M.04

 



Oggi vorrei scriverti una poesia,

mentre fumo quella sigaretta che non fumo mai,

che non fumo per trasgressione inversa

perché credo di amare la vita,

ma la vita mi sfugge, la sua forza

sommersa da un vuoto frastuono

non sento

Così per riafferrarla

vorrei scriverti una poesia

così per rigustarla

vorrei fumare la mia sigaretta proibita

esalarne il sapore quasi

mortifero,che mi fa tossire

libera di accondiscendere un vizio

Solo così, oggi, risento la vita.



Dal fondo dell’abisso
avresti pensato affaticata lottatrice
che si sarebbero estinte le ombre
all’arrivo dell’alba?
Che questa giungesse
in interminabili frangenti
hai forse dubitato

La paura livida e il suo
ceruleo pallore non avrebbe
pensato il corpo tuo
di subire la mortificazione
e forse una mano
più sicura e ferma
avresti voluto a proteggerti

Siamo così fragili e inermi

Ma tu lotti anche se
il tuo innominabile nemico
la cui parola trema e fa tremare
ha origini incerte e dubbie
Lotti, contro un male che è
d’oggi o ha forse origini ancestrali

E se potessi, io
allontanerei il buio
silenzi lunghi e disattesi
ricostruirei
fragorose risate senza freni
risusciterei
il passato più luminoso
perché si faccia per te
nuovamente
presente e futuro

 



Non chiedermi del tempo
Non so misurarlo
Le ore scandite dai minuti – dicono -
ma i tuoi giorni da piccole gocce
Per i mesi hanno inventato i calendari
I tuoi di ventun giorni segnati da tappe e battaglie

E che dirti della Primavera?
Le rose che sfoggiano il loro splendore, la brezza profumata
il chiacchiericcio più civettuolo nelle strade
Così la dipingono
Per te poca luce e il letto al posto del prato

Ma tornerà la tua primavera
anche se per gli altri sarà autunno

 



E ti saranno ricresciuti i capelli
quando mi riguarderai con
occhi a cui ridata sarà
profondità
rinata
la luce

e ti saranno ricresciuti i capelli
quando i passi
goffi dapprima
lenti
indipendenza riacquisteranno
libertà

e ti saranno ricresciuti i capelli
quando la distesa infinita del mare
ti si mostrerà come prima visione
rievocata
l’emozione infantile
dimenticata
rimossa
E rimossi saranno i dolori

E ti saranno ricresciuti i capelli
Io ne avrò qualcuno bianco in più
per la pena
ma avremo conquistato
Tempo
Forza
Sorrisi
Vita
 



È arrivato
aggressivamente silenzioso
senza chiederci il permesso
Non so dirti
della degenerazione cellulare,
della bioneuroemozione,
della teoria sulla latteo proteina
Non ho risposte
quando lotti tra uno stillicidio e l’altro
di una goccia nocivolmente utile.
So che ti seguirò sul filo, sul bordo
dell’abisso più tetro
della notte procellosa
E raccoglierò il tuo pensiero d’abbandono.
Fuori è un’ingiusta e sfacciata primavera.

 



E ti ho mitizzato nella lontananza

Ho fatto della vita dura un idillio

Delle notti buie totale armonia di cielo stellato

Dell’ignoranza semplicità

Della chiusura tradizione

Del pettegolezzo interesse

Dell’invadenza condivisione

Della testardaggine determinazione

Dell’orgoglio dignità

Della passività accettazione

Ho cancellato parole

invidia, noia, isolamento

Ma i ritorni hanno l’amarezza della verità

scarnificata che brucia come ossa spolpate

Brucia più di quanto sia feroce il distacco

più di quanto sia crudele il rimpianto

più ingannevole del tempo

più inquieta della nostalgia che non dorme

e non trova più te.



Cos’è questa totale
apatia d’inesistenza?
Non chiedersi più
non chiedersi più
nulla.

Non ci si sconcerta.

Si invecchia.
Si muore.



Ad  Antonio Tabucchi

La strada è fatta di briciole

di atti restii a ritornare,

il tempo si mostra beffardo

nella taciturna e soleggiata

mattina domenicale,

ghignando risveglia

presagi notturni

di un torbido colore.

Nel vuoto riecheggiano

le parole che lasci,

sogni di sogni,

figure di viaggi.

Tristano non muore.



M’inquieta della città

il vento che innocuo si finge

le untuose voci cordiali

dei condomini incuranti

di anziani putrefatti nei letti.

M’inquieta della città

il suo aspetto verticalmente cementificato

che comprime la retina al solo finito.

M’inquieta della città

la traccia di notti inconoscibili

la storia non narrabile

di scarpe abbandonate al semaforo.

M’inquieta della città

passare accanto a un mio simile

e guardarmi attentamente i piedi.



Yo creo que fuera
un ángel venido desde
el hueco mas hondo
de mi ser, llorando
peregrino en busca de que?
Un poco sucio,
desprendido, se puso
delante de mis ojos
temblando, tenía miedo.
Se acercó a mi ventana
abierta a la noche silenciosa
y solo ahí entendí tu
dolor, tu condición
de destierro obligado
en la tierra de nadie.