L.125

 

Entropia



Sei la farfalla che

battendo le ali

dall’altra parte del mondo

provoca uragani

nel mio

Regina dell’insicurezza



Ciò che non sai sono le doti concesse

dalle tue domande inespresse

le leggo avido, le colgo ancora acerbe.

Cercano riparo attraverso i tuoi “non so”,

“non ti conosco” , “potrebbe essere”.

 

Divengono il miele che duole

e mi conduce sicuro

a te, regina dell’insicurezza,

io che sempre,

mi avvolgo

nella facoltà di non rispondere

La maturità



Nei tuoi occhi tinti di giada

mi sento dentro una fiaba-autostrada

tanto ingenua puoi esser dentro

quanto fuori appari cemento.

Il tuo viso è impulso che corre

sullo spartito sopra le corde

in un acerbo hotel di riviera

come un gin tonic il lunedì sera.

Ti vorrei donar la maturità

spezzandoti il cuor come il mio a metà.

Ma già lo sai, un mezzo più un mezzo

è uguale a uno spezzato lo stesso

 

 

 

 

 

 

 

E’ una sera come tutte



E’ una sera come tutte, mi ripeto

faccio finta di non sentire la pioggia fuori

la lascio scrosciare, lacerare i timpani, zampillare fino a riempirmi la gola, soffocarmi

E’ una sera come tutte, mi ripeto

i lampi e i tuoni li tengo dentro, inzuppati e silenziosi

in quel loro impeto inespresso profuma il loro eco.

E’ una sera come tutte, mi ripeto

La lucidità porta all’insoddisfazione quando il blu del freddo intacca le sue labbra.

Assaporare l’ebrezza del superamento del limite è una strada a senso unico.

Lasciare che la tempesta si abbatta su di noi, in qualsiasi forma, tempra e dispiega

le nostre cazzo di ali vittime delle forbici della ragionevolezza, degli esempi, dei luoghi comuni.

E’ una sera come tutte, mi ripeto

e soccombo.

 

 

 

 

Il vecchio, bavoso, barlume di coscienza



Gli anni passano caro vecchio bavoso barlume di coscienza,

cosa resterà di te quando ti vedrò impiccato in garage?

Forse il ricordo di quell’immagine?

Sai che quello con la moltitudine di input che ricevono i nostri sensi se ne andrà

Forse il ricordo di ciò che eri?

Sai che quello con la sterminata miriade di sinapsi casuali si può ricreare in altri, diversi da te

Forse il ricordo di ciò che dicevi?

Sai che la tua voce non ha mai afferrato ciò che sono e ciò che sono non ha mai ascoltato la tua voce.

Mi chiedo quando ti arrenderai, quando porrai fine al tuo piccolo tedioso inghippo,

quando ti lascerai morire, rendendomi una volte per tutte

una volta su tutte

riposato in pace

 

 

 

Ballata dei quattro quarti



Puoi ometter di avermi avvistato

son disteso di faccia su un prato

è il tuo odor nella terra ch’io sento

non i vermi voraci sul mento.

Puoi non creder di avermi intravisto

dentro al fuoco cercare Mefisto

eri tu che chiamavo imprecando

come mosso da un passo di Tango.

Puoi nuotare vicino alla riva

il profondo porta alla rovina

e io che da sub son vestito

tra gli abissi ti porgo un invito.

Puoi ignorarmi guardando le nubi

i miei occhi lo sai non derubi

da lassù ti proteggo contento

precipitando nel firmamento.

 

 

 

 

Odi ad Ade (laide) – 1



Cala il sipario delle tue palpebre

lo fa calare la mia mano rassicurante

mentre ci culliamo nelle brutte intenzioni

già scritte, già cinte, già udite.

Un brivido ti attraversa

ha il cuore nero, gli occhi chiusi,

cammina sicuro nel buio e il buio è ciò che crea,

lo conosci, lo abbracci, lo nutri.

