L.57

 

Per un po’ di vino



Colpevole il sonno, complice il rosso
sacro, l’acquasantiere di seguito,
giudice il volgo del decoro al soldo,
la piazza il tribunale come già fu

di colpo mi scrollo l’afa di dosso
il corpo affonda il disgusto tacito
della folla che m’assale -manigoldo!-

-Chi? Io? Macchè, piuttosto guardate lassù
vive chi ci governa col dejavu:
beato il reo che ne fa sua virtù-.

DADI



Dettero agli uomini la passione
e trasformarono il tempo in tempio,
dettero agli uomini l’ossessione
e trasformarono un ponte in monte.

L’Uomo del tempo è prigioniero:
l’uomo del tempio era un gigante
l’uomo del ponte aveva lo sguardo leggero
l’uomo del monte aveva la mano tremante.

Il tempio di gigli si tinse
il tempo di pioggia si colorò
il monte di neve si dipinse
il ponte di sangue si macchiò.

Di questa vita un gioco assurdo
i dadi in mano agli uomini,
di questa notte un triste assolo
due stelle in grembo al cielo.



A malapena ricordo
le buche d’asfalto sulla strada per camera tua
[ la crepata;
l’abisso;
la lieve;
la toppata;
quella che d’estate è soltanto un miraggio
[ la schiena di donna;
la timida;
l’erbosa;
l’inondata;
la tanto attesa davanti alla porta

Questa estate sono sparite
cancellate da una coperta di crine come a dire
- sia tutto tra noi tranne disprezzo e lascito -
come a dire che la parola
[ "compagna" ] [ companio - colui che ha il pane, la forza, la vita, insomma, in comune ]
non sia spezzare il pane
e farne fette spesse
e farne bocconi
e farne briciole
e farne parte infine
piuttosto condividere la fame
e la sete
e la fama e la
quiete e le
droghe e la pece che si accumula troppo volentieri sugli occhi

Come a dire che non è poesia ciò che ti risparmio
bensì un patto
come quello tra il bambino e il granchietto prigioniero del secchiello
una promessa libertà al termine dei giochi



Spighe e lumache -

le loro tenui scie

sui muri accesi

Le cose mai dette



Le cose mai dette le urlano gli occhi,
le invocano le sue mani tremule,
le sognano le labbra sue di sangue.
Le parole morte in gola vivono.

Le solcano il volto come lacrime,
le bruciano la pelle come graffi,
le fanno paura come la morte.

Le frasi codarde si vendicano.
Le scrivi per tutta la vita e quando

le cerchi sono ormai muta cenere.



merlo affamato -

un punto nel candore

del campo incolto



C’è chi ti porge un fiore e ti disprezza
chi ti promette guerra e ti accarezza,
c’è chi ti fa da padre e ti consola
e t’ama come un padre la figliola.

Ma tu che un padre buono non l’hai avuto
l’amore per un padre hai taciuto
e il tempo che del mondo è padre e morte
a più d’un padre chiuse le tue porte.

Guardami adesso e dimmi che non vedi
negli occhi miei qualcosa in cui non credi
e che da me, d’un padre mai all’altezza,
avrai amore, fiori e una carezza.

Requiem



Persi nei cieli tersi
avidi di raggi aridi,
sole e tristi parole
addormentate, non dimenticate.

Ricordi, rumori sordi,
vuote e fredde note
tornano e in testa rimbombano
preghiere non più veritiere.

Carezze, prima certezze,
ora una tetra dimora
loquace che non da pace
neanche a queste rime stanche.

Grullo!



Il mio cuore gronda colla
che a grappoli s’aggruma
e ingrato al gregge grida
- vi ringrazio, ma non m’aggrada. -

- Gracchiare d’ogni agra cosa
o quella gracile ingrandire – dice
- mi grava come grandine sul grano,
come un gracidio sul greto gremito. -

- Gratto le grigie grate delle mie prigioni:
un grottesco groviglio di graffi.
“Grullo!” dite voi, io dico “grazia!”
poiché di aggressività sono parco, non di grinta. -

- Al tuo grembo, adorno di gramigna,
pellegrino migro e lì segregato sgretolo
ogni segreto, ogni lagrima. – Tace.
Grullo sì, magro, pigro forse, ma grande.

Evanescenza



Bianche vele solcano un plumbeo mare.
Vento da est,
scogli a ovest,
che minacciano nascosti il loro vagare.

Perdono il controllo, non la ragione.
S’infrangono sul mondo,
lo abbracciano,
ma sono ancora libere, non in prigione.

Brandelli, si salutano e spariscono.
Calano,
ascendono,
chissà poi se si riconoscono.



La mia vita è matematica:

non ricordo le regole,

non mi riesce la pratica.



Sorpreso
il mio volto sarebbe
se nell’occhio tuo il riflesso
di quella rosa
che bella ti donai
che triste adesso è
scorgesse.

Oppressa
tu speravi
sorpresa
di scoprirti
in quel riflesso
in quella rosa
che bella avevi nascosto
che triste hai ritrovato
stasera.

Omelia



Scrissi verità più dolci
di quelle elargite
nella messa
quotidiana

perché

nella distorta
terra degli ubriachi
baciare le anfore col tempo
rende generosamente più normali
tutte le cose.