L.79

 

enormi cose



degli inverni mi piace
la luce lunga e netta
che proietta brillante
enormi cose sui prati
e cammino così
tra profili sconfinati,
sulle ombre dei cedri
come un gigante
calpestando, calpestando
e penso che un giorno,
un giorno lontano,
su questo fondo
anch’io sarò steso
e guarderò il cielo
capendo qualcosa

supercazzola



tesina sul cervello. il cervello è grigio e puzza sembra un campo arato perché è pieno d’acqua che si muove come deve muoversi il cervello è tondo, di per sé, ma il mio è una pianura muto come la padania, che è roba di geografia, lo so, ma giuro che c’entra c’entra perché è il centro dell’immaginazione, cosa che aiuta in pianura dove il paesaggio fa schifo ecco, ora mi sono perso perché a volte scrivere è come pigliare una rondine dalle montagne russe: se non stai pronto, eh, la manchi comunque, si, volevo dire che ogni tanto s’inventa troppo come questo sentimento per francesca che mi toglie il dubbio di non saper amare, fine.



se potessi nascere
altrove nel tempo
mi bagnerei in silenzio
della prima pioggia,
del sangue acheo,
dei mille amplessi
che mi hanno dato
al suono del mondo
quand’era muto

e dei tuoi occhi forse
quando ancora amavi



c’è un ricordo abissale
dentro ai volti
che spesso ci assale
su specchi sconfinati
stanchi e dissolti
in incontenibili sguardi
a volte mi trova
il riflesso di me



io scrivo della mia paura
infinita di me

dei progetti fermi,
dell’inquietudine
delle cose vaghe,

della ragazza
che era la nonna,
di me da vecchio

di come stasera
la pioggia sembri
un pianoforte

e della voglia
di toccarti
quando è buio

del silenzio
quando serve

e dell’orrore
di sparire