J.06

 

Trainqta



Once,

I was on a train

a long coach

now in the morning.

This train was bright

thanks to the incoming light

from all the windows.

One was able to be opened

the following one not the same.

And among people every seat 

every blue velvet of the seat 

was shining by its own. 

But isn’t it all plastic?

Isn’t this train going too fast?

Il colore della cravatta



L’essere umano desidera sempre quello che non ha

mi disse un fascinatore

un artista dell’immagine che lavora sulle insicurezze altrui.

Guardati allo specchio

cosa ti sembra

il modo in cui ti vedono gli altri?

Me lo chiedo tutte le mattine

quando sono solo e nessuno mi vede

la sera a letto

prima di chiudere gli occhi

me lo chiedo tanto che ho iniziato a leggere libri

a leggere sempre per distrarmi, per non pensarci.

Quando mi sveglio penso a quello che vedono gli altri:

e parlo di quello che viene da dentro, del mio essere

perché non mi sono mai curato dell’immagine.

Ho iniziato  a mettere camicie, a farmi tagliare i capelli con cura nei dettagli

per la paura che liberato

quello che c’è, dentro

sia quasi meglio che mi guardino il colore della cravatta

sia anche mal abbinato.

Tu amb nosaltres, una nit



Començar amb una paròdia de feixisme

acabar amb una paròdia de les llengües

un dia

de fúria

irreverent.

 

Amb tu,

comença l’espectacle

fem-ho!



Sin miedo

hemos hablado en seguida

por la noche

preguntando a nuestros ojos

buscandote en los tuyos.

Tenía ganas de escribir nuevas hojas

de no darme cuenta de la mano pesada

de los piensamientos

de la sabiduría de sus presencia.

Hemos hablado por la noche

tu durmiendo

tus miedos y yo

de lo que pasará

de lo que quiero que sean

ausentes

utilizando el usted

con rispecto, por mi parte

con la gana de conocerlos

de conocerte.

Que esta gana vaya a conducirnos

sin miedo.

To me, remember me about it (trad. A.142)



I don’t remember your name,

I don’t remember your words,
which was the thread leading us.
I retrace moments counting the scars,
trying to take away the haze
of pictures wanted too opaque.
We have never ever been ours,
you haven’t even belonged to yourself
enjoying yourself in getting lost
giving yourself away to appearances, to fads,
to screams and to the weight of words.
I presumed to attempt,
to try to taste what was the whole of all this
and my hands held other smoke.
But This was everything.
Way too much or not even enough,
I turned around,
your hand falling from the shoulder
the gasp less heavy.

Ti ho rivisto a una festa ed ho inghiottito veleno



Ti ho rivisto a una festa

ed ho inghiottito veleno

mi hai dato un saluto distante

frasi di circostanza.

Sai bene che ho rifatto lo stesso errore

che dieci passi sanno di due

che l’aria chiusa è la stessa.

A lungo si mantengono calde le speranze

spesso costruite nell’ottemperanza al vizio

con relazioni bruciate come fiammiferi

fredde comete delle proprie aspettative.

Ho sbagliato un’altra volta

eccomi solo, idiota ambasciatore di tante belle parole

come quando le trattative le facevo con te

e lo sai, e niente veramente è cambiato.

Sai quanto trovo facile raccontare le mie paure

e quanto in realtà ne stia scappando

e che la forza di cui parlo e do prova

è un palo  di legno marcio dentro.

Forse lo sa già,

ne sta scappando:

in fondo è troppo prevedibile la strategia

e l’isolamento mi rende ovvio, banale, spaventoso.

Vedi, lui non la sa

la mia differenza tra sfuggire

e paura di giocare

e si dice troppo certo

quasi da restarne sorpreso.

Mi ha fatto piacere rivederti,

(qui, per ora)

buona serata.

 

 

 

Ho vinto la guerra (Un chien catalan)



Ho vinto la guerra

stavolta

in un bar,

su una strada secondaria,

di passaggio per molti,

più di bevute o svago.

