L.108

 

damnor ad bestias



In fila per la fine

di sangue mi sporcaste le mani.

Riflettete la mia impotenza

mentre io vi guardo morire.



Dionisiaco l’oro che tessevo
sulle tracce di un percorso vano,
avrei dovuto contarli i passi,
arrestarmi prima dell’orlo nero
che a bacio scivola nel dirupo.

Ma quanto dolce è ora cadere,
il non rallentare attraverso l’immobile.
Non punge ai piedi l’assenza di terra,
non duole toracico l’avanzare di vuoto,
danzo in capovolte, giri di giochi,
leggero è il sospeso, piuma la mia carne.

DID



Lei dondola e gongola

tra le sue onde e le sue fronde

allieta non allevia

aliena non umana

si toglie la sottana

il rossetto e la faccia

le unghie e gli occhi

le rimangano i graffi e gli scorci

gli squarci

di un’ anima affollata

 

l’effimero fugge la folle folla

e a lei basta ciò che resta

come potrebbe mai affogare

chi è sempre stata a suo agio

nel mare in tempesta

 

nelle meduse c’è tanta bellezza [mostruosa eleganza al fuoco conduce]



Violacea l’ombra, le danze e gli abissi

in cui immergendosi affiora e  riaffiora

la mia dannata amata

fin da quando efira perse

la voglia forse la mira

di opporsi alla corrente.

Brucia vira migra , ora,

perché sei mare in mare d’ira

fuggi  le acque ostili e terse

a cui io non mi sottrassi

e da cui non seppi mai salvarti.

 

[Rinuncerei all'apnea

al sangue all'inchiostro alle onde

per essere marea,

per poter condurti al tuo silenziato (in)canto]



Prima posizione

Incontro buio ebbro

alla foce di un incrocio a livrea di tigre

flèche

i nostri cervelli schioccano

come lame che si incrociano in stoccata

in punta di fioretto

un affondo non è affronto

se tuo



Silenzi e solchi tra le dita mi hai lasciato

spazi vuoti a perdersi

che non riempiresti

se non prendendomi la mano,

non sai se riporre nel passato

i sentimenti spesi in versi

di cui mi spogliasti insieme le vesti

che avevo indossato invano,

tu fosti scroscio piovano ed io boato

solo a esigui scorci e sorsi

o da insobrio mi berresti

ma amore mio, è disumano

e il disumano in me è adeguato

come il cuore che ti porsi

che al mio collo vuoi che resti

come se ciò fosse più sano.



All’oceano chiedo l’onere di pulirmi l’anima

al vento il favore di raccontarmi storie,

un cuore stanco che tristezza concima mi batte in questo petto aperto.

Un orizzonte senza onde cosa può mai trasmettere

se non la sensazione di guardarsi allo specchio.