L.87

 

E il mio ardire tace e quasi piange



Ansante in penombra appoggio sul tavolo i piedi
sbirciando furtivo i dettagli
in mezzo alle foto più belle
che fanno da sfondo ai tuoi giorni felici.

Mattine di sole immersa nei prati,
baci veloci e baci rubati
costellano ignari le tue ore migliori
mentre io solo sopporto la vita,
arranco nell’oggi cercando un’uscita,
rimango stordito nell’attimo in cui
realizzo che appoggio sul tavolo i piedi
ansante sudato osservando meschino
una gioia di cui mai parte son stato.

Sulla fugacità delle relazioni



Non ho mai pensato
che tra noi esistesse un limite
fino al momento in cui ho realizzato di averlo sorpassato.

Mille miei sguardi e altri mille miei gesti
le avevano detto,
in più occasioni negli anni passati,
mille altre cose che in quei quattro scarni fogli erano state taciute.

E allora perché le era stato necessario un raccoglimento privato di,
diciamo approssimativamente,
quarantasei ore?

[per dire che aveva avuto paura.



Aveva poca pelle su quelle ossa fragili,
spesso ricoperta d’inchiostro
o nascosta da una moltitudine di riccioli scuri.

In primavera metteva damascate camicie di seta,
nelle altre stagioni non ci incontravamo
e non sapevo nemmeno se esistesse in autunno.

Non ho ancora trovato un aggettivo che lo definisse:
innegabilmente conduceva una vita piuttosto punk
ma senza borchie o Sex Pistols.

Una volta tirò in aria un Negroni nel cortile del Monk,
una notte mi abbracciò facendomi volare e mi diede un bacio;
lo guardavo in silenzio cercando di leggergli dentro.

Ero invidiosa della sua vita,
i suoi ritmi, la sua musica, le sue ossa,
le sue Marlboro rosse che per me erano troppo pesanti.

Credo di averlo visto quattro volte in totale,
ciò nonostante mi disse che ero una delle poche persone
alle quali pensava di piacere davvero.

Non mi stupirei se lo trovassero morto tra un paio d’anni,
non so se mi rattristerei;
aveva le labbra così morbide.

Giacinti



Troppo spesso vi invidio.
Invidio la banalità con la quale siete vivi,
invidio la semplicità con la quale siete felici,
invidio la facilità con la quale siete innamorati.
Dentro di me si agitano turbini oscuri che mi divorano
costantemente. Se possedessi un poco della vostra abilità nel
dissimularlo – non vorrei mai elevarmi al di sopra di voi, come potrei
io, io, proprio io, ultima tra gli ultimi – sicuramente riuscirei
non dico ad appartenervi ma perlomeno ad
emularvi, ecco, forse mimetizzarmi
tra voi è il mio più grande
desiderio,
credo.

O
forse,
semplicemente
desidero un salotto luminoso
la domenica mattina, un mazzo di fiori
odorosi, magari giacinti, non li vendono quasi
mai dai fiorai, anche se un mazzo di fiori non necessariamente
implica un fioraio, potremmo essere noi che un pomeriggio
di maggio prendiamo la bicicletta e saliamo sui colli,
cercando giacinti, come quando da piccola
con mio padre raccoglievamo tulipani,
che però non profumano, dovrei
tornare indietro e
cancellare
ciò che è sbagliato, ciò che non c’è più.

Endlessly



Con tutte le parole che non ti ho detto,
ho scritto lettere che non ti ho mai dato;
ci tappezzo pareti in mogano
per rileggerle nell’oltretomba.

Eloì, Eloì, lama sabactàni?



[esterno notte]
Un letto di aghi di pino,
cipressi e colline.

Mani lente che si muovono inconsciamente,
un centimetro più a destra, uno più in basso,
sempre più giù più giù
più giù.
Un’esitazione durata un battito,
la punta di un polpastrello che sfiora un fiocchetto di seta,
pochi istanti più distante dall’incavo della coscia,
ora, ora,
qui e adesso te ne prego,
prolunga per l’eternità questo momento e
dischiudi la tua anima ancora un poco,
quel tanto che basta perché io possa
– non mi interessa di chi passa –
di chi vede, di chi sente,
ti supplico, abbi pietà di me,
ora, ora,
ORA!

Infine, un grido mi sale alle labbra:
“Eloì, Eloì, lama sabactàni?”

Roma-amoR



Al tramonto mi affaccio alla finestra per guardare gli ultimi raggi di sole che illuminano i vetri sporchi di questa periferia romana, ché da questo punto i palazzi mi sembrano quelli di Copenaghen.

Di tutto ciò che compone questa città
perversa, spietata, irrequieta, viziata, indifferente, avvelenata,
dello sporco dei sanpietrini e
del bianco accecante di Vittorio Emanuele II,
dei chilometri percorsi su e giù dall’Italia per arrivare qui
[e trovare cosa…?
delle birrette al Colosseo,
del vento tra i capelli in quelle piazze troppo grandi,
di tutto l’alcool e le sigarette a tarda notte a San Lorenzo
[o nel primo mattino,
non ti dirò mai
che ciò che mi ha davvero rubato il cuore
sei tu.

[non sai nemmeno
quanto amo la Danimarca…



Mi chiedo se tu mai mi pensi casualmente,
ad esempio mentre sali le scale per rientrare in casa.
Io ti penso a ogni gradino:
piede destro, la consistenza dei tuoi capelli tra le mie dita,
piede sinistro, la macchiolina che hai in un’iride,
piede destro, il neo che hai sotto il mento,
piede sinistro, il tuo profumo,
piede destro, i tuoi occhi,
passo in avanti,
altro passo in avanti,
chiave di casa in mano, chiave di casa nella toppa,
chiave di casa che gira nella serratura e
desiderio irrazionale e totalmente irrealizzabile che una volta aperta la porta ci sia il tuo sorriso,
dietro,
ad aspettarmi.

A mio padre



Vorrei pensare all’eternità

e sapere che fare.

 

Quando imparerò a galleggiare

con le mie realtà?