M.02

 



Muto resto ad ascoltare
il mio tacere, lo sproloquiare
dei miei pensieri abitualmente vani.
Ogni parola
soppeserei come se fosse
pagina finale di ogni mia speranza
fossi asceta di una -sempre vana
mia coerenza.

Ci riuscirò un giorno -forse
e se sarà, sarà la morte
oppure dolce
polemica eccellente
sognandomi ancora
silenziosa tempesta.



La prima è stata la libertà.
Quella impalpabile e più pura
mi ha insegnato la parola “futuro”
per morirmi in braccio -a farmi scudo
strangolata dal senso di ingiustizia
che ovunque tutto impregna.

La seconda l’idea stessa
-masochistico gusto a sentirsi sbagliato
perché certo di essere nel giusto.
Ho portato fiero e impavido
i vessilli della speranza e ancora
ho vomitato in silenzio trovandola a terra
morta d’inedia e indifferenza.

Terza, l’abnegazione.
Ho stipulato un compromesso a perdere
stufo degli altri, scoprendomi egoista
-esteta del rimorso- nascosto
in esemplari imperfezioni
e autistiche intimità.

La quarta ciò che chiamo amore,
a nascondere le crepe strutturali
dei pensieri in cui mi rifugiavo.
La quinta queste spoglie mura
in cui ho ucciso il mio entusiasmo.
La sesta un infinito senso di abbandono,
la settima la fatica a ripartire,
l’ottava il vuoto
dentro
sempre.

La nona è la consapevolezza
di aver costruito un labirinto mentale
in cui mi sto perdendo
-la voglia di essere felice.

La decima
spero
sarà un sorriso.



Continui a salvarmi ancora,
a insegnarmi l’assenza,
a definire l’estatica angoscia
dell’esistenza.
In questo presente
eternamente sbagliato
mi hai guidato impavida
nel buio dei miei dubbi
e hai dato loro un nome.

Ora che lo scontro
si è fatto impietoso
conto i morti a voce alta.

Domani tacerà il giornale
come sempre
anche se il titolo è già pronto:
«Oggi un uomo
si è riscoperto vuoto»



Legatemi le mani
e con un masso in testa
e troppi al cuore
lasciatemi nel mare.
La luce svanirà
lentamente
come un’ascesa inversa al cielo
e in quel silenzio
in quel profondo buio
i miei pensieri taceranno
e in quell’ultimo respiro
di quiete
sarò io stesso il mare.



Sia questa menzogna costruita
su misura per ingannare i tuoi sogni.
E subito ti illudi
si chiami libertà.



Non riesco a non convincermi
di aver sbagliato tutto;
ma forse
-forse-
è sbagliato tutto il resto.
Saremo un giorno forse amici
forse un giorno amanti:
per ora
siamo solo due forse
in un mondo di errori.



Avrei voluto dirlo francamente
urlarlo al cielo, alle stelle
che non mi basta, no
che il compromesso a questo mondo è inaccettabile
che non è giusto
che le ingiustizie sono
il nero
sangue
corrotto
di Dio.
La verità
è che la più grande insgiustizia
è la nostra,
questo silenzio;
e che in fondo
-in fondo anche per questo-
non meritiamo molto altro.

Red Shift



[ovvero del concetto, molteplice, di intimità]

Restami accanto finché puoi
o almeno pensami: io lo farò.
Dal nostro incontro è nato un universo:
non te ne accorgi?
E le stelle, e i pianeti,
e tutto ciò che è presenza o assenza
è nostro,
siamo noi.

Sono le leggi che regolano il mondo
a rivelare che già dal primo sguardo
ci stiamo inevitabilmente allontanando,
ma non mi importa.
Distanze siderali non cambiano il fatto
che siamo stessa materia.

Inesorabile



Inesorabile
il bisogno primordiale
di forgiare nuovi soli
a illuminare questi cieli
cupi, così torbidi e densi
così inutilmente violenti.

La ricerca è grave,
e a tentoni brancoliamo
e scaviamo con le unghie
la roccia bruna dell’orgoglio
arsa da paura e insicurezza
sognando un’alba nuova e il suo candore;
perché la vita è brama,
perché il dolore è un seme
nero e adamantino
che al tepore dei sogni
germoglierà fiore di campo.

