L.69

 

Ti temo



Temo che le tue urla diventino schiaffi,

che la ferocia dei tuoi occhi spenga i miei,

che cicatrici permanenti rimangano da questi graffi;

temo di dirti che me ne andrei.

 

Sono donna nell’animo e madre nel grembo,

insulti e giudizi dal ventre respirati,

nascerà violento o difensore dei violati;

emarginato e sfruttato, di una città vivrà solo il lembo.

 

Cos’è capitato a quell’uomo buono

che mai mi ha inasprita

e mai ha alzato il tono -

cos’è capitato all’uomo che ora mi ha ferita?

 

Vorrei dirti che la tua dura mano

non impedirà il mio grano

perché noi, morti dentro, noi rinasceremo

ma temo di dirti che ti temo.

Legategli le dita



Il mio dolore è sentirmi viva

la mia paura è poter palpare il mio corpo e

contare sulle dita,

scrivere con le dita,

creare con le dita,

usare le dita,

sfiorarti con le dita;

non incrociare le mie dita,

non accarezzare i miei capelli con le dita,

non indicarmi con le dita,

non guardarle, le mie dita,

non sulle mie labbra, non le tue dita;

non       voglio       un       anello       alle       dita!

La mia paura è che le tue dita mi indichino la vita.

Esile esule



Esile esule

Chiedo perdono

Quando perdo non parlo

E poi parto e mi scarto.

Sfiducia e la vita voluta

Mi sfiamma

Pervade, invade

E sono acqua condotta nell’Ade.

Paura e l’odore che ho scelto

Si scioglie

E mi squaglia.

Resto esile esule

Chiedo perdono.

Prova



Apparire e ferire

per poi perire

nel buio

avvolti da ali pungenti

le menti

bruciate

scannate

divorate

che cosa implorate

Lucifero ascolta

e ama chi odia

e chi odia non ama.

Mudiwa



Era una donna che il sole invidiava

Più forte del male

Più accorta del buio.

Era una donna che nessuno ascoltava

Mite come il cesto di lana che sul suo capo poggiava

Aggrovigliata come quel che filava.

Era una donna che talvolta qualcuno guardava

Tra i piedi dell’occidente il suo corpo

“Spostati!”

E lei non fiatava.

Era una donna che invano cercava Speranza

Nell’abile mondo del capitale e dell’abbondanza.



Due figlie con cui raramente parlava

Una casa nella quale poche volte mangiava

Un cane che non più abbaiava.

Quell’uomo era spento

E il suo tempo lento

Con arroganza lo condusse allo sfinimento.

Aveva un lavoro che presto gli venne rubato:

Un artigiano dalle macchine sovrastato.

Le ruvide mani con cui intagliava

E le figlie accarezzava

Divennero nel bosco uno sgorgo di lava.

Un atto cruento

Sul volto l’amaro avvilimento

Un grido, e l’aria già più non sfiorava il suo mento.

Aveva una vita che presto gli venne rubata:

Un’onestà dalla cupidigia altrui calpestata.

 

Scannatevi per le labbra di Gloria



Scannatevi per le labbra di Gloria

Laceratevi per l’odore di Orgoglio,

Pulsate per accecare Memoria!

Rimarrete nudi derisi dall’imminente Cordoglio.

Continuate a guardare le anime soffrire

Fino a che alienati voi vorrete morire.

Ed io con voi

Pian piano mi sciolgo.

Io credo nell’Ora, poco nel Poi,

Ma solo un timido sguardo a loro rivolgo.

Saremo colpevoli di negligenza

Fino a che disperati noi pregheremo Accoglienza.

Erano in treno



Erano in treno,

seduti il respiro si univa

e lo sguardo talvolta addolciva

quel che aveva prevalso: veleno.

 

Abito bianco, pizzo, nella pancia una vita;

era l’estate che li avrebbe portati,

inconsci e dall’amore consumati,

sui passi di una primavera appassita.

 

Il caldo e la luce occultavano il pianto

Di un cuore in futuro affranto.

 

Erano in treno,

seduti il pensiero li intimoriva

e la mente ingiallita ammoniva

l’orgoglio di entrambi: un freno.

 

Scarpe lucide, un fiore, la gioia di una giornata guarnita;

era l’estate che li avrebbe paralizzati,

ruvidi e come legno intagliati,

dinnanzi a una corte avvilita.

 

Il loro respiro si univa,

mentre giuravano l’eternità di una ferita.

