L.113

 

NON E’ PAROLA



La dolcezza di un bacio in scrigno di festa

Dava calor nel nido condiviso

libera di volontà la mano lesta

Concedeva ampiezza al suo sorriso

 

Ma nei rovi gaudenti del crimine di passione

Celava ebrezza 

La scomodità dell’Unione

Si risolse in mera lesione 

De mentir per amor di compromessi

E scomodar il caldo emotivo

Degli stessi

 

Parole di fuoco per  metter in moto

Sguardi sfigurati di credibilità 

Per intercettare quel poco

Che impassibile crede alla lealtà

 

A camminare nelle steppe; a soffermare l’attenzione, in posizione austera; nello spingere passo a passo con memore audacia (delle interruzioni capitate da incomprensioni)

 

Ci si imbatte; ci si può imbattere (coscientemente) ; nella seggiola di un castello abbandonato e tremolante (per facoltosa immedesimazione) si svela un dipinto di colori sconosciuti (chiave di segreti, scomparsa dei divieti),
 

Incombe e tramuta e soffia e canta ballando le maschere di un tempo.

 

Ma non parla ( ! Non è parola) ; non lo fece; non riuscì

 

Ed io non riuscì a uscirne illeso 

Come di un peso, trascinato con sfrenata volontà, illudendo il vento (degli scrigni sociali) piangendo tempo,

 

((tempo che ama tempo che salva

Tempo che si presenta, tempo che non porta, ma termina e ripudia))

Al vigliacco del villaggio resta la figura 

Del aver reso omaggio senza paura

Alla sua emozione schiava di premura 

per veleggiar il culto della natura

 

Dallo sguardo suo:

E allor credete agli astri, soffermate (se vi sarà possibile) allo sguardo senza fine di un animale a cospetto dell’istinto; e allor presentatevi al vostro sogno senza eroicità; presentatevi nudi

Senza volto

Senza 

Immagine

E allor (chiederete) non più risposta

ma domanda 

L’ABISSO ESIGE



Il diavolo mi ha riconosciuto

Riconoscente

L’onda si infrangeva (come ben saprai)

L’onda si inarcava (subito sotto le sue sopracciglia)

Una mente incompiuta, inconsapevole

(Ma sicuramente degna di un sogno)

Labbra affumicate e denti ingialliti 

Infelice dava segni di ciò che egoisticamente etichettava

Non sarà la barba a farmi uomo

(L’esperienza forgia ben più velocemente)

Una sigaretta! Infinta (è forse il paradiso) 

Per chi poco più non può immaginare

Le mani agitate non raggiungono la salvezza, del sole distorto rispecchiato

Un sospiro, un sospiro offuscato

L’abuso chiama

L’abisso esige

Eppur il volere irrassegnato desidera un ultimo fermento, un’ultima reazione (all’assoluto)

Sorridi mi impongo, per buon ética sorridi 

Non lasciar che vinca te stesso 

Non ragion possa calar vendetta

Se di lei prima non riscosse il suo debito

Un attimo, mio padrone

Rileggi il tuo misfatto e chiediti consenso

Giammai! Il fiume porta; il fiume toglie