A denti stretti



Brucia con l’orizzonte il cielo mentre
pece cade celando con violenza
l’opulenta arroganza che impregna
questa enorme menzogna. Dormiremo
notti nere di gelido sudore
e appiccicaticce, tormentati
dalla paura di una nuova, tragica,
orrifica e fraintesa verità

Fuori Luogo



Il mio luogo non esiste,
non ora,
se non in qualche istante
in cui mi sento a casa,
in cui forse lo sono.
Ma poi svanisce,
passa,
e di nuovo divento
ospite indesiderato
di una serenità altrui.



Giusto ora mi sto chiedendo
in quale dei tuoi mille silenzi
tu sia persa.

Vorrei tanto fosse
uno di quelli in cui
per un istante il mio ricordo ti accarezza
e tu,
senza neanche dargli peso,
ingenuamente sorridi.



Bruciano le mie memorie
mentre scruto, sfiancato,
il buio abissale
che cela le future disfatte.
Ogni passo
uno spillo nell’anima,
una microscopica tragedia;
ogni sguardo
un mondo perso,
sconfinata desolazione.



Ci siamo detti tutto
senza pronunciare una parola,
senza guardarci neanche in faccia,
semplicemente immergendoci
nello stesso universo di paure
e affogando insieme.



Quante volte
mi sono detto
mi dispiace
guardandomi negli occhi
nascosto da uno specchio
sperando di essere distratto
e di non far caso a me stesso.



Oggi è uno di quei giorni
in cui tutto ciò che vorrei fare
è piangere a dirotto.
Sarà per l’impietoso grigio
del cielo nuvoloso,
o per l’ipnotico
ticchettio
di acqua sporca sull’asfalto.
Sarà perché è domenica,
e conto con le dita le promesse a me stesso
che non ho mantenuto, come se davvero
potessero bastare
tutte le mani di questo mondo.

Oggi piangerò in silenzio,
lasciando al cielo
il fragore dei tuoni.



Marziale il ritmo
delle stagioni a scandire
ogni mia immobilità.



Non ci è stato detto a quale mondo apparteniamo,
né ci è stata data indicazione alcuna su quale sia
– davvero – la giusta direzione
(l’eterna strada
per la pace dello spirito).
Siamo stati qui posti,
come dame impotenti
in una scacchiera tanto assurda quanto insana per poter
essere compresa.

Accecati dunque dal vano terrore
di dover lasciare il gioco
ci mangiamo a vicenda
- divorando i dubbi altrui -
talvolta con umana ferocia
talvolta subdoli, chiedendone il permesso.

Non è dato sapere, né a me né a nessun altro,
il perché di questa labirintica (almeno in apparenza)
manierata beffa.
Eppure continuiamo a muoverci,
strateghi improvvisati,
pronti a vivere arretrando pur di continuare la partita.



Se dovessi morire lasciatemi marcire a terra
Niente bara
Che il mio sudario siano foglie
Secche
d’autunno e nostalgia
e non date la colpa alla vecchiaia
a una scabrosa malattia
alla tremante mano di un angelo di rabbia.
Il mio assassino lo covo nella testa
E lo accudisco
E ci convivo
E già, da sempre,
io lo amo.



Ogni giorno ci fottono il cervello,
giù dentro a rimestare
a pompare merda nei nostri pensieri.
I loro luridi princìpi
appicciocosi come muco
ce li spalmano in faccia
ce li fanno masticare e ingoiare a forza,
di bocca in bocca li vedo passare.
(Noi puttanelle dell’etica spicciola
Golaprofonda di morali sintetiche.)

Finiti i colpi in canna
Mi affido al vostro voyerismo.
Ora mi godo
questo bukkake d’inchiostro.



In questo inverno di tristezze
attendiamo.
Per scaldarci
stiamo bruciando i nostri sogni.

E di nuovo
inizia a far freddo.

Per te, che stai leggendo



Non possiamo aggrapparci al niente
Non si scorgono luci intorno
-monocromia grigio nebbia-
E davvero si afferma
Di aver visto Speranza in volto?

