M.03

 



Le fitte trame delle sottane delle orchestrali

eternano il movimento della folla all’uscita,

nel viale. Sublime e vano il turbinio delle mani,

lo strenuo tentativo della giovane violoncellista.

La furia con la quale si dibatteva era brezza

che incideva un’aporia, un taglio profondo

nel valico semico stesso della finitezza.

E stremata, un crescendo e stremata un crescendo.

Ma non vorrei che i graffi sulle calze, di lato,

fossero unghie impigliate in teorie da rivista,

pastiche diffuso e possibile. Come rossetto sbavato.

Nonostante, le verità che ancora cerchiamo, oceani

persi con naturalezza tra le corde spezzate e le dita

è nel richiamo del vento, in frequenze abissali.

 

 



Nella geografia dei fallimenti

salvo l’autoreferenzialità della poesia.

Non paralleli e meridiani indiscutibili

formule matematiche

poli e tropici

elenchi telefonici

da cancellare.



Bombe sulle strade e la corsa muore.

Bologna Milano Firenze

l’ulivo dei Georgofili grida

di rotule spaccate e sconfitta

di finestre aperte sul niente

e io che attendo al confine

tra gente d’oriente e palazzi,

guardo il mare ridendo

degli schizzi d’acqua felici

della donna che amo

stasera

ma tu dormi, Bellezza.

 

Ti ho vista tra un fiume di gambe in fila

figlia di un campanile e della santissima prospettiva.

 

Più in là, sotto le luci d’artificio

adatte a truccare i vicoli stretti

in pagliacci di carta e la città

in una puttana d’alta classe,

lontano dai vecchi portici

dai tragitti di fango di Bartali

dall’istinto fiero degli anarchici,

sotto le luci d’artificio, più in là

nei caffé, tra il cincischiare delle tazze

mille altre bellezze si contendono il pomo.

 

E ci sarà il gran ballo delle maschere scure

dove il poeta tisico tisico

s’aqquattera al muro pensando

ai sospiri perduti, al sesso nel bagno

alla finta bellezza, lacrime asciutte

solute al sudore, dicendo

Do you like my sweet apple?

Di fronte al fatto compiuto

realizzerà

La comunione delle anime

è la sua più bella, più vana follia.

La libertà è un sogno

e i sogni non sono.



Durante il tempo della tua assenza
raccolgo i pensieri che volgi a me
distratta, che perdi e non sai
E’ il mio bacio al mattino quel brivido
che li porta via.
Sei tu l’angelo indagatore?
O è uno sguardo più inquieto,una mente più sottile?

Proiezione delle esperienze i desideri
svelano una realtà più profonda
celata, remota, come i segreti del mare.
L’oscurità è il laboratorio della mia ambigua alchimia.

Vengo da te ogni notte nel sonno
a rapirne la solitudine a farne due da una
identiche, sconosciute.

Ma ti possiedo quando io occhio tu cerva faccio del sogno un’alcova?
E’ il tuo corpo quieto a possedere la mia anima acerba.
Ed io che possiedo?
Io possiedo il segreto nascosto tra le pieghe dell’alba
il bacio che muta il lampo in torpore, che lascia sparendo
solo un vago ricordo e di me solo un’ombra, un rumore
o il timido odore dei ciliegi al mattino.



Quando la musica è dolce ti culla
resta nell’ombra e fa presto
a toccare corde che sappiamo, sospese.
C’è tempo per riscriverne il testo.
Altrimenti,azar, vivrò di fragili attese.



È un valzer. Tento. O un fandango.
Veloce. Lento. Si controlli il tempo.
Ma lo sguardo, guarda. Forse un tango.
E si fugge in controtempo.



Ogni verbo corrisponde a una tua immagine
In modo sicuro impalpabile preciso.
Ad ogni tuo gesto si rifanno le mie pagine
il mio corpo a te, mano a mano, a viso viso.



Ora sei tu. O meglio, ora tu sei
i tuoi occhi. Chi li ha trovati,
incerto, li confonde coi nei, ma nei
suoi trova i tuoi, laghi dorati.



Ho questo che è incolmabile.
Una solitudine costosa può fare grande il cielo
Questo è il prezzo, contraltare silenzioso
di un candido sbiancare.

Tutto questo attendere, attendere

che solo colma il vuoto
Attendere s’attende, tutto s’attende
l’arco pur si tende

la freccia non ritorna
la notte non ingiorna.
Preferisci che nasconda
il navigante il navigato umore
Che non trova mai la sponda?

(Ti ho letta ne riflettere incostante
Della luce nelle quattro settimane.
Ti ho letta nel ruscello.
Dormiente, ero io, eri tu la dolce Ofelia?)

Ricordo ancora le ginocchia doloranti.
Ahi ahi ahi, livide d’amore.
D’amore e pietra.
Dolcezza e spigolosi urti.
Ecco ciò che assieme non dà pace.

