L.148

 

La stagione delle piogge



Per quanto tempo ancora,
amore, deve piovere
perché qualcosa cresca?
Quante carovane passeranno
ancora, anonime, sui nostri cuori
desertificati,
a batterci e a stracciarci
al nostro stesso gioco?
Odio dirlo, ma ti amo.
Amo dire che ti odio a volte,
ma è sterpaglia senza tronco,
e brucia in fretta.
Per quanto ancora, amore,
deve piovere di Maggio,
perché la primavera ricompaia?
Perché i nostri cuori si ricompongano
e battano all’unisono
alle porte di una calda estate?
Non lascerò che il grigiore
ci offuschi la vista,
non lascerò che il vento e le piogge
rovinino il nostro raccolto,
no, non lascerò che accada.
Saremo, prima che il mondo batta ciglio,
freschi e rigogliosi; finalmente,
frutti maturi.



Vento che sradichi gli alberi,
e cambi la mia faccia di velluto;
perché non torni più
a gonfiare la mia vela?

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Non mi importa che sia amara,
pur che sia medicina.
Sono stufo di addolcire i veleni,
capitalisti della mia ipocondria.
Mi sono immerso in questo oceano
senza saper nuotare, né gridare,
e ora che annego ti penso, mi illudo
tu venga a salvarmi. È tardi,
ho perso il treno; sono anni in ritardo.
Nemmeno avevo il biglietto.

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Ti amo tanto.
Ti penso poco.
Saranno gli studi,
o la masturbazione.

Adolescenti brizzolati



I giovani di quarant’anni
scrivono canzoni dietetiche,
non guardano più la televisione,
ma al più un cellulare
dove mostrarsi banale
è una dimostrazione di libertà.
I giovani di quarant’anni
scrivono poesie che sembrano spot pubblicitari
e tendono a filosofeggiare
con in mano un Campari,
di ingialliti ideali
ed estetiche annacquate.
I giovani di quarant’anni
non hanno paura di mostrarsi vecchi,
anzi, più che altro è il loro fascino,
purché sia sempre di un certo gusto
e con poche rughe,
nel punto giusto.
I giovani di quarant’anni
sono cresciuti negli anni novanta
dei quali si portano la tristezza
ma non la rabbia, intenerita
da quell’irrefrenabile disfatta
che è la vita.
Ed io, che li sbeffeggio da fuori,
non riesco mio malgrado a ignorare
la loro unica ribellione,
la loro soffocata e conformata
malinconia.



Ecco la prua che fende il mare
e mentre butto fumo allo zefiro,
mi pare ancora di sentire
il sapore che tu mi lasci in bocca
quando con la tua luna dritta,
della mia ne evidenzi gli errori
che poi con fatica riesco a non guardare.
Quando non ci sei è facile capire:
noi non saremo mai;
sempre e solo tu ed io.



Dove vai, limpida rugiada,
dopo le prime ore
fresche del mattino?
-Torni aria.
Ma un’altra volta
scenderai su questo fiore
a rinfrescarne i petali;
un’altra volta
sgorgherai sulla mia guancia
a dar frescura ai miei pensieri.