L.63

 



Ancora non sai ma sarà mattina
Lasceremo i nomi alle spalle
E gli strani idoli
Delle genti intorno
Coi loro riti vecchi
O neonati
Mentre noi spogliati, vestiti
Saremo antichi e sconosciuti.

Insieme, sotto una quercia sacra e
Con il sole addosso,
Saremo un tutt’uno di foglie
E distesi alla luce
La più forte
Evocheremo la pioggia

Saremo la mattina
E ti fermerò
Cingendoti
Aspettandoti gli occhi



Domenica sera d’una città
Montana su un lago
E gocce che cadono,
Ha piovuto.
Non una voce si sente ma
Frusciante
Una bicicletta leggera
Che passa
Mi lascia pensare
A quanto sia bello
Scivolare
Sulle cose nuove
Sempre nuovo
E ascoltare il ritmo
Naturale
Che sia alza piano
Intorno e d’intorno
Non scorgere che umanità
Che ride che piange
Chissà perché e da quando
E sentire che comunque
Nonostante il buio
Tutto è vicino
Calato
Adeso
Uno.



È una strana religione anonima
Che pratico di giorno in giorno.
Lontani i grandi dei
Ascolto un profeta timido e dedico
La mia fede ai tuoi occhi

Ho i miei riti, nascosti e segreti,
- Tengo al mattino sacrifici muti
Che tu neanche senti -
Ed aspetto e mi basta un solo segno
Flebile che mi lasci:
Lì io mi consegno sereno.

È una religione senza speranza
La mia
Di fede scarsa ed atti modesti
Che mi resta davanti
Qui, solo
Che attendo che torni



Ho visitato spesso
Le mie rovine mute
E senza nome:
Sono piene di porte cieche e
Mutili
E le riconosco tutte a vista.

Adesso un varco nuovo,
Pezzo pezzo con pietre consunte,
Costruisco piano con parti
Già distrutte.

È la chiave di volta
L’impronta
Che già passa

Oltre.



Sono segreto controvoglia
E gli altri anche mi restano
Nascosti.

Le parole, ostiche
S’infrangono
Inutili sul greto
Spogliate, pestate
Spezzate.

Solo sassi sporchi
E sassate
Reali.
Scorre ancora il fiume qui innanzi.



Squadra rialzo Milano centrale
A strappi la luce giallastra
Corona il mantra industriale
E cattura le falene che sciamano,
Straniate ed attratte si accalcano.
L’orgia deforme sta andando.

Un treno in ritardo per casa
Fa il suo gesto ribelle
Abbandonando la luce degl’uomini



Fa sole ma è buio
Alle due d’agosto
Ed al buio lo stesso
Si scorgono delle ombre

Fa sole ma è buio
E le solite sagome
E sottili e sospese
Confondono lo sfondo

Fa sole ma è buio
E cicale indistinte
in un coro insistono
ancora e ancora e ancora

Madri e padri e fratelli
Amori e nemici: qui
Fanno torbido tutti
E niente rimane ma
Farmi debole uguale
sperare e aspettare, sì

Immagine di un’ombra
cavernosa e sanguigna
Ma a differenza loro
da solo tacerò

Più piccole cose



Non è propria dell’autentico tutto
questa finitissima e miserrima
Vanità delle più piccole cose
È tutta umana e dei piccoli uomini
È paura e solitudine insieme.

Non chiedetemi
Non mi accontento
Non voglio altro
Che tutta la mia vita
qui tra queste mie mani.

Se è vero che una si vive
Che sia infinita
Perché finita in ogni istante



Muto al buio salgo in casa.
Vuoto intorno, il tavolo sgombro e io d’ingombro.
La tua maglia sulla sedia:
Mi metto da parte ché son di troppo.
Fili sottili di me sparsi
I capelli tuoi che trovo

Di nuovo addomesticato e randagio
Stanco per il nuovo vagare
Indugio su tracce sperate

Ma a casa davvero son stato solo
Lì tra le tue braccia stretto
Ancora dopo anni ancora ora



Ma ancora di notte sento
il passo di piedi leggeri
nudi che schiacciano secoli
di logiche consistenti, formali;
filosofie e opinioni, autorità e ogni fede:
si sciolgono esanimi
le riduzioni razionali.