La notte è il mio tetto



La notte è il mio tetto

Il cemento il mio letto

Il sole è la mia ora

Il silenzio la mia dimora.

Il vento arruffando i miei capelli

Sussurra la mia ira:

Se foste tutti miei fratelli,

Un fragil suon di lira

Annienterebbe il vostro sguardo pietoso e angoscioso

Che tra noi si insinua, rumoroso.

Abbandonate qui i sensi di colpa e la vostra agonia:

Lasciateli a me!

Tornate a casa e,

davanti al fuoco,

 

L’amnesia.

 

Non mano non la mia



Non mano non la mia

Stretta a testa alta;

Non occhi non i miei

Incrociati con rispetto;

Non voce non la mia

Ascoltata con riguardo;

Non credo non il mio

Interrogato per cultura.

Nessuno sono io

Per chi passeggia e guarda

Ma in ogni tegola e mattone

Della casa che tu chiami “tua”

La mano mia indurita

Gli occhi miei infossati

La voce mia fioca

Il credo mio sepolto.

Io sono un po’ di voi

Voi che siete tutti gli altri -

Dalla vostra gerarchia

Disprezzato e non ammesso

Ve lo grido con orgoglio:

È questo il mio successo!

Un giorno una donna si sveglia e non si trova



Un giorno una donna si sveglia e non si trova:

La forma del corpo sulle lenzuola

Il respiro è marmo:

Nessun desiderio.

 

Un giorno un uomo si sveglia e non si trova:

Il sudore sul letto

Il suono di vita è pietra:

Nessuna parola.

 

Un po’ d’acqua sul viso,

Un vestito pulito,

Passi leggeri;

La donna si vede ma non si trova.

 

Un raggio di sole sugli occhi vissuti,

Un pasto veloce,

Musica dura;

L’uomo si vede ma non si trova.

 

La donna cammina, il capo chino,

Lo sguardo timido,

Pian piano svanisce;

 

L’uomo va frettoloso, la fronte corrugata,

Il buio negli occhi;

Un passo e scompare.

 

Sul fiume riflesso il corpo di lei,

Sul cemento l’ombra di lui.

 

Tra i libri e i colori,

Teorie e speculazioni;

Tra i racconti e le nuvole:

Uno smarrimento.

 

Tra la musica e le urla acute,

Esitazioni e complimenti,

Tra la frenesia e il deserto:

Una richiesta di silenzio.

 

Lei ride e conversa,

Poi studia ed è seria.

Tra le onde e i prati delicati

Lei esiste serena.

 

Lui parla e folleggia,

Poi insegna ed ascolta.

Tra i nubifragi e il grano maturo

Lui esiste sereno.

 

La donna è ora sul letto,

Il vuoto nel corpo:

Sospira incosciente.

 

L’uomo siede sfinito,

Colma è la mente:

Respira forzato.

 

Un colpo sul muro, uno sfogo:

Non sentono niente.

 

La notte la donna si sveglia irrequieta,

Nessun’anima accanto,

Qualche pensiero distorto:

Il sentimento scorre sulle sue guance.

 

La notte l’uomo fa fatica a sognare,

Una voce lontana lo sfiora,

La condanna nel cuore:

Lottano gli umidi occhi.

 

Un giorno la donna si sveglia e si ritrova:

Un telo leggero la avvolge

Caldo è il suo petto:

Lucente la passione.

 

Un giorno l’uomo si sveglia e si ritrova:

La freschezza del letto lo solleva

Trasparente è il respiro:

Fiammeggia l’istinto.

La donna cammina, l’azzurro degli occhi e del cielo

Ridente scopre il valore dell’Albero:

Mai più cederà.

 

L’uomo cammina, un ritmo distinto,

Le mani libere accarezzano un’antica corteccia:

Mai più diffiderà.

 

E’ giorno

Un poco più in là.

Agape



Sangue tu sei Amore

Delicato e aguzzo assassino.

Inviti nel tuo regno anime povere e recise

Ma non carità doni loro

Non un pezzo di stoffa

Non una mano sicura

Non un petto da ascoltare;

Una lenta goccia di vino soltanto

Un bagliore annientatore

Ora vivido e poi vivo e infine morto.

 

Sangue tu sei Amore

Delicato e aguzzo assassino.

Mi spogli di veli invisibili per darmi libertà

E poi misera mi abbandoni togliendomela:

Ora nuda e poi fredda e infine pietra.