I bassi disperati delle casse

sovrastano pian piano gli echi ipnotici

del tuo accento bastardo ed è silenzio,

all’unisono, rimbombante, coprente.

Quando l’assuefazione si manifesta

è ormai talmente lontana che possiamo accorgerci

tra l’epidermide dei nostri corpi a contatto,

in quei punti divenuti infiniti che

lo spazio non ci riconosce più,

il mondo non ci riconosce più,

la stanza non ci riconosce più,

il corpo non ci riconosce più.

Oh Ade, io ti riconosco.

 

 

In un altra sera



Ti ho vista l’altra sera, nella notte, dalla finestra col binocolo

mentre ti arrampicavi sulla mia colonna vertebrale come un brivido

Le tue dita ossute si incastravano perfettamente tra i pioli

Avevi i capelli legati che saltellavano qua e la sembravano una coda di volpe

La luna osservava con un aria mista tra l’inquieto e il divertito, poi sbadigliò

Ti fermasti ad un certo punto a riposare sul davanzale di una finestra ricca di gerani che dava sul mare

mangiasti mezzo tiramisù e il resto me lo offristi o fu il contrario.

Ripartendo una delle tue scarpe da tennis con dentro un piedino si incastrò in una mia vertebra,

ti districasti ma perdetti la scarpa, non venne il principe e la luna non si trasformò in zucca anzi osservò

annoiata quei lacci districati precipitare sinuosi nel dirupo

Imperterrita continuasti la scalata, mi accorsi che i tuoi occhi erano bendati, appena il tempo di riflettere e

ti slacciasti la benda, ciglia lunghissime mi impedivano di vederci chiaro, non ci pensai più di tanto,

era troppo quello che provavo sulla mia pelle e la mia mente era altrove, dispersa forse nell’eco di ciò che cercavi di dirmi o non dirmi?

Verso la fine ti sedesti stavolta su di una panchina, ad ammirare il nulla,

la luna ormai era altrove, rimaneva una nebbiolina densa, quasi rugiada, data dal condensarsi del mio brivido sempre più intenso,

sembrava lo specchio di un lago, vi ci sguazzavano le sagge anatre con i rispettivi anatroccoli impavidi, tirasti fuori delle briciole di qualcosa

e le lanciasti nella confusione scatenata dalla fame dell’anima, alleviasti per un po’ la ferita.

Appena prima di arrivare finalmente dietro un mio orecchio mi sussurrasti impercettibile: “…”

E stanca, confusa ma serena ti addormentasti posando le palpebre chiuse dei tuoi occhi sulla mia scapola.

E li rimasi.

 

 

 

 

 

 

 

Arcadia



Ti ho vista sotto il termosifone

avevi in mano un ciuffo d’aria

lo stringevi come fosse cotone

e la mano sanguinava Arcadia

pura mancanza di ossicodone

A volte può essere forte l’ansia

la farfalla diviene calabrone

ma ricorda, il calore cambia

il mio sguardo sarà la pozione

 

 

 

 

La cadenza di una stella



Succederà

armerò i ricordi col profumo del tuo deodorante

Li rimarrò

collasso gravitazionale sull’alba fredda dei tuoi fianchi

Non basterà

mi ritirerò come la chiave nella serratura delle mie stanze e lì

Esalerò

in quel colore nero tenue il tuo futuro esorbitante

come foglia guidata

da un soffio di respiro

con cadenza reiterante

 

 

Cosa importa



Se ti prendo in giro

ti porterò a fare un viaggio

prepara le valigie e dimenticati di portare tutto

compreremo là, in un bazar o in una baita

cosa importa, dimmi cosa importa

cosa importa, tanto cosa importa

quando ho il tuo collo tra i miei denti

e son senza dentifricio ma ho la tua pelle

che è più liscia dell’acqua naturale

così banale berla senza sale

cosa importa, dimmi cosa importa

cosa importa, chiedi cosa importa

se non metti la gonna

se ti chiedi dove finiremo

sono a tu per tu con le tue deboli caviglie

ti porterò in alto lassù nel cielo

 

