L.14

 



Dio, che qua giaci sepolto,

perché non racconti più le tue storie?

Uomo, che non venisti impunemente alla luce,

perché hai abbandonato la tua missione?

Siamo tuoi figli.

Siamo tuoi fratelli.

Dov’è la fiamma purificatrice?

Dove la fiamma imperitura, la frusta e la freccia?

Dove la lancia che fende le nubi?

Siamo ebbri, anime lacerate.

Persi in un deserto alla ricerca di un futuro.

Cosa indicava la cometa?

Un messia? Un dio?

Un fine.



Imperversa la tempesta, grigie le nubi,

come ceneri di un vulcano attivo,

ira divina.

Non un riparo per l’errante vagabondo,

ramingo,

perduto esule in un mondo non suo.

Volti che piangono sorrisi,

persone,

un contorno racconto di finte storie.

Grigi gigli rattristiti dal tempo iracondo,

affiancano l’ebreo senza dio.

Ristagna nell’acqua il volto di Narciso,

impresso,

col suo patologico ammiccare.

Ritratto di ognuno.

Il genio che batte il diavolo,

vaga nell’oltretomba.

E cosa se l’oltretomba è qua?

La crisi,

dea dagli occhi di falco,

vede nell’anima.

La tocca.

Stringe il cuore tra le morse del fato.

Non rimangono che i numeri a conforto.



La punta del cipresso è

un dito puntato al cielo,

al Dio creatore, di vite

il mietitore.

Albero sacro dei cimiteri

è questo il cipresso

di luoghi bui e neri.

Guarda da lassù,

le vite sconsolate,

dei vivi tutti chini

su tombe addobbate.

Sta in silenzio,

come la terra,

mentre acqua e vento

gridano lontani.

Lui sempreverde

e noi così deboli.

Guarda noi umani,

chini e ingobbiti,

e lui così dritto

ci deride zitto zitto.



Conformati all’anticonformismo,

ci esibiano ebbri mercanti,

danzando all’ombra del Capitalismo.

Infinitamente distanti

l’uno dall’altro, enti diversi,

siamo uguali dai piedi ai denti.

Nelle vetrine, ci siamo persi,

nel riflesso del vetro illuminato,

a gridare folli umani versi.

Versi d’animale imprigionato,

d’animale riflesso dell’imperante

Capitale, a sommo Dio innalzato.

Nella vetrina si riconosce danzante,

l’uomo riflesso della merce divina

che esibisce, oggetto suo caratterizzante.

Anima candida



Dormi mia bella, anima candida,

cadi sfinita sul letto tuo.

Di sudore coperta,

il volto che brilla

delle perlacee stille.

Sale il tuo ventre

e scende, convulso.

Illumina il tuo volto

il sorriso.

Giaci supina,

le braccia come ali spiegate.

I tuoi occhi ora chiusi,

ora aperti,

come di testimone

di meraviglie e paradisi.

Tremi, non di freddo,

ma per le meraviglie incontrate.

Come api danzatrici,

intorno al fiore prediletto,

tu intorno al nettare divino.

Ora ti ritrovi, desta,

prima fusa,

nel sacro rito,

al compagno tuo.

Fiumi da auliche fontane

scorrono,

forieri di piacere,

dono degli dèi.

La luna dalla finestra

a te sorride,

sua ancella,

fantasma notturno,

tentatrice.

La saluti ammiccando,

guardandoti accanto.

Cedi al sonno,

manto d’oblio.

Ancora una notte

è passata

di caccia infernale.



Un grande parco verde

là fuori sta.

Con i suoi alberi e panchine

ed il cielo azzurro in testa.

Passeggiano le coppie

ed i bambini in bicicletta.

Lo vedo dalla finestra.

Ci sono stelle la notte

e la luna sorridente

che ci guarda.

Rondini e piccioni,

pipistrelli al buio

e cani coi loro padroni.

Lontano sulla torre

vedo il mondo.

Qua da noi tutto è chiuso,

alle macchine appannate

e ai bambini in bici.

Io sono un recluso.

Non c’è scritto manicomio,

siamo criminali.

Come stelle spente

brilliamo di falsa luce.

Nel tempo ancora guardo

il passato che sarà

e il futuro a noi tolto.

Lo sguardo perso nel vuoto,

grida ancora:

” …se questo è un uomo…”

Tra le alte torri grigie,

un candido parchetto

e due gatti affettuosi.

Ma la casa delle guardie

ci osserva

col tetto a spioventi.

Come a dire che:

“qui le lacrime scivolano via”.

Ma piove ogni giorno,

e le lacrime solo si confondono.



Nel nido mio ritorno

infine alla sera.

Tutto si chiude

come fiore la notte.

Un ultimo sospiro:

sbarrate le porte.

Allora, al tramonto,

dipinto di rosso

dal sole,

giunge la luce.

Su mille piume

mi adagio

e piuma divento.

Alla mattina,

l’aurora richiama.

Ritorna l’inferno

dei tuoi occhi

incantevoli

silenzi.

Assurdità n° 5



Prendetela, sciacalli.

Avventatevi sulla sua carcassa,

sul suo bel corpo,

morto di spirito.

Prendete quel che rimane

della sua meraviglia divina,

della sua gloria immane.

Le sue fattezze umane,

i suoi occhi di ghiaccio,

la sua pelle di brina.

Godete del suo abbraccio

caldo, del suo tocco di seta.

Le sue parole vuote

senza meta,

non ascoltate.