-  Sono io che sono troppo che volendo troppo poco
Vuol anche dire. Ma più troppo che straripa sono,
che tracima e s’ingarbuglia. –

-   Eppure, è l’evidenza, il tuo canto è più pulito.
Attraversa senza vetro la luce la finestra,
questo vorrei dire. Le note son precise. –

-  E sai anche quant’è complesso lo spartito,
quanto è lontana la nota che ricerco?
La nota è verde, si chiama la Speranza.
E sai cosa altro ci vuole per colmare tutto quanto? -



Attenzione ai carichi sospesi.
L’ironia che rivela mi fa muto,

ma i meli in fiore,dopo mesi
d’attesa, no. Dirò ciò ch’è taciuto.



Torna un’altra primavera non uguale

 più esperta, solo le canzoni rimangono le stesse

 come i versi incisi nella memoria altera, lei

essi non alteri, alterati sì però dal limaccioso

 fiume dell’inverno che spesso ne ha coperti

 tratti lunghi e brevi di spessa neve

 di un candido e lucente oblio.

“ Prendimi qualche volta” penso e spero

 ma è un segreto che non sale mai alle labbra

“ pensami piuttosto” – il sole fa chiarezza –

questo mi è rimasto giacché non è che io

non te ne dia occasioni – non motivi –

quelli me  li canto nella mente e tu nell’astio

“pensami perchè possa pensarti io

perché io non sia solo” curioso come sono

 di sapere – ecco, un segno almeno –

che gesto compi, nel letto, la mattina sola

se mai nel dormiveglia un brivido ti prende

o a tarda sera quando la parte più debole si arrende.

Leggevi Foscolo – Mai più toccherò le sacre sponde –

dicevi,

ma non c’è differenza di terra, sia sangue sia bandiera

nel forzato addio o negli accesi intenti

radunati a schiera, che fan di te una sposa

 o una chimera.

 



…che per arrivarci c’é prima tant’altro

Place de Clichy  tra noblesse e banlieu
 cafè gatti jazz maroquinerie
rue du chat que peche salite lunghe
 discese inconsuete ed assenzio
pioggia cimiteri e nouvelle vague
mulini che parlano lingue diverse
Quijote Amelìe can can e pittura
lapidi e quadri e fiori e cuori
peripherique ponti frutta ed occhi blu…



odore di spezie
visceri e mente

rapidamente

agli occhi laccati
leggera leggera

sale e nasconde
incandescenze.
No. Non nasconde



 Effettivamente prima dell’uomo
 c’è l’essere e basta. Prossimo a Dio
 in teoria, cupola di un duomo
 meno terreno e più sensuale. Io.

 Ciò che è certo, l’unica
verità consacrata ai giorni
è questa: che mi avvicino
sempre più allo zero
 o all’infinito. Ma non sono
 i voli, le grida dei rapaci
ciò che più mi spaventa,
che mi inganna e si somma,
che si scompagina nel cuore.
Non la mia carcassa agli assalti atroci
di chi mi sopravvive.
No. E’ la paura di non avere te
che m’attanaglia. Che ciò che sento
con violenza, che tu sia mia,
che per questo abbia giocato
la vita, possa svanire.
Che tu possa girarti e dire
un giorno, io me ne vado.

Noi, sempre a cena fra le stelle.
 Ma questi sono i sogni
o gli incubi già detti,
più oltre stanno i versi.

E la mente vaga per decisione
presa d’assecondare il passo infermo
 e non pensare. Ed ogni occasione
è placida neve, è cuore fermo.

Mente dice la mente. Cuore dice
 non ti curar il cuore con la mente
 ma cura e rendi l’anima felice.
Vita vigliacca che non dice niente:
 “Con l’una o l’altra si guarda e passa
 la partita”. Da perdente da vincente
non si sa, non si scioglie la matassa.
Insomma, un participio. Dissolvente.



E’ nel tramonto di fuoco
che tutto si ricongiunge.
Dalle palpebre aperte
di una terrazza di Marrakech
che guarda le strade rosse
i vicoli stretti della casbah
i carretti di venditori
gli arabeschi mori dei tetti
verdi, che coprono i muri
di pietra dissolta
nell’ombra della sera.
Dalle bocche degli hammam
escono uomini e vapore
i portoni dei bagni
chiudono all’ora prestabilita
dall’incantesimo
della perla rossa
del deserto.
La larga ferita 
aperta nel cielo
 
è richiusa
dalla terra identica
dalla  polvere rossa
dalle strade rosse
nella fitta ferita rossa
senza tempo
cade la sabbia
cade il fumo di Djemaa el Fnaa
cadono i tavoli e gli inchiostri
cadono i calici e la pelle
tagliata dal vento
della notte del deserto
cade la gente a grappoli
che s’affaccia alla sera
granelli e granelli di sabbia
cadono nel cielo
cade la piazza
capovolta
dal suo gioco perpetuo.
Nel silenzio irreale
cadono i minareti
la voce dei muezzin
come un nenia antica
risuona soltanto
nel silenzio irreale
cadono i minareti
in una litania di voci
cadono i minareti
nel canto dei muezzin
cadono i minareti
nei gorghi antichi
padri della storia
cadono i minareti
mentre un’immensa clessidra
capovolta 
scioglie il tempo

nell’acquerello rosso del cielo
e lo riconta

granello per granello
a ritroso.