 

 

 

Colazioni



Entrai nello sgabuzzino

come fosse nascondino

vidi la tua schiena nuda

gelai e uscii con un flebile “scusa”

Da allora non son più io

potrei esser tuo zio

Ti rivedo e i miei giorni son colazioni

ripenso ai tuo nei e disegno

costellazioni

 

Te ina



Nelle tazze di me

rivedo tè

Regali



Io e te

Regali

come già letti in un castello

Pergolato



Il nostro riparo

la pioggia che batte sul pergolato



Tu rara

Io rare-fatto



È baratro che ci separa

il colmo dei miei perché

Pedinami



Pedinami 1-4

maledicendo il tuo ingenuo amore per me 7-15

Mi volterò 2-4

fiutando il bagnetto delle tue mutandine 6-14

Rigirati 1-4

ricordando il tempo in cui noi ridevamo 6-14

Ti prenderò 2-4

inchiodando il tuo collo con baci assetati 7-15

deliziando il tuo culo con colpi infiniti 7-15

 

 

Impressione



L’impressione del tuo sguardo timoroso

è al tempo stesso in me

bisturi col quale mi evisceri

filo spinato con cui mi ricuci

Sinfonia di quell’eco spietato

che introietta il boato del colpo di fucile

nel proiettile con cui mi hai sparato

 

 

Carrozza



Stazione Vicenza

caccio fuori cerchi di fuoco dai polmoni incandescenti

compari nella coltre di fumo

mi avvolge

Irresistibile

Biglietto in mano ed

hai appena perso il treno

ma sei giunta in orario

per la prima di quel film muto

Indecifrabile

Ci ritroviamo in carrozza

ci scegliamo vicini

tu volgi ad Est ed io volgo ad Ovest

il sipario del corridoio tra noi

binari paralleli verso direzioni opposte

l’immagine di noi

nello specchio buio del finestrino

in un secondo

incrocia le nostre occhiate

uniche risposte

Pronte mai

a rincasar assieme un domani

con le tue mani

per il freddo

nelle mie tasche

Il disegno di Eleonora



Avrei voluto imparare come fruiva delle proprie emozioni, furtivamente

assemblare incastro dopo incastro

il divenir dei suoi giorni

farlo mio

leggerla e ripeterla

leggerla e ripeterla

Non facendomi distrarre dal rumore del condizionatore che scandisce la forma dell’aria

distendendomi semplicemente

la dov’è il crogiolarsi delle sue meningi

sull’arcata sopracciliare

memorizzandone i mosaici

riproducendo la ninna nanna dell’eco del coro

davanti alla sua classe

per farla addormentare

Divenir allievo di questa maestosità

e sempre,

furtivamente,

architettar tra i suoi sogni

il progetto di me

 

 

Anemia



Svuotato rimango

globulo rosso

che stanco si appoggia

all’arteria ed osserva

i taciti compagni

scorrer

nell’inerzia del flusso

 

 

 

Preghiera ad un amico



Oh povero stronzo dio che risiedi accucciato sotto la chiesa del mio diaframma

non elemosinare

non renderti forte nella tua angoscia obsoleta

Dammi una tregua, fuggi dai cani, volpe quale sei

Rifugiati altrove e innesta il tuo spirito

Muori esplodendo

Accetta ciò che sei

Evaderai dal tempo, unità di misura

Sarai il tempo

Echimosi



Sei l’echimosi del mio sistema immunitario

Da fuori mi erodi dentro

Rododendro che sboccia

Che senso avrebbe l’aspettare?

