L.125

 

Te ina



Nelle tazze di me

rivedo tè

Regali



Io e te

Regali

come già letti in un castello

Pergolato



Il nostro riparo

la pioggia che batte sul pergolato



Tu rara

Io rare-fatto



È baratro che ci separa

il colmo dei miei perché

Pedinami



Pedinami 1-4

maledicendo il tuo ingenuo amore per me 7-15

Mi volterò 2-4

fiutando il bagnetto delle tue mutandine 6-14

Rigirati 1-4

ricordando il tempo in cui noi ridevamo 6-14

Ti prenderò 2-4

inchiodando il tuo collo con baci assetati 7-15

deliziando il tuo culo con colpi infiniti 7-15

 

 

Impressione



L’impressione del tuo sguardo timoroso

è al tempo stesso in me

bisturi col quale mi evisceri

filo spinato con cui mi ricuci

Sinfonia di quell’eco spietato

che introietta il boato del colpo di fucile

nel proiettile con cui mi hai sparato

 

 

Carrozza



Stazione Vicenza

caccio fuori cerchi di fuoco dai polmoni incandescenti

compari nella coltre di fumo

mi avvolge

Irresistibile

Biglietto in mano ed

hai appena perso il treno

ma sei giunta in orario

per la prima di quel film muto

Indecifrabile

Ci ritroviamo in carrozza

ci scegliamo vicini

tu volgi ad Est ed io volgo ad Ovest

il sipario del corridoio tra noi

binari paralleli verso direzioni opposte

l’immagine di noi

nello specchio buio del finestrino

in un secondo

incrocia le nostre occhiate

uniche risposte

Pronte mai

a rincasar assieme un domani

con le tue mani

per il freddo

nelle mie tasche

Il disegno di Eleonora



Avrei voluto imparare come fruiva delle proprie emozioni, furtivamente

assemblare incastro dopo incastro

il divenir dei suoi giorni

farlo mio

leggerla e ripeterla

leggerla e ripeterla

Non facendomi distrarre dal rumore del condizionatore che scandisce la forma dell’aria

distendendomi semplicemente

la dov’è il crogiolarsi delle sue meningi

sull’arcata sopracciliare

memorizzandone i mosaici

riproducendo la ninna nanna dell’eco del coro

davanti alla sua classe

per farla addormentare

Divenir allievo di questa maestosità

e sempre,

furtivamente,

architettar tra i suoi sogni

il progetto di me

 

 

Anemia



Svuotato rimango

globulo rosso

che stanco si appoggia

all’arteria ed osserva

i taciti compagni

scorrer

nell’inerzia del flusso

 

 

 

Preghiera ad un amico



Oh povero stronzo dio che risiedi accucciato sotto la chiesa del mio diaframma

non elemosinare

non renderti forte nella tua angoscia obsoleta

Dammi una tregua, fuggi dai cani, volpe quale sei

Rifugiati altrove e innesta il tuo spirito

Muori esplodendo

Accetta ciò che sei

Evaderai dal tempo, unità di misura

Sarai il tempo

Echimosi



Sei l’echimosi del mio sistema immunitario

Da fuori mi erodi dentro

Rododendro che sboccia

Che senso avrebbe l’aspettare?

Vista, udito, olfatto, gusto e tatto sono ormai andati

Non aspettano più, non hanno mai aspettato

Sono stati contagiati

Sono degli stati ormai fin troppo agiati rispetto agli altri

dalla tua essenza

C’è ben oltre e quell’oltre è tutto

non c’è tempo, solo strati da districare

corde ingarbugliate che vibrano

si tendono

bestemmiano, stridono e si contorgono

per la sola

unica

possibilità di intuire quello da cui sono dannate

ossia

tu

 

 

Camicia azzurra



Con quella camicia azzurra e quei capelli così scuri, ciocche tentacoli di piovra

Con gli occhi profondi, all’ingiù per il peso della tua maturità acquisita

Col sorriso raro di un Modigliani mal interpretato

Con la mandibola decisa, a tornare, di notte, nel bruxismo

Con le ciglia lunghe, perfette, così ricurve da farci un giro al lunapark

Con il mio viso che punta a te come un cavalletto per fotocamere e tu sei in un altra inquadratura

Col flash che scatta multiplo e poi rimane atrofizzato dal bagliore, dai luccichini

di chi è miope al buio e non vede altro

Con la coda dell’occhio ti fisso nella memoria, basterà per un po’

Con la coda dell’occhio giro su me stesso per morderla

Con la mia ombra mi unisco alla tua

Col tuo respiro affogo i miei dubbi

Con le mie membra evito il tuo sguardo

Con ciò che resta del cuore mi allontano

e sbando

 

Tardo Agosto



Era tra i vicoli sul tardo Agosto, la sera

Il Suo sapore, pioggia stantia, polvere sulle papille

assaporandolo mi mordetti un labbro, il sangue agì da anestetico

solo il sangue è anestetico

MDMA per cavalli vincenti

quelli dati 125 a 1, quelli su cui nessuno scommette.

Guardando il marciapiede immaginai il traguardo, la volata finale

la stavo percorrendo, trionfante Adige,

San Fermo in lontananza,

quale vittoria, quale speranza,

se non la pace, la Sua fragranza

la pace, la Sua fragranza

 

 

 

 

 

 

 

Sindone



Eppur non ti vedo

sindone caucasica

pallido lenzuolo bucato

ma da dentro sovvieni

 

spirito languido subito

poi ti accresci a pienezza

quando parlo di te

al tarlo dei miei perché

così presente

così tangibile

un sfera che interseca una linea retta

tutto risolvi

io semplice divisione tu esponenziale potenza mi invadi,

tutto torna,

tormenta.

