeriggio,
c’è chi mangia le patatine che ami,
stomachevoli, e che mi rovesciasti nello zaino.



Un uomo che sappia distinguere se stesso

tra queste ricette di onestà e virtù

un uomo che sappia credersi

diverso, indipendente e libero,

non l’abbiamo già letto

sui quotidiani?

A ogni coscienza

un saper giudicare,

questo è il nostro vero scherno.

Chi vede troppo ha la parola

sopra chi lo racconta

e il Disonesto guarda e tace.

 

 

 



Ho conosciuto la morte

senza perifrasi

in altri volti,

fieramente e sempre fedelmente

nella mia cittadinanza,

senza postille, decisa.

Ho visto  amici piangere, oggi,

per buchi d’animo o mal di stomaco,

inesperti

davanti al piano regolatore.

Ho appreso la mancanza di idoli,

con chi sapeva che non serve fingere

e con disincanto cercava una maglia di fuga.

Rimanete alla sconfitta senza storia,

all’inesorabile affogare,

ai rimpianti accusatori:

fuggite solo da noi stessi.

Si muore solo una volta.

 

A me, ricordamelo



Non ricordo il tuo nome,

non ricordo le tue parole,

quale fosse il filo che ci conducesse.

Ripercorro attimi contando le cicatrici,

tentando di rimuovere la nebbia

da foto volute troppo opache.

Non siamo mai stati nostri,

non sei neanche mai appartenuto a te stesso

col tuo piacere nel perderti,

darti a quello che appare, alle mode,

alle urla e al peso delle parole.

Ho avuto la presunzione di tentare,

di provare a saggiare quello che fosse questo tutto

e le mie mani hanno stretto altro fumo.

Ma Questo era tutto.

Fin troppo o non abbastanza;

mi sono voltato,

la tua mano scesa dalla spalla,

il respiro meno pesante.



Ho plasmato la tua presenza
alla mia stessa esistenza,
nutrito le speranze,
alimentato previsioni,
giochi di sguardi,
clandestini piani di conquista.
Ho sbagliato il capo della mia scommessa,
la ruota, i numeri, il giorno.
Ho puntato sui miei sbagli
ha vinto la delusione
ma ormai profuma di casa.



Come pistilla l’acqua
sulle finestre punterellate,
quanto cento aghi di frecce
milleduecentouno bussate, per secondo.

Sotto questo cielo grigio
il soffocare della nostra routine,
quando anche le foglie
sono stufe
che gli sia data figura d’essere fragili.

Questa virilità non dà ragione
di non temere il nostro domani,
zittiti gli echi della nostra individuale comunità,
mi chiesi se fossimo davvero uguali
tutti a ridere, amare, morire
in cerca di essere nostri
e di capire noi dagli altri.

Il tronco regge l’impeto della pioggia
piove sui sassi, sui prati
sui nidi dei calabroni
e in tutto questo l’essere si rinnova:
silenzio,
attesa.



Non c’è niente che rimane,

sono troppi da chiedere

qualche prova, segno o resto

o semplicemente il profumo anche acre

di un ricordo.

Non ho niente in mano

che dimostri il colosso di sensazioni

la madia piena di niente,

colmata cozzando interessi, sguardi e messaggi distratti.

Io non ti ho mai visto,

non dal vero, non con veri occhi

e ti conosco per sentito dire

attraverso parole, sogni non verificati.

Chiedendomi cosa c’è in comune che ci appartiene

ho risposto: un niente da riempire

per sfizio, piacere, forse anche simpatia.

Non ho niente tra le mani

perchè ho un niente da riempire.

Eppure qualcosa si è creato.



Sono rimasto solo alla stazione,

come una prefica,

a vedere chi parte senza ritorno.

Nell’atmosfera già colma di addii

rimbomba un rullare di chiacchiere

che travagliano questo vuoto

riempito dai telegiornali che urlano,

da una continua corsa alle armi.

I familiari fanno già prova delle litanie

da raccontare davanti l’urna della nascita,

un film che mi contiene,

che contiene tutti:

lode a ciò che chiamiamo i “bisogni d’oggigiorno”.

Ho provato a chiamare gli esperti,

una qualche tessala

per arrivare e spiegare di andare oltre

a questa folla che si autodistrugge

che aspetta la fine

(quella vera) e non la vede.

Amano tutti il decoro

della scalinata al successo,

dei talent, (“chi c’era ieri? Non ricordo nemmeno!”).

Non si accorgono che senza salire,

in una casa senza finestre

si affoga nella propria polvere.



Mentre ero in treno ho scritto una poesia,

non era nostalgia,

spossatezza, spleen,

è venuta di getto,

era già lì.

Ho solo pensato a chi ci fosse

oltre il finestrino,

le città scure

e soprattutto oltre il mio riflesso

che ha offuscato tutto il percorso.

Si stava facendo sera

era già tardi.

Alla fine del viaggio,

all’ultima stazione,

sconvolto sul treno

ho scritto questa poesia,

eri te.