L.120

 

acefale responsabilità.



Ti porterò a Lisbona.

Voglio custodire le tue fragilità.

Ho paura che arrivi qualcuno e ti porti via da me.

Così parlò il mio zarathustra, generando in me un’ascesa emozionale.

Ed io, discepola dapprima incredula,

ascoltavo basita come fossi il mio messia.

Atto di fede che prescinde dalla vista. Verbo rivelato, vestito di sacralità.

Di casa era l’assoluto abbandono e

assenti, invece, le pretese di egoismi.

Senza indugiare un istante, accogliente indifesa mi sono donata,

ma

in principio era il verbo,

mentre adesso

si è ridotto in un grottesco scempio.

quel blu.



“Scegli un colore”, mi chiedesti.

Immediatamente capii, e sul mio viso apparve un fanciullesco sorriso.

Così scelsi fra la gamma dei blu, e decisi quale sarebbe stato il nostro.

Accattivante e non sprovveduto, sicuro di sé e per nulla banale.

Non ci fu cosa più bella che tornare a casa, in quella casa che sin dal primo istante mi ha accolta.

Empatia con i luoghi, mi piace definirla così.

Non ci fu cosa più bella che impugnare le armi e cominciare a dipingere quella parete.

Blu e nostra.

E ridere per gli schizzi che inevitabilmente impregnavano i vestiti.

E mentre ti osservavo divertito, inconsapevoli fiorivano i sorrisi sul tuo volto,

a causa del mio essere goffa e del mio senso pratico inesistente.

Quel giorno realizzai cosa vuol dire creare una famiglia,

sentirsi parte di un binomio imprescindibile di anime fragili e dannatamente unite.

Oggi, il ricordo sordo di quel momento mi nutre.

Tuttavia, rimango affamata e non avverto sazietà.

Croce e delizia per un’anima che assorbe dolore e non smette di patire.

 

 

isola.



E guardo la mia isola

bruciare.

Lentamente si spegne e diviene cenere.

Inerme osservo la tua discesa verso gli inferi.

Costretta a rimanere immobile di fronte a questo tetro spettacolo.

Tu, la mia isola che arde fino a morirne.

Io, unica anima consapevole

adesso rifugiata altrove.

E guardo la mia isola

bruciare.

Ma insieme a te, mi spengo anch’io.

Apprenderti.



Volevo impararti a memoria.

E di te imparare i movimenti precisi, gli sguardi fugaci, i gesti imperfetti.

E poi ogni respiro, ogni sussulto, ogni spasmo.

Così da poterti contemplare e persino leggere e decifrare.

Di te desideravo imparare ogni centimetro del corpo e ogni porzione dello spirito.

Così da poterti riconoscere anche ad occhi chiusi, in mezzo ad una stanza senza rumori.

Così quando il mondo si sarebbe spento,

quando tutti sarebbero diventati sconosciuti privi di nomi e di volti,

tu saresti rimasto la mia luce.

Io qualcosa di simile ad un faro, tu il suo leggendario guardiano, ricordi?

A memoria ti ho imparato, con una naturalezza spaventosamente innocente, disarmante. Pura.

E mentre ero dedita ad impararti e perdermi,

tu,

tu mi hai imbrigliato il cuore e la memoria.

Così oggi sei il mio solo sapere, il mio solo sentire.

Così.



Audace.

Disinibito ma discreto.

Spavaldo, orgoglioso e spregiudicato.

Tutto questo sa essere il mio dolore,

e con lui, insolente, l’amore.

Fiero.

Senza scadenza né riserva alcuna.

Sento, forse anche troppo,

e troppo soffro.

Abdicare non potrei,

le sembianze di un’anima bugiarda assumerei.

Risparmiarmi non posso.

Le emozioni non rinnego. E sento. E soffro.

Fuggire come una codarda non è opzione contemplata.

E così rimango, in mezzo al mare,

sola e annegata.

Di notte.



Fortuna che le lacrime non
lasciano solchi nè segni visibili.
Non mi riconosceresti,
una sconosciuta ai tuoi occhi sarei.
Sconosciuta dal viso
deforme, scavato, insanguinato.

Fortuna che le lacrime lasciano
le loro orme laddove non si possono scorgere.
Sul cuore, gelido e accartocciato.
Sul petto, scarno e ormai vuoto.

E le mani, chiuse mai.
Aspettano ancora le tue.



Rasa al suolo, annientata.

Dissanguata, mortificata.

Esiliata e vagabonda.

Più randagia che mai.

Questo il destino mio,

questa la perpetua condanna.

Incredula ma decisa, ho sfidato la vita e perciò sono stata punita.

Rimessa al posto e zittita.

Un angolo buio e tetro la mia casa, quasi come a ricordarmi

che mai potrò più concedermi di crederci.

Il dubbio è stato sciolto ed insieme risolto.

Non è prevista una seconda possibilità, poiché

certi miracoli nascono già irripetibili.