 

In me



Comincia con un indolenzimento,testa pesante, il collo diviene inesistente, il pensiero vola letteralmente, l’occhio sorvola le profondità, le intuisce ed assapora in un istante eppure pare vacuo, inespressivo, il pensiero diviene reale, sarei stato in grado di distruggere con la sola forza delle parole, ero io. Leggero divampa il tremore al cervelletto, il corpo diviene piatto, il cuore raro ed energico al limite della tachicardia, si scarica tutto sull’anima. Emana onde di inquietudine pura, tensione allo stato brado, li sono. Mi dileguo talmente alte sento le vibrazioni, li, sulla parte posteriore del cranio, la mano trema, più di sempre, fisicamente non riesco ad accettarle, le accolgo ma non le accetto, implorerei sedativi. Come un turbine nessuno capisce cosa stia succedendo, riescono a cogliere solo il disagio di vite che furono e saranno sempre, inequivocabilmente, saranno sempre e saranno spesse. In me.

Petali



Con un leggero frastuono posi il petalo del tuo fiore dentro me

Macigno che precipita nel vuoto dell’universo di cui tu sei genetrice

Per percepirne le vibrazioni, tanto silenziosa e  candida è la sua caduta, poso il viso sui tuoi seni

E di scatto li divorerei , lesionerei la tua pelle, risucchierei le tue labbra, corroderei le tue ossa, addenterei il tuo cuore, inspirerei la tua anima per entrare dentro te e divenire insieme senza corpo ma solo petali

che si posino

uno sull’altro

 

 

13 Luglio



È difficile trovare una dimensione

soprattutto se ne hai solo tre

a disposizione

Palpitazioni oniriche 1



Ti ho sognata, o meglio, in preda al delirio notturno ti ho adoperata per curare la sofferenza, calmare i tremori, ci conoscevamo da una vita pur non essendoci mai parlati prima.

Che siano rimandi di qualche vita passata? Preludi di vite future?

Allietavi così persino il pensiero del nulla che ci aspetta, liberazione dal cappio stretto che utilizziamo per sorvolare questa terra fatta di pungiglioni

Era molto tempo che non ti sognavo così genuinamente, prima eri una sorta di fissazione, crocifissa nei meandri di non so che sostanza, organo o anima vitale

La tua immagine era bellissima tanto da riportarmi al porto, così immensa da non poter contenere alcuna luce alcun faro ma essere essa stessa casa e cielo

Bara



Guardo al mio futuro con le mani incrociate sopra il petto

già pronto in caso mi dovessero trovare

magari spiandomi dal buco della serratura

o intravedendomi nel riflesso della pioggia

che discende dagli occhi

quando si è tristi

Attendo e continuo a sperare nella liberazione di questo corpo troppo denso per questo pensiero così rarefatto

Guardo avanti e attendo, mischio questi due movimenti fino a fonderli

in un ricordo

 

Serena



Detergimi col tuo volto

Inquinami con la tua anima

Rendi me assorto

Pulviscolo di Fatima

Ustioni



Ti avverto

bastone tra i raggi del sole

precipito inerme nel gelo

delle tue

ustioni da illusione

Mustafà



Ho arrotolato il mio io per te
in un tappeto, a fatica me lo porto dietro, zoppo ho il volto serio, scuro e tetro.
Il pomeriggio alle tre
suono i campanelli a volte per paura scappo
a volte cerco di venderlo alle signorine, malandrine.
Nel paese le mamme mi raccontano ai bambini, dicono che se fanno i cattivi arrivo e li faccio scomparire arrotolandoli nel tappeto.
Come me è successo a me
un pomeriggio alle tre.
Annuiscono ingenui ed hanno paura.
Io invece piango a sentirle
In fondo
hanno ragione

Prima elementare



Ti ho messa ad essiccare

al sicuro dentro il mio libro

non ricordo più quale

non ricordo più quando

e ne sento il rimpianto

Starnuto



Dicono che quando si starnutisce

qualcuno stia parlando di noi

Credo che, ora, dovrebbe uscirti

sangue dalle orecchie

per quanto ti penso

Ombra



Lungi da me

adombrar la mia ombra

lume di ciò

che tutto circonda

Sassaiole



Corro in un cerchio in questi giorni del mio vivere a rilento, scalzo

Le scarpe in mano, cestelli degli innumerevoli sassolini raccolti percorrendo gli anni luce

Ogni tanto ne getto uno così da dimostrare il mio passaggio

così da riempire il paesaggio

Affannato a volte riprendo fiato e li rivedo quei sassi lanciati,

alcuni, affondando, crearono cerchi nell’acqua

altri, rotolando, sentieri nell’erba

e i più pesanti, i macigni

sfondarono il parabrezza della mia anima

Per mano



Rivederti ancora e ancora, non di giorno camminando nei boschi, non di notte al chiaror dei lampioni

ma da dentro dove ti prendo per mano, la nei sogni dove piano

ci amiamo

Pluto



E quando ho letto il tuo statuto

mi ci sono riconosciuto in pieno

ho ululato come Pluto

l’ho studiato come no scemo

Ora che imparato l’ho e di brutto

con il sangue evidenzio

le pagine che non ho distrutto

Con la menta



Ci son talmente tante parole in superficie

che l’acqua mi arriva al mento

ed è difficile fare un discorso al lamento

ma con la menta di solito è succulento

Se non stai bene per un momento

e se lo sento

ti dirò son contento

e più loquace vedendo la tua sottoveste

spoglia al vento

Del mio essere colgo il fomento

e mi dilanio per poter non far cento

perchè tu sei l’assolo, lo sgomento

perchè tu da cambiar sei

il mio faro

spento