Di certo non passi inosservato
tu ora al lato
del mio ora
– ecco lo sapevo –
stasera di non dover uscire
di non dovermi innamorare ora,
ma già ne sento il fiato,
si scrosta dal muro l’intonaco ormai vecchio
e tremo per un fondo di secchio,
per una luna nuova.



Pausa. I colori della mattina
hanno ben poco a che fare
col disgusto del palato.
Coppie d’uccelli periferici
appesantiti dall’odore di vecchie travi,
di cumuli arsi, non migrano, vanno
delineando il limite delle mani tese,
rugose e secche del paesaggio, alberi sparsi.
Qui l’inverno è un vecchio gentile d’aspetto
il cui pallore ancora riflette luce e tepore.
Chiamo oggi gaiezza lo stupore che affiora
fioco, d’un poco, nel resto che dorme.



Genova, luglio 2001

Treno Genova – T .
Notte ed elicottero. Avvoltoi.
Non sembra. Non sembra.
Segnalazioni? Segnalazioni?
Come al solito vincerà l’opinione fallace.
Facile. Vincerà. Facile.
Banderuole al vento.
E poi?
Tu coltello.
Chi è? Chi siete?
Ferito.
Banderuole al vento.
Salamandra.
Cavolo.
Ruga.
Rilassati.
Cervo.
Lattuga.
Il mio scorpioncino bussa ogni tanto, la mia anima
gracida portandolo a spasso.
Scorre del sangue sui libri di scuola.



..che dire di quando il palco
si addormenta tra atto ed atto
con luce lenta, muover di talco
e costumi che vanno via, quatto
defilarsi del mondo, della voce
per far posto al tuo di incanto,
viso o profilo tagliato dalla luce
occhi negli occhi, silenzioso canto…



…e tutto lo scorno di questo mancarci
sarà spezzato da un solo bacio
e ancora prima, nell’attimo fatale
che tutti li precede – quello dello sguardo -
dal sussulto, dalla sorpresa che davvero
tutto questo pensarci, queste voci
che ci rimandiamo nelle cornette,
nel ciondolare nervoso dei gesti
che senza tregua infliggiamo
agli oggetti, sollevare fogli ripetuti,
lo schermo intermittente, il libro spostato
per scandire il tempo noi stessi,
che tutto sia reale adesso, da toccare,
corpi nuovi ricolmi di stupore
corpi nuovi restituiti dall’abbraccio.



Gettata nello strazio che cosciente
di me faccio, nel lamento silenzioso
delle cose, volgo lo sguardo
alla candela spenta, la mente
al tuo distratto non voltarti
(d’un tratto, di scatto)
al segno rimasto, al seguito pensato,
all’ultimo dì, sperato incontro.



Chi è a svegliarmi dal sonno?
Non c’è luce fuori. Non ancora.
Non rumori, usignoli, né canti.
Solo fiori. Non fioriti. Cos’è?
Dentro sento un vuoto, un urlo, un rifiuto.
Nulla. Un silenzio che mi sveglia.
Oggi è il giorno della rosa appassita.
Una lunga spina s’avvita al cuore.
Sparite fantasmi e non fate rumore.



Bevi da me, languore, come coppa di liquore.
Quasi chirurghico il taglio, ma non come Mimì
sono ferito, è nell’amore, già, non nell’onore
per questo scrivo, metrico. Più chiaro di così…



Le mani giunte, a te, sono preghiera
di ginocchia vinte,d’ombelico, sunto
del mondo, di ritrosa e di vera
amata conquista. Credici. Punto.



Giochi di rime ed assonanze
per alleggerirmi, incapricciarmi
nel bel gusto, nel gesto vano,
li lascio ad altre stanze
ad altri luoghi rimando ora la ricerca
del piacere personale – di personale -
senza fine o fine a se stesso
- che è lo stesso – di getto oggi rimetto
a me stesso solo il mio dolore.

Dolore circoscritto.
Un abbozzo di dolore.
Circoscritto e rotto.
Un arabesco stanco.

Ed intanto che io scrivo,
vale puella, vale,
la prendo io la via che fa più male
che passa retta dal cuore e s’allontana,
mi nascondo nella tana
dei miei timori insani,
dei miei sani languori,
nei dolori stanchi delle gambe lente,
delle anche,della schiena sghemba,
nell’animo dolente,
nell’insonnia eterna
del sognatore.
Che non ha pace,
che sogna pure quando parla
e quando tace e quando vive
perdendosi nel sogno vivo
del suo innamorato gioco,
nel voler dipartire per un poco
senza perire per davvero,
troppo impegnativo.

Piuttosto abbandonarsi
e sognare di morire.