Vista, udito, olfatto, gusto e tatto sono ormai andati

Non aspettano più, non hanno mai aspettato

Sono stati contagiati

Sono degli stati ormai fin troppo agiati rispetto agli altri

dalla tua essenza

C’è ben oltre e quell’oltre è tutto

non c’è tempo, solo strati da districare

corde ingarbugliate che vibrano

si tendono

bestemmiano, stridono e si contorgono

per la sola

unica

possibilità di intuire quello da cui sono dannate

ossia

tu

 

 

Camicia azzurra



Con quella camicia azzurra e quei capelli così scuri, ciocche tentacoli di piovra

Con gli occhi profondi, all’ingiù per il peso della tua maturità acquisita

Col sorriso raro di un Modigliani mal interpretato

Con la mandibola decisa, a tornare, di notte, nel bruxismo

Con le ciglia lunghe, perfette, così ricurve da farci un giro al lunapark

Con il mio viso che punta a te come un cavalletto per fotocamere e tu sei in un altra inquadratura

Col flash che scatta multiplo e poi rimane atrofizzato dal bagliore, dai luccichini

di chi è miope al buio e non vede altro

Con la coda dell’occhio ti fisso nella memoria, basterà per un po’

Con la coda dell’occhio giro su me stesso per morderla

Con la mia ombra mi unisco alla tua

Col tuo respiro affogo i miei dubbi

Con le mie membra evito il tuo sguardo

Con ciò che resta del cuore mi allontano

e sbando

 

Tardo Agosto



Era tra i vicoli sul tardo Agosto, la sera

Il Suo sapore, pioggia stantia, polvere sulle papille

assaporandolo mi mordetti un labbro, il sangue agì da anestetico

solo il sangue è anestetico

MDMA per cavalli vincenti

quelli dati 125 a 1, quelli su cui nessuno scommette.

Guardando il marciapiede immaginai il traguardo, la volata finale

la stavo percorrendo, trionfante Adige,

San Fermo in lontananza,

quale vittoria, quale speranza,

se non la pace, la Sua fragranza

la pace, la Sua fragranza

 

 

 

 

 

 

 

Sindone



Eppur non ti vedo

sindone caucasica

pallido lenzuolo bucato

ma da dentro sovvieni

 

spirito languido subito

poi ti accresci a pienezza

quando parlo di te

al tarlo dei miei perché

così presente

così tangibile

un sfera che interseca una linea retta

tutto risolvi

io semplice divisione tu esponenziale potenza mi invadi,

tutto torna,

tormenta.

 

In me



Comincia con un indolenzimento,testa pesante, il collo diviene inesistente, il pensiero vola letteralmente, l’occhio sorvola le profondità, le intuisce ed assapora in un istante eppure pare vacuo, inespressivo, il pensiero diviene reale, sarei stato in grado di distruggere con la sola forza delle parole, ero io. Leggero divampa il tremore al cervelletto, il corpo diviene piatto, il cuore raro ed energico al limite della tachicardia, si scarica tutto sull’anima. Emana onde di inquietudine pura, tensione allo stato brado, li sono. Mi dileguo talmente alte sento le vibrazioni, li, sulla parte posteriore del cranio, la mano trema, più di sempre, fisicamente non riesco ad accettarle, le accolgo ma non le accetto, implorerei sedativi. Come un turbine nessuno capisce cosa stia succedendo, riescono a cogliere solo il disagio di vite che furono e saranno sempre, inequivocabilmente, saranno sempre e saranno spesse. In me.

Petali



Con un leggero frastuono posi il petalo del tuo fiore dentro me

Macigno che precipita nel vuoto dell’universo di cui tu sei genetrice

Per percepirne le vibrazioni, tanto silenziosa e  candida è la sua caduta, poso il viso sui tuoi seni

E di scatto li divorerei , lesionerei la tua pelle, risucchierei le tue labbra, corroderei le tue ossa, addenterei il tuo cuore, inspirerei la tua anima per entrare dentro te e divenire insieme senza corpo ma solo petali

che si posino

uno sull’altro

 

 

13 Luglio



È difficile trovare una dimensione

soprattutto se ne hai solo tre

a disposizione