L.110

 

Braci



Di noi ricordo ancora il momento

in cui ce ne stavamo su quel letto

corpo su corpo, cuore su cuore.

Poi i cuori si sono allontanati

i corpi pure. E di noi – adesso -

rimangono le sagome, le forme

dei corpi sulle lenzuola bianche

e la tua sagoma ancora bollente

sul mio petto. Ma tu hai appiccato

l’incendio e mi hai lasciato bruciare.

Adesso nel cuore solo braci.



Devo ancora imparare l’arte del potare
ché nel fior fiore dei miei anni
troppe volte mi sono lasciato sfiorire.
Ma adesso è tempo di sbocciare
prima che anche io inizi ad appassire.



Ogni volta che mi rinnego
annego il mio gracile ego.
Fingere di essere diverso:
falso e fragile ripiego.

 

San Valentino



Amatevi
a San Valentino
ma anche
a San Lorenzo
a San Paolo
e San Silvestro.

Amatevi
ogni giorno
ogni secondo
tutti gli anni
perché chi ama
a tempo perso
fa solo danni.

Inconsistenza



Hai perso consistenza
e ti ho reso raro ricordo
che vive solo dentro la mia testa.
E quanta sofferenza
per qualcosa che non esiste
se non in quest’anima mesta.

Hai perso consistenza
mentre andavi via – sordo –
e il mio labiale scandiva: resta.

L’amore ai tempi dei social network



Chi mi ama
mi segua.

(ma non su Instagram)

Lavastoviglie



Questi giorni sporchi
andrebbero messi
dentro la lavastoviglie
perché sono incrostati
di te. Ma non è così
che funziona: 
il lavoro sporco
spetta a me.

E allora mi sporcherò
prima le mani poi il cuore
ché da qui non uscirò
senza aver provato dolore.



Le mie impronte digitali:
labirinti infinitesimali.

Perdermi è scritto nel dna.



Il tempo passa.
Il dolore ti trapassa.



Cado dalla solita altezza
quando si apre la voragine
del tuo pensiero nella testa:
è sempre la stessa vertigine
che mi rende facile esca.

Pendolare



Come un secchio che risale
dal pozzo verso la luce
così io faccio il pendolare
tra gli abissi e la superficie
l’essere e il nulla
l’oblio e la coscienza.

Non so chi sono, cosa voglio:
mi limito a salire e scendere dal convoglio.



Per te io ero la goccia
che traboccava dal vaso:
destinata a cadere.
Tu, invece, eri tutta l’acqua
di cui mi ero riempito
ma le tue maree
mi lasciavano sfinito:
dopo la tempesta
il mio vaso è caduto
e si è rotto.

E tutto è finito.



Da queste cicatrici
potranno nascere altri fiori
ma anche tanti altri dolori
perché ogni fiore ha la sua spina
e la felicità nasconde sempre
una radice di nostalgia.

Ricordi



I ricordi sono biglietti
per viaggi di ritorno.
Il prezzo è uno solo:
nostalgia a pezzetti.

Nero su bianco



Mi metto nero su bianco
perché la notte
quando dormo su un fianco
le parole mi urlano in testa
e mi prendono a botte.

Mi metto nero su bianco
perché la vita non mi basta.
La poesia non è una casta!
Queste parole vivono al fianco
dell’uomo comune solitario stanco.

Mi metto nero su bianco
perché è il mio modo di urlare
di mostrare che anche io so brillare.

Mare



Mare, cosa sei
se non una linea di confine
tra due infiniti?
Sei cielo o sei l’abisso?
Sei specchio di entrambi
e io mi rispecchio in te, fisso.

La notte



La notte è
l’abisso del giorno:
quel magico oblio
in cui faccio ritorno.



la mia vita è un eterno scappare da me
e non riuscirci.

Il silenzio adesso sa parlare



Il silenzio adesso sa parlare
e ha la voce schiumosa del mare.
La tempesta è appena iniziata
e sono già pronto per la ritirata
perché questo vuoto silenzioso
è il nemico più violento e odioso.
Il silenzio adesso sa parlare
e ha il sapore di tutte le parole
marcite in gola.
Il silenzio adesso sa anche guardare
e ha miei stessi occhi.
Mi guardo in profondità
e vedo la tempesta più silenziosa,
una guerra contro le mie fragilità.

La fatica di essere se stessi



Non ci sono più,
né per voi né per me.
Sono assente da tutto,
sono solo presente in me stesso,
questo mostro che mi mangia
dalla mattina alla sera.
Vorrei spiegarvi la fatica
di essere se stessi
ma rimango qui ad urlare
contro il muro, contro me stesso.
Vi basta?
Ecco: questa è la fatica di essere se stessi.
Urlare, urlare, urlare
fino a non avere più voce.
Continuare ad urlare senza voce.
Scappare, scappare, scappare
fino a ritrovare sempre lo stesso riflesso.
Continuare a scappare fino ad illudersi di volare
mentre sto solo sprofondando nel baratro
più profondo di qualsiasi pozzo o abisso.
La fatica di essere se stessi è questa:
subirsi e non poterne fare a meno.

Miraggio



Tu eri fiume
e io mare che ti riceveva.
Tu eri acqua dolce
e io avevo sete.

Adesso sono un deserto
eppure non ho più sete.
Sei un’oasi perduta,
un miraggio lontano.



Sono una folla di contraddizioni
che si incontrano in un solo corpo.



La tua bocca e le tue dita
hanno lasciato delle ferite invisibili
sul mio corpo incendiato dalla passione.
Ogni mio tocco – adesso – riapre le suture
e i ricordi zampillano vividi, prepotenti
come se ci fossi tu a toccarmi.

Ma non ci sei.



Siamo circondati da rumori
lievi e feroci, fuori.
Ma dentro è il silenzio 
l’unico suono e tu muori.



siamo
cuori
in
caduta
libera



io volevo soltanto
sprofondare nei tuoi occhi
e poi riemergere come una timida lacrima
dopo aver conosciuto gli abissi dell’anima.

Poesia d’urgenza



Poesia d’urgenza è la mia:
parole viscerali, vomitate
sul foglio ma senza cortesia;
parole velenose ma pensate
con mente preda di malinconia.
È tutto ciò che ho da offrire, scusate.



Mi eclisso lentamente
e tra queste ceneri di niente
rinascerò.

Io sono



Io sono una nota al margine
e a piè di pagina
una periferia
una circonferenza
una parete
un’ombra
un perimetro
un contorno.
Io sono ciò che è laterale,
un intorno di un punto,
mai centrale.
Non sono un colore
ma le sue sfumature.
Sono ciò che sfuma, sbiadisce,
sono passato e futuro,
mentre il presente languisce.
Sono sempre l’altrove,
i petali di un fiore,
una perifrasi di parole.
Sono un’approssimazione di me stesso:
mi avvicino ma non mi coincido mai.

Chissà



Mi hai sfogliato come un libro
senza leggermi.
C’erano delle pagine per te:
sono ancora bianche.
Mi hai chiuso e messo via.
Ora sono su uno scaffale
chissà se quello più basso, vicino al tuo letto
o quello più in alto,
chissà se quello più vicino al cuore.
Chissà è l’unica parola a cui penso
quando ti penso.