L.123

 

Il piccolo Bacco



È per le rapide del tuo volto,

per l’indimenticabile sigaro toscano,

per quando sei assorto,

per la campagna della tua mano.

 

È per la tua risata di sonagli,

mi dici “basta una parola sola”,

per la lucentezza dei tuoi spiragli.

Sei la sala al primo piano di Caprarola.

 

E ho pianto, ho pianto senza farti sentire

se fosse mai possibile per un uomo sostenere

di vedere in vent’anni il suo amore dormire,

per l’ultima volta, in una stanchissima Atene.

 

La carpenteria del perdono



I miei sospiri viziati

si rincorrono come vascelli

nella baia della tua cornea e

non si accorgono,

non si accorgono

che, vorticando,

fanno strabordare

acqua salata

sul rimpianto delle tue guance.

Quattro



Anche se il nostro Marzo

ha fatto a meno del vostro coraggio.

Gniente de’ francese



Io me ricordo i sorrisi a mille denti,

la voglia de sta’ insieme, i lamenti, gli accidenti,

‘e gelosie, le attese, gli spaventi,

‘e telefonate, i “ma te pare”, la fine dei tormenti.

 

Io me ricordo ‘a gonna tua ‘nfilino troppo corta,

l’aria tua imbarazzata e seria in mezzo ‘a comitiva,

casini e impicci d’ogni sorta,

‘na carezza, leggera e furtiva.

 

Allora me chiedo e ma richiedo,

me lagno e me dimeno,

quando t’ho vista me so detto  “non ce credo!

m’ha rimpiazzato co’ quello scemo?”

 

Cio so che ero monotono, che ‘nvalevo ‘na lira,

che volevo sempre sta’ a casa tua pe’ vede’ un film,

che ‘nce stavo manco pe’ pijasse ‘na bira,

ma amo’ l’amore è pure routine.

 

Mo’ che te fai vede’ co’ quer principino,

che ‘nnate  ai concerti, alle gallerie d’arte,

me rendo conto de quanto so’ stato cretino,

ma nun je la faccio a metteme da parte.

 

Me so’ fatto accompagna’ da te, ar palazzo,

cio sai che nun so’ guida’, pure se c’ho ‘a patente,

che me riportavi avanti e dietro, e te ringrazio!

Allora t’ho chiesto supplicante:

 

“So’ stato o nun so’ stato il tuo primo amore?

Dimmelo signorì, qua c’è n’omo che te prega.”

E lei m’ha risposto con candore:

“Ma, ormai, che te frega?”

Prima di andare via



“Sfiorisci bel fiore”.
Una retta perpendicolare
nello sterno
e il dorso molto più lontano
dalle lenzuola.
Sentirsi a casa è un sentimento
arbitrario.
Ho bisogno di fermare la notte
e di non accreditare la stanchezza
a domani,
o meglio,
di non domani.



Ma come fa il cielo

a immaginar le stelle?

Quante volte vita



Illusa di rinascita

siedo sul treno come su

una luminosa trepidazione.

Spighe di sole scrosciano,

ma mi riacciango

all’indolente corolla,

illusa di riposo.

Si appassiscono gli occhi,

fanno da meretrici le emozioni.

Aspettative disperate.