L.79

 



ho paura che di me scrivano:
“si applica, ma è stupido”



avevi cura di me
avevi cura
della cosmologia
della solitudine
e della paura
di chi si ama
troppo presto

ed ora anche se è tardi
io solo vorrei che tornassi
a prendermi quest’ombra dalle mani
e che la buttassi via:

“non ti farà più male”

perché ritrovarti così
in altri occhi larghi

ancora mi confonde

breath:



respiro
come si può
amare poco?
volere poco?
prendere poco?
re spiro
se lo sai
dillo



d’io m’immergo nei fogli
vuoti che toccasti muta
resti di te nei giorni duri
chiedendo che sognavi
mentre stavo
in treno

 

enormi cose



degli inverni mi piace
la luce lunga e netta
che proietta brillante
enormi cose sui prati
e cammino così
tra profili sconfinati,
sulle ombre dei cedri
come un gigante
calpestando, calpestando
e penso che un giorno,
un giorno lontano,
su questo fondo
anch’io sarò steso
e guarderò il cielo
capendo qualcosa



se potessi nascere
altrove nel tempo
mi bagnerei in silenzio
della prima pioggia,
del sangue acheo,
dei mille amplessi
che mi hanno dato
al suono del mondo
quand’era muto

e dei tuoi occhi forse
quando ancora amavi



c’è un ricordo abissale
dentro ai volti
che spesso ci assale
su specchi sconfinati
stanchi e dissolti
in incontenibili sguardi
a volte mi trova
il riflesso di me



io scrivo della mia paura
infinita di me

dei progetti fermi,
dell’inquietudine
delle cose vaghe,

della ragazza
che era la nonna,
di me da vecchio

di come stasera
la pioggia sembri
un pianoforte

e della voglia
di toccarti
quando è buio

del silenzio
quando serve

e dell’orrore
di sparire