M.76

 



Non li conti i papaveri.

I miei fiori preferiti, come ricordi.

Loro, come me,

mal sopportano

legacci.

Anni zero



A terra, bocconi.

Le sassate di odio non ci hanno trafitto.

Resistiamo alla disumanità

chiunque, ovunque tu sia,

fratello.

Fili e confini



Nessun limite

violento

senza incontro

è casa



I cosmetici,

le vetrine,

anche i libri

e la birra.

Impallidiscono tutti.

Quando grida

riempiono il buio,

e nulla conta più.

Similitudini, 1980



Mia madre bambina

ha perso suo fratello.

Era novembre,

cadevano  le foglie.

Era domenica sera

e come le foglie,

le case,

le chiese.

 

Mia madre ha un dolore nascosto

e una ferita aperta.

Nessuna pietra

è riscatto per il suo grido.

 

La terra ancora trema,

mia madre spegne la tv.

Rivalsa ancora nessuna.

 

Ed io ancora ci credo:

dita umane

a ricucire pietre e farne abbracci.

Gennaio e rancori



Alberi d’inverno

statue ridicole,

dolori in posa.

 

Mi aggrappo alla parola

sul bianco

affissa.

Frutto gracile,

le mie ossa

appese.

Me ne sto nell’attimo prima.

Prima che il sangue si cristallizzi,

grumi tra i polsi.

 

Che è meglio questa disperazione

tra le dita stretta

e non il silenzio

paonazzo dei legni.

Piccole cose



Leggo solo versi brevi.

Caramelle,

che vorrei non finissero.

Compagnie,

tra mille passi affrettati.

A Lei



A cercare un canto,

senza canto trovare.

 

Lo spazio era a me

una tensione di dita.

Pulsione di vene,

un batter di polsi.

E che fracasso quest’attesa

quest’ansia muta

di diventare graffiti di carta,

neri.

 

Di colpo,

polpastrelli lerci di quel sentire,

che l’anima ancora non dispiegava.



E come faranno,

adesso,

tutte le lenzuola del mondo.

Ora

che non ci siamo noi,

a consumarle.