Di rado vengo per questo calle,

di rado ma con piacere

mi perdo nei fiori sui tavoli,

mi piace il cameriere che se ne prende cura,

mi piace che non ascolta,

non scruta,

accarezza i fiori, le erbe ornamentali.

Mi piace la musica

che smetto di ascoltare,

la gente che passa e che cambia,

mi piace il tiramisù casereccio.

Ho vinto la guerra stavolta

dalle mie sconfitte,

vestito di gusto, nel garbo sociale

ma bruciato dentro

distrutto.

L’ho vinta coi fiori,

con le cure

con la calendula officinalis, l’odore

ci ho vinto la guerra

quando sei passato

quando non te ne sei mai andata

con te che ti sei allontanato senza partire;

con voi ho vinto la mia guerra

da voi in fuga, in tensione

in viaggio lontano

dalla destinazione

fermo coi fiori

e chi passa

con me stesso

Eccomi

diverso

io

Adesso

e ho capito,

Francesco,

che nell’irrazionale palazzo della perfezione

Eterno

sul trono del Nulla

sereno

Visione.

Un topo e gli elefanti



Silia senza Guido
E Leone a stringere tra le mani
mezz’ora al giorno delle tante sudate macerie.

Fossero parti consapevoli
le pedine senza re che vanno dal salumiere
che si rintanano in canti, preghiere
e qualche gioco di costume.
Diverso anche il costume
per l’epoca
ma stesso tanfo borghese
buon ricevimento
pizzata
apericena.
A parte:

[desidererebbe uscire di scena ma è trattenuto dalla buona educazione che impone di aspettare il termine del pasto]

La fuga, avventori,
non è una soluzione all’intreccio
ma conoscendo il copione
ci scappa
la pausa

e un vino dietro le quinte.

Aristotele nell’era delle smart tv



Risparmiati la ragione sociale

nudo ti vedo

superbo

politico animale.

Un altro Natale



È di me con te che parlo

di tutto quello che non ho fatto

e di tutto quello che mi vanto di sapere.

Solo una cosa dimmi

che non so e da anni non riesco a capire:

dimmi se ti sei ritrovato,

se hai mai smesso di provarci

o se hai la forza di cercarti ancora.

Lapsus



A voi,

a voialtri,

seduti davanti a me.

 

Dai tuoi occhi castani, Irene,

sono sempre stato dipendente

ci ho sempre rivisto la persona che eri

ma non vedevo abbastanza me stesso.

 

A te, senza nome ancora,

erede ex voto della cartella esattoriale,

a te voglio chiedere che colore hanno i tuoi, di occhi

cosa pensi se ti svegli di notte

come ti senti quando chiudi le palpebre.

 

Chiacchierate, di cose vere,

l’uno e l’altra

senza bisogno di aggiungere gesti

persi nelle reciproche iridi

piano piano

aspettate.

 

Voialtri,

voi potete aspettare

la scadenza vostra è lontana

la mia già dichiarata e forse prevista.

 

Ma la sedia in fronte a me è ancora vuota

le campane suonano ormai l’ora

(gli Allori bastardi

si susseguono

con nomi diversi)

e se ci siete

se volete aspettare in silenzio che tutto passi

proverei volentieri a osservarvi.

 

Mettetevi comodi

Quel gran bastardo di Magritte



L’iride non è un cielo azzurro

ma la malizia nel ricordare la condizione umana

è sadico, e mi piace.

 

Teatro

in scena Goldoni, Pirandello, Shakespeare

insieme nella migliore commedia

poltrone a ruba

un brav’uomo si siede al posto 51.

 

Atto I

L’abbandono che irrompe nella vita (l’amore)

l’amico, fedele compagno

ripresa verso ilari momenti

[dissolvenza nel fumo].

 

Atto II

L’abbandono che irrompe nella vita (il fedele suddetto)

la poesia, singolare sfogo

sopportazione della vita

[fugge ma cerca il Vero].

 

Atto III

Il Vero irrompe.

Il poeta procrastina l’incontro.

 

Inizia la commedia,

lasciamo stare l’essere sul suo sedile.

