M.09

 



Si riparte dal dolore

con occhi guardinghi

in anfratti bui e spaventosi

 

Si procede

raccogliendo i frammenti

assemblandoli

a gemme preziose e sconosciute

 

Si conclude col sollievo

di non temere

anche l’angolo piu’ nero

 

 

 

 

 



Ormai godo

del mio dolore.

Lo nascondo dentro l’ombelico

durante la masturbazione mattutina

e lo sorseggio sgargiante il venerdì

col vino in offerta e pizza surgelata.



Assordante il frastuono
della mia anima
sfracellata
tra le tue mani rosse e incoscienti.

Nella nostra Choeung Ek
solo gli alberi
sapranno perdonare
questo ennesimo massacro.



La tua assenza
tra le mie mani alcoliche
e appicicose di carnevale



Dei nostri squarci
colmi dell’amore piu’ puro
rimangono ora
solitari crateri



Di ceneri posticce
come una Fenice
ancora
un respiro.

F.



Inestimabile
l’universo racchiuso
tra il tuo odore
e il mio sapore.



Ancora una volta
vittima d’empatia
e schiava d’un orgasmo



Mi fa male tutto.
Nell’eco d’ossa spezzate
anche una goccia di pioggia
può essere fatale



mi rimangono
solo le briciole
del tuo sguardo
sulla nuca



Giacciono
accatastati in garage
solitari frammenti
di vita
ormai senza padrone.
La casa
ora smantellata,
sussurra antiche storie
di figli
figli di figli
nonni
nipoti
regali sotto l’albero
e ginocchia sbucciate.
Tacciono gli armadi
custodi di segreti
e odori
che non sono più.
Solo il giardino
continua a germogliare,
invano infatti
la rigogliosa salvia
attende paziente
il suo custode.
Cade a terra
il secco melograno
piange
consapevole di
quant’è crudele
e inevitabile
il non essere.



Ti scivolo
sbucciato
gelida pioggia
mai fu neve.



Rigetto dolorose convenzioni
ingenuamente ingurgitate,
affrontando l’ennesima strage di certezze.
Impossibile tuttavia
epurare gli occhi sporchi.



D’una poesia infranta
mi sanguina la gola.



Non entrarmi sottopelle
così vertiginosamente
già fa male
la tua assenza

Venezia



Disarmante
il tuo salso e
sublime respiro

Alcohol



Anestetizzo
l’ingrato marcio
di gioiosa e bugiarda scorza
“Ancora un bicchiere per favore”
che qui non c’è posto per le mie poesie

Giornate di cellophane



La domenica mattina
Il parco è pieno di bambini
quasi
mi sento rinascere un po’ anch’io.

Nonno



D’una fragilità bambina
castello di sabbia
e conchiglie.
Già forte l’odore di temporale
 
il dolore mi spezza le gambe.



Costante tensione.
 
Avido desiderio
inedito ed essenziale
 
piccolo vuoto perpetuo
sarà la mia rovina.

Sbadatamente triste



Ho coperto gli incubi
infilando un sorriso
e rossetto rosso.
Ho scopato furiosamente
con gli occhi di vetro
e la figa di plastica
 
è sempre tutto così confuso
mi viene un po’ da vomitarmi.

Verano



Nel fragore
mi corico
cantando
 
con un sorriso
tra le dita.

Milano



Fredde le mani
freddo il cuore
 
nel frenetico gelo
tra ansia di prospettiva
e fallimento del sistema,
 
vorrei ricordarmi
come si piange.