Il pensiero è un sentiero di sensi
che scorrono tra sassi e felci, selvaggi
d’istinto come saggi animali estinti
a te tutti diretti e rivolti.

Lei è la mia Ištar



Se vuoi, viandante, sapere cos’era la nostra sostanza
cerca nei segreti dei bassorilievi di Karnak
e nelle equazioni della tecnica scienza. Avanza
nel tempo e nel silenzio assoluti del Sahara:
immergiti in sorgenti termali selvagge.
Della prima gemma della primavera chiedi al coraggio
e all’ostinazione dell’ultima foglia dell’autunno:
semi della forza del ritorno.

Vivi di estatica scomodità. Lei è la mia Ištar.
Guarda ad Ares e Afrodite ed Armonia loro figlia,
Ma anche e di più a Dino e Sibilla.
Guarda e pensa che non furon soli
nel loro folle furioso fortunale.



Basta essere gigolò, prostitute
di sé, vendersi in un gioco di parti
ad uso gastronomico degli altri:
turbine d’aspettative abbattute,

per le proprie menzogne combattenti.
Mi disse una volta un vero grande uomo
non giudicate e non sarete giudicati,
pensateci, voi di questi occidenti.

Rifletti, tu sai che almeno una volta
hai valutato altri esistenti solo
per tuo utile: nostro unico dolo
è misurare lo spirito tolta

la sua infinitezza. Oggi io t’abbraccio
chiunque tu sia, abitante del mondo,
andiamo avanti, uniti fin in fondo
i nostr’Io, tesori tolti d’impaccio,

l’uno verso l’altro accoglienti.
Voi tutti siete il mio unico fine.
Mai siamo di valore possidenti:
condividiamo il valore stesso, noi.

Pioggia d’estate



in ogni momento gocce a terra;
gli spenti pensieri miei a te.



Ho visto i tuoi capelli
venirmi incontro per
la via di casa
un vecchio cane
e la cassetta delle lettere
sempre vuota

Le ore degli uomini



Piangere tantissimo
e ridere altrettanto.
Amare soprattutto
e con ogni fibra del mio corpo
essere amati
ed in questo tutte le cose
ch’ho fatto.

E che importa adesso
del tempo che rimane?
Lasciatele pure passare
queste ore degli uomini,
al tempo non importa
di numeri o nomi.
Il tempo non passa:
era tutto lì, in quegl’istanti.
A questo punto, direi,
potrei anche andarmene
felice.

 

Quanto si è strani?



Quanto si è strani?
senza te tossico amor mio
con questi dolori abissali:
mi perdo sul fondo
li accolgo piangendo
si uccidono da soli
e mi scopro nuovo.

Cammino per strada di sera
immerso in percorsi introversi.
Un centinaio di universi
mi scorrono accanto.
Torno a casa stanco
e felice.

Un cielo vuoto



Datemi un cielo vuoto
vi prego
al di là del bene e del male
della gaia scienza
e contro il metodo.
Fenomenologia di uno spirito
che non c’è,
acritico di ragioni pure
ed impure
sopra di noi
bestie trionfanti.
Datemi un cielo vuoto
sì, vuoto come sono
eppure pieno
essere e nulla.

La sconfitta del sentire



Eppure certe volte il dolore è troppo grande
e la corda che mi tiene insieme si spezza
e con lei la realtà tutta
e precipito, precipito in un abisso infinito e buio

Smetto allora di cercare,
cercare risposte a domande
che andrebbero cercate meglio

e vivo la mia non morte
o muoio della mia non vita
che comunque non so
o di cui non so parlare
e pensare

il sentire abbandona le sue postazioni
in questa guerra dei poveri
in questo mondo di vinti
e mi perdo anch’io.

Le lezioni degli uomini



Cristo! Niente vale
un tuo sguardo
niente valgono
tutte le cose
se non te
e non c’è domani
se non in te.

Le lezioni degli uomini
non sono niente
in confronto a quello
che imparo toccandoti

si vive
solo
vivendoti.