Magritte era un genio,

a me è solo capitato di diventare grande all’improvviso.

B.A.



Vedi

che cambiare acqua al pesce nella palla

non lo libera in mari aperti

non gli farà vedere altre stanze;

Sai

che è vera la lontananza

inorgoglita da tutti i desideri che non hai soddisfatto

dalle relative bollette mensili.

Impara

che anche l’acqua inquina;

Ricorda

che il pesce che ci vive

respira comunque ossigeno.

DPR 236/88



È che queste sere
il teatro umano cala il sipario,
che in bicicletta
si fa notte e si riflussano le idee:
spetezziamo brevi sentenze.

È qui che si inalza la Protesta Poetica

Basta
tentare di spiegare a dottoroni
e popolino
gente d’olio e odio
un’indimostrabile ipotesi di idea di mondo.

Basta
spoeticare storie
sprecare tempo a ricamare lenzuola già strette
e spendere il lino migliore
per coprire maiali in via d’estinzione.

Con la presente
mi rifiuto di ridire e ascoltare
attaccare le etichette
secondo questo meschino inventario.

Vorrei poter non guardare:
vi coprirò col sogno
soffocandovi violentemente con lo scrivere
e me ne andrò a dormire.

 



Tra i muri di scuola

su scritte di amori vissuti

cartoncini di eventi passati

davanti al lungo porticato del bar

in quelle mattine

nel cappuccino in bicchiere di plastica

con la pioggia fuori

in ritardo, come sempre

nelle scale coi cartoni come zerbini

quando rivedo quel Giorgio

delle chiacchierate a meno dieci

quando guardavo di sotto

e ti aspettavo,

Lì ti rivedo.

Eri tutto.

ora Io.

A un amico greco



Odio la poesia d’amore
i tuoi occhi, il tuo odore
rime e metafore regalate.

Ritrovo qui una parte di tutti
e in tutti la stessa storia
nell’ambulante
nel venditore di storie
nel teatro comunale.

Ho capito l’amore in piazza Maggiore
col disinteresse dei russi
in chi fa la guida e viene ignorata
in chi distrattamente passa
con gli studenti che trovano sollievo ai doveri
nella ragazza che canta.

L’amore sono semplicemente questi piccioni
della città
tanti, indistinguibili e fastidiosi:
tutti li odiano
beati
raccolgono sempre qualche briciola
tubano forte
e se la portano via.



Si fa sera

di rientri

di grigi intenti:

la notte di programmi

(televisivi)

dei gran finali

dei tweet con errori magistrali

delle grammatiche nascoste.

È questo il buio soffocante

dei nostri mostri

consacrati con la celeberrima liturgia ignorante.

Riguardiamoci da chi resta,

dai plurales maiestatis

(da come vada scritto),

dalle speculazioni d’intenti

e dagli spread emozionali:

riguardatevi dai baci,

dalla procreazione e dai progetti

di chi sa solo farci Avari.

A Bologna



Ricerca

o desiderio di fuga

nella sua più varia umiltà.

Primo colle: il mare.

Senza mai rinnegarsi,

una forte stretta di mano alle occasioni

al desiderio di non affogare.

Secondo colle: piazza Grande.

Dopo il grande abbandono,

gli incontri tra ipotesi,

identificarsi nell’ignoto.

Terzo colle: la morte.

L’imperativo di rinascere.

Rivelazione:

se questo è un tentativo avanguardistico di poesia

forse non è riuscito,

di certo è la mia vita.

 

 



Ti penso su un treno di ritorno
ti penso su un treno vissuto
un regionale con attimi per stazioni
con il ritmo monotono dei pendolari
nel buio delle gallerie
sotto il cielo nuvoloso.

Ti penso
perché nel dormicchiare generale,
nel pieno del mercoledì pomeriggio,
c’è chi mangia le patatine che ami,
stomachevoli, e che mi rovesciasti nello zaino.



Un uomo che sappia distinguere se stesso

tra queste ricette di onestà e virtù

un uomo che sappia credersi

diverso, indipendente e libero,

non l’abbiamo già letto

sui quotidiani?