Ti hanno stuprato e ne hai goduto.
-mescolavi affanno e saliva,
piangevi. Ricordi?-
Ad occhi chiusi hai urlato
-impietoso fu
Il seguente silenzio-
Permutando il dolore in piacere
Accogliendo l’orrore
Come germe di rinnovamento.
Cos’è che andrà meglio?
Aprire gli occhi
-con una lama
a incidere-
e piangere sangue per ciò che si vede.



Si riparte dalla nausea
Come un fiore germogliato nella pancia.
Le sue radici affondano nel senso di
Vuoto
Che percepisco ogni momento,
Apatico languore a divorare organi interni.
Mastico rabbia,
deglustisco frustrazione.
Perso in un momento
come un vuoto a rendere
-a chi, non si sa.

Solo 9 ore di lavoro



Solo 9 ore di lavoro
(compresa pausa pranzo)
Prima di godere
Degli sguardi annebbiati
Dalla mediocrità
Del non vorrei perché non posso,
Delle rivoluzioni
-che certo un giorno si faranno-
Piene di “se” a far marcire i “ma”.
Solo 9 ore di inerzia emotiva
Prima di poter tornare
A disprezzare questo mondo.



Ho gettato gin liscio
a infiammare il mio spirito,
E vodka
Sperando riuscisse a bruciarlo.
Mi sono umiliato
perché questo secolo ci vuole sconfitti
e nella sconfitta ho visto il trionfo
imperitura fiamma scintillante del riscatto
contro questa carneficina chiamata vita
contro la teologia del massacro
che forgia i vincenti di oggi.

(ho brindato una volta “a questo empio mondo”
Una volta ho perfino sognato un futuro)



Ci hanno insegnato a sorridere
Eppure l’orrore è la fuori
E non sta risparmiando nessuno.
Sembra quasi che uccidano a caso
Per sport
In allegria tra un brunch e un barbecue
Mentre bevono birra ridendo e scherzando
Sognando i culi delle mogli degli altri
Sognando i cazzi degli altri nel proprio culo
Ma sempre con quel sorriso
Che ci urla che tutto va bene.
Ci hanno insegnato il dolore
E noi lo abbiamo imparato a memoria
E a pappagallo lo ripetiamo
Senza davvero averlo compreso.

Il cimitero degli Elefanti



Io
vivo in balia di un passato
che non riesco a rammentare.
Immagini opache,
dubbi,
nessuna certezza.

Eppure

Tutte le mie poesie
sapevano bene
dove sarebbero
andate a morire.



Ho vomitato i miei ricordi
dentro un cesso.
Ho provato con la mano
a far qualcosa
ma la sbornia non aiuta
così
-alla fine-
ho rinunciato e tirato
lo sciacquone.
Con violenza ho vomitato
e non ho sentito rumori.
Mi hanno detto il silenzio
non vomita mai.



Siamo nati su un patibolo.
Fermi come rocce
ci siamo lasciati aprire il torace
per farci asportare
la poca dignità rimasta
incrostata alle budella.
Ci siamo lasciati stuprare gli occhi
e bruciare l’anima.
Immobili
ci siamo lasciati evirare la fantasia
e infibulare la libertà
attendendo che la corda
ci cinga il collo.
Fermi come rocce
giusto per vedere
poi cosa succede.

Eroica, Erotica, Tragica



I. Erotica

Notturno il sussulto,
la spada che fende la carne
tenera
tenera carne
bramata e temuta
offesa seppur venerata.
Se prima era furor di battaglia
e le urla scandivano il tempo
è ora quiete a dettare legge.
Solo l’ansimare affannato
di chi ha compiuto un volere divino
è metronomo alla melodia del silenzio
di un mondo che dorme.

Si erge il giovane Giorgio
dinnanzi al Drago e guarda:
la mano cede,
cade la spada.

II. Tragica

Camminare per la strada
basta uno sguardo ricambiato.
Uno
sguardo
gravido
di pensieri – il mio.
Il suo
di sogni – i miei.
Un attimo
la mia mano sulla sua
il mio braccio stretto al petto
- il suo -
e i baci.
Un attimo
i nostri corpi nudi
una lotta alla conquista
del piacere.
Un coito mentale
interrotto dal suo volto
che scompare
tra la folla.

III. Eroica

Non per Silene
ma basta donna
e sarà questa
Principessa e Drago.
So bene cosa fare
tornato a casa.