L.110

 

Nero su bianco



Mi metto nero su bianco
perché la notte
quando dormo su un fianco
le parole mi urlano in testa
e mi prendono a botte.

Mi metto nero su bianco
perché la vita non mi basta.
La poesia non è una casta!
Queste parole vivono al fianco
dell’uomo comune solitario stanco.

Mi metto nero su bianco
perché è il mio modo di urlare
di mostrare che anche io so brillare.

Mare



Mare, cosa sei
se non una linea di confine
tra due infiniti?
Sei cielo o sei l’abisso?
Sei specchio di entrambi
e io mi rispecchio in te, fisso.

La notte



La notte è
l’abisso del giorno:
quel magico oblio
in cui faccio ritorno.



la mia vita è un eterno scappare da me
e non riuscirci.

Il silenzio adesso sa parlare



Il silenzio adesso sa parlare
e ha la voce schiumosa del mare.
La tempesta è appena iniziata
e sono già pronto per la ritirata
perché questo vuoto silenzioso
è il nemico più violento e odioso.
Il silenzio adesso sa parlare
e ha il sapore di tutte le parole
marcite in gola.
Il silenzio adesso sa anche guardare
e ha miei stessi occhi.
Mi guardo in profondità
e vedo la tempesta più silenziosa,
una guerra contro le mie fragilità.

La fatica di essere se stessi



Non ci sono più,
né per voi né per me.
Sono assente da tutto,
sono solo presente in me stesso,
questo mostro che mi mangia
dalla mattina alla sera.
Vorrei spiegarvi la fatica
di essere se stessi
ma rimango qui ad urlare
contro il muro, contro me stesso.
Vi basta?
Ecco: questa è la fatica di essere se stessi.
Urlare, urlare, urlare
fino a non avere più voce.
Continuare ad urlare senza voce.
Scappare, scappare, scappare
fino a ritrovare sempre lo stesso riflesso.
Continuare a scappare fino ad illudersi di volare
mentre sto solo sprofondando nel baratro
più profondo di qualsiasi pozzo o abisso.
La fatica di essere se stessi è questa:
subirsi e non poterne fare a meno.

Miraggio



Tu eri fiume
e io mare che ti riceveva.
Tu eri acqua dolce
e io avevo sete.

Adesso sono un deserto
eppure non ho più sete.
Sei un’oasi perduta,
un miraggio lontano.



Sono una folla di contraddizioni
che si incontrano in un solo corpo.



La tua bocca e le tue dita
hanno lasciato delle ferite invisibili
sul mio corpo incendiato dalla passione.
Ogni mio tocco adesso riapre le suture
e i ricordi zampillano vividi, prepotenti
come se ci fossi tu a toccarmi.
Ma non ci sei.



Siamo circondati da rumori
lievi e feroci, fuori.
Ma dentro è il silenzio 
l’unico suono e tu muori.



siamo
cuori
in
caduta
libera



io volevo soltanto
sprofondare nei tuoi occhi
e poi riemergere come una timida lacrima
dopo aver conosciuto gli abissi dell’anima.

Poesia d’urgenza



Poesia d’urgenza è la mia:
parole viscerali, vomitate
sul foglio ma senza cortesia;
parole velenose ma pensate
con mente preda di malinconia.
È ciò che ho da offrire, scusate.



Mi eclisso lentamente
e tra queste ceneri di niente
rinascerò.

Io sono



Io sono una nota al margine
e a piè di pagina
una periferia
una circonferenza
una parete
un’ombra
un perimetro
un contorno.
Io sono ciò che è laterale,
un intorno di un punto,
mai centrale.
Non sono un colore
ma le sue sfumature.
Sono ciò che sfuma, sbiadisce,
sono passato e futuro,
mentre il presente marcisce.
Sono sempre l’altrove,
i petali di un fiore,
una perifrasi di parole.
Sono un’approssimazione di me stesso:
mi avvicino ma non mi coincido mai.

Chissà



Mi hai sfogliato come un libro
senza leggermi.
C’erano delle pagine per te:
sono ancora bianche.
Mi hai chiuso e messo via.
Ora sono su uno scaffale
chissà se quello più basso, vicino al tuo letto
o quello più in alto,
chissà se quello più vicino al cuore.
Chissà è l’unica parola a cui penso
quando ti penso.



D’amore si vive e si muore
perché amare significa dare

(di stomaco)



In questa città
grigia e appannata
la pioggia ci sporca
di malinconia.



Ho vent’anni
e fin’ora a me sembra
d’aver disegnato scarabocchi.
Non ci capisco nulla:
l’inchiostro è di un nero infinito
che gli occhi ci cascano dentro
e l’anima affoga nell’indicibile,
nel caos, nell’assenza.
Quanti squali in questo mare di niente
che mi porto dentro.



Di tutto questo dolore
non so più che farmene.
Vorrei abbandonarlo
come un rifiuto 
da qualche parte.
Invece me lo porto dentro.
Il rifiuto sono diventato io.
Mi getto nei miei stessi vuoti:
cassonetti bui e inutili.

Io so solo urlare senza voce



Qualcuno mi salvi
dalla valanga di pensieri.
Sono catapultato
dall’altra parte del vuoto
dove la luce è solo un ricordo
e non è un tunnel,
è un universo senza sole.
senza stelle.
Dove sono finito?
Non è l’abisso del mare.
E’ l’abisso dell’abisso
dove il vuoto ti rimbomba dentro,
dove le mancanze ti fanno a brandelli
il cuore e lo stomaco.
Ditemi dove sono finito,
non so ritrovarmi.
Mi sono perso nei meandri di me stesso.
Se vado a sinistra c’è il vuoto,
se vado a destra c’è il vuoto.
Questo vuoto onnipresente
è l’unica cosa che resta.
Le lacrime le lascio ai coraggiosi.
Io so solo urlare senza voce



Tiratemi fuori da me:
sono un pozzo
di abissi neri e maledetti.

Il moto dell’amore



Eravamo due amanti,
diamanti.

Ora siamo distanti,
due estranei tra tanti.



Voglio una piuma al posto del cuore,
il cielo al posto dell’abisso.



negli abissi
io
creatura notturna e marina
annego
ancora.
Il buio
urla il mio nome
e come un cane
mi trascina giù.



Il cielo non smette di piangere
e noi siamo finiti a fare capriole
nei vuoti che volevamo riempire.
Alla fine loro hanno riempito noi.



Sono un segreto
che non ho il coraggio di svelare.



Sono fatto di carne
e di malinconia.
Negli occhi trovi un gomitolo
chiuso, di lacrime.



In tutta questa vacuità
non resta altro che
chiudere il sipario
pagare il biglietto
e uscire dal teatro.
Le nostre vite sono sceneggiate
tragicommedie
burattinate
Smettetela tutti quanti.
La superficialità ci ha ucciso.
Siamo morti che sorridono
e che camminano.
E non ce ne siamo ancora accorti.
L’autenticità
è un fantasma in questa dimora
dove la finzione ha disfatto
ormai le sue valigie.
Fuori c’è il vuoto desolante
e un vento freddo.

l’amore



L’amore non è una poesia
ma un bisturi nel cuore
senza anestesia