L.03

 



“Morireste se vi fosse vietato di scrivere?”
È la domanda che Rilke pone a un giovane poeta
e dopo si fa un grande e terribile silenzio.

No, non morirei.

Agirei nell’ombra e dall’ombra
canterei la morte che si fa scrittura
poi muro consunto cui passi accanto
senza una risposta da ripetere ad alta voce
nella tua testa mentre volgi altrove
a lottare la Domanda.



Non torno più in questa città
che un tempo mi era casa,
sono essenza verticale
qui l’aria oggi si respira male.

Tutti dicono che la poesia è morta
eppure esisto ancora, non vista
mentre ti respiro in faccia,
sono la tua ala non spezzata.

E sono qui, adesso, dove torno
per sgranchire la parola per strada
appendermi a un muro tonso,
in salita esserti dorso.

 



Io sono l’intenzione più seria
tra le case alte e belle qui intorno,
e sfollati andati lontani
ma non abbastanza.
Accendo i motori
dell’amore verticale
nella giacca presa quando
ero un poco più felice
su suggerimento di qualcuno
agendo il freddo fuori
nell’aria sporca di benzina
e cercando poi riparo
nell’invito di vino
che offusca l’impazienza,
io sono questo muro
e poi il foglio vilipeso,
sono questo canto
e il colpo di vuoto
che sta accanto.



Può questa strada
indicarmi l’avvento lontano
di qualche santo?
Il ciclo dell’azoto
insegna che da qui
devono esser passati
e qui torneranno.
Intanto ci passo io,
ci passi tu che leggi,
ci passa egli distratto
e un filo blando e sottile
che sottilmente estende
l’enormità di un attimo
che indossa pareti lacerate
e riempio con parole
che semino come un bottone
mai sistemato.



Nei sogni cominciano le responsabilità,
diceva Delmore Schwartz.
Dico invero io che oggi
non inizia un bel niente.
Mi pare che tutto finisca;
anche questa città
che leggera finisce
sotto tutte le responsabilità
e senza alcun sogno residuo.