A ogni coscienza

un saper giudicare,

questo è il nostro vero scherno.

Chi vede troppo ha la parola

sopra chi lo racconta

e il Disonesto guarda e tace.

 

 

 



Ho conosciuto la morte

senza perifrasi

in altri volti,

fieramente e sempre fedelmente

nella mia cittadinanza,

senza postille, decisa.

Ho visto  amici piangere, oggi,

per buchi d’animo o mal di stomaco,

inesperti

davanti al piano regolatore.

Ho appreso la mancanza di idoli,

con chi sapeva che non serve fingere

e con disincanto cercava una maglia di fuga.

Rimanete alla sconfitta senza storia,

all’inesorabile affogare,

ai rimpianti accusatori:

fuggite solo da noi stessi.

Si muore solo una volta.

 

A me, ricordamelo



Non ricordo il tuo nome,

non ricordo le tue parole,

quale fosse il filo che ci conducesse.

Ripercorro attimi contando le cicatrici,

tentando di rimuovere la nebbia

da foto volute troppo opache.

Non siamo mai stati nostri,

non sei neanche mai appartenuto a te stesso

col tuo piacere nel perderti,

darti a quello che appare, alle mode,

alle urla e al peso delle parole.

Ho avuto la presunzione di tentare,

di provare a saggiare quello che fosse questo tutto

e le mie mani hanno stretto altro fumo.

Ma Questo era tutto.

Fin troppo o non abbastanza;

mi sono voltato,

la tua mano scesa dalla spalla,

il respiro meno pesante.



Ho plasmato la tua presenza
alla mia stessa esistenza,
nutrito le speranze,
alimentato previsioni,
giochi di sguardi,
clandestini piani di conquista.
Ho sbagliato il capo della mia scommessa,
la ruota, i numeri, il giorno.
Ho puntato sui miei sbagli
ha vinto la delusione
ma ormai profuma di casa.



Non c’è niente che rimane,

sono troppi da chiedere

qualche prova, segno o resto

o semplicemente il profumo anche acre

di un ricordo.

Non ho niente in mano

che dimostri il colosso di sensazioni

la madia piena di niente,

colmata cozzando interessi, sguardi e messaggi distratti.

Io non ti ho mai visto,

non dal vero, non con veri occhi

e ti conosco per sentito dire

attraverso parole, sogni non verificati.

Chiedendomi cosa c’è in comune che ci appartiene

ho risposto: un niente da riempire

per sfizio, piacere, forse anche simpatia.

Non ho niente tra le mani

perchè ho un niente da riempire.

Eppure qualcosa si è creato.



Sono rimasto solo alla stazione,

e come una prefica

guardo chi parte solo andata.

Nell’atmosfera impregata di addii

rimbomba una centrifuga di chiacchiere

che travagliano, povero, tutto questo vuoto

riempito dai telegiornali che urlano,

dalle corse alle armi.

I familiari inculcano le litanie

da raccontare alla prossima nascita,

un film che mi contiene,

che contiene tutti:

Ode ai “bisogni d’oggigiorno”.

Ho provato a interrogare gli esperti,

una qualche tessala o poeta,

li ho raggiunti negli orari di apertura,

su questa folla che si lusinga agli autoscontri

che riempie il tempo prima della fine

e non la vede già al proprio fianco.

Ma la Tessaglia è Grecia e i poeti chiudono baracca.

Amano tutti i festoni

della scalinata al successo,

dei talent (“Chi c’era ieri?”).

Siano ben informati che in una casa senza finestre

si affoga nella propria polvere.



Mentre ero in treno ho scritto una poesia,

non era nostalgia,

spossatezza, spleen,

è venuta di getto,

era già lì.

Ho solo pensato a chi ci fosse

oltre il finestrino,

le città scure

e soprattutto oltre il mio riflesso

che ha offuscato tutto il percorso.

Si stava facendo sera

era già tardi.

Alla fine del viaggio,

all’ultima stazione,

sconvolto sul treno

ho scritto questa poesia,

eri te.