Le sue labbra vermiglie,

come strumento di piacere,

prendete

e basta.

Nessuna cura

abbiate della sua anima

corrotta dal corpo sublime.

Simile a dea,

Venere incarnata.

Commise peccato,

rea,

espulsa dall’Olimpo.

Morto lo spirito,

cede alla putrefazione.

Gloria della Bellezza,

ora angelo caduto.

Che si conceda a voi.

Prendetela sciacalli

e divoratene le membra,

riproducete la vostra

ingloriosa stirpe.

Lei non sente colpe.

A me spettatore imperituro

lo spettacolo agghiacciante.

Sublime n° 2



Immensamente m’illumino della

candida aura tua che, come manto,

a guisa dei raggi di una stella,

t’avvolge in eterno, magico incanto.

E ci avvolgi, infinitamente bella,

con la luce del tuo riso mai spento.

E la melodia della tua favella

l’aria abbraccia di puro sentimento.

Mi avvolgi, dorato sole notturno,

che lasci oltre il vespro i tuoi fulvi raggi.

E, sì come l’argenteo astro diurno,

stai sopra alti cipressi, querce e faggi,

nel cielo blu, come bianco viburno,

perpetua rosa d’infiniti maggi.

Assurdità n° 4



Solo nell’angolo buio

ascolta,

di volta in volta,

l’oscuro presagio

divino.

Adagio adagio,

all’ombra non d’abete,

non di pino,

di cipresso

muore l’anima

al processo.

Piuma leggera

l’esamina

veritiera.

Negato infine

il paradiso,

non dio ha arriso

a lui reo,

che la dorata crine

non vedrà,

della sua amata

fluente chioma,

dagli dèi chiamata,

tra gli astri e la luna

lucente ricamata.

Assurdità n° 3



Non voglio

mostrare le mie debolezze.

Chiudo le porte,

le imposte

e le finestre.

Guardate altrove,

non in questo brutto mondo

arredato a lutto.

E’ la mia tana,

di me topo di fogna,

figlio della società corrotta,

che nobile sorte agogna.

Sublime n° 1



Il suo sorriso,

un astro nel firmamento.

Un sentimento,

gli occhi nel suo bel viso.

Un canto

soave, nell’aere sacro,

la voce

un’eco profondo

tra le stelle inciso.

Dall’Abiso risale

Sublime abissale,

obliato celeste

il corpo terrestre.

Splendente nel mondo

lo spirito suo nel cielo,

dolce, giocondo,

il velo nero

sottratto al buio eterno.



No, non si vide fanciulla più bella,

dal sole alla luna, sotto albero o stella.

Non più costellazione di mirabili forme,

non più leggere le sue orme,

nel povero mondo si vedranno.

L’eterno ciclo dell’anno

non avrà le stesse primavere.

Tristi si succederanno le ere.

Di lei si narra d’aver placato,

col suo canto, tempesta, vulcano e terremoto.

Nella sua anima l’armonia

dell’universo e la sua eterna geometria.

In lei liberato il Sublime,

che non posson render prose o rime,

ma tanto è nell’uomo lo stupore,

che tenta con tutto il suo umano amore.

Il vento non toccherà più le sue vesti,

non risplenderanno i suoi occhi celesti.

Le sue risa echeggianti

si libravan come colombe in agili canti.

Il suo sorriso infine spento

se ne andrà come cenere al vento,

il sole illuminerà meno

a non poter rispecchiarsi sul suo seno.

Di tale mancanza ne soffre il tempo,

che ora scorrerà più lento.

Triste davvero il mondo piange,

dai fiordi al Nilo, dal Pacifico al Gange.

La sua chioma splendente

non meraviglierà più alcuna mente.

Né anima ardente sarà placata

dalla sua voce dolce, aggraziata.

Nella tomba si porta grazia e allegria,

mentre il suo spirito diparte, va via.



Mi rivolgo alla luna

perché la capisco

anima solinga.

Guardo le stelle,

fiamme solitarie,

perché le invidio:

brillanti e uniche,

così lontane dal mondo

e amate al contempo.

Sento la notte,

che nel buio profondo,

svela all’uomo cieco

lo spirito del mondo.

Mi nascondo

nella mia caverna,

sulla vetta del monte,

e osservo l’astro notturno,

contemplo la sacra oscurità,

mi avvolgo nel buio

e mi spengo.

Assurdità n° 2



Scommetterei trentuno denari,

che Cristo è morto

e non tornerà più.

Non Giuda il traditore:

san Pietro, san Pietro.

Grida l’Oracolo.

Si canta l’ira al mercato,

deluso, deriso, abbattuto.

Il banco vince, sempre.

Non più Cesare, non più Dio,

morti entrambi.

Vissuti?

Il saio e la spada comanda il Sesterzio.

A tavola ognuno il suo piatto.

La tavola su gambe d’oro si erge.

Assurdità n° 1



Languido si spegne il riso.

I passi si fanno lenti,

con le ultime forze,

verso la fine.

Piove, fine la pioggia

accarezza l’aria morta.

Come nebbia che sale,

che ti avvolge le membra,

che stanche sorridono

sorrisi di sale,

si fanno serie alle nubi piangenti.

I venti che soffiano,

che ululano,

sbattono finestre,

vetri infranti

sogni

e pianti.

Un occhio al sole,

al suo raggio gagliardo,

un sorriso di nuovo,

in fine,

un ghigno profondo.

Giace stremato,

inerme liberato.