M.105

 



Tra disperazioni mattutine e
rassegnazioni notturne,
incontriamoci al tramonto.



Di che processi parlate?
Dei nostri?
Delle domande insistenti
per raggiungere la piega dolente
Voi lo dite
chi siamo
Noi non parliamo e ci schiaffeggiate

Di che calvari parlate?
Dei nostri?
A camminare la sera
con pezzi di legno spinoso
verso la vetta di un monte

Di che crocifissi parlate?
Di noi?
Ancorati a croci di sofferenza
con chiodi di mancata accettazione
e poi impauriti a morire
col fiele sulle labbra
e di colpo
il capo chinato a spirare

Di quale compassione parlate?
Di quella per noi?
Delle nostre Marie sotto le croci
a pregare
a piangere
dei Giuseppe d’Arimatea
che le raccolgono
delle tre donne
a pulire i nostri corpi di sangue

Di che speranza parlate?
Ve ne riempite le labbra
e non la bocca
che non emette suono
se non di sentenza

Tre giorni passeranno
e le pietre dei sepolcri si sposteranno
nuove vesti bianche
per noi che non siamo cenere
a voi che c’avevate accerchiato.

Toponomastica femminile



Non mi fa più male
la toponomastica
i passi del tempo condiviso
Mi fanno male i letti -
che urlano
non sei donna abbastanza
Mi lacerano le schiene
il nero degli sguardi
le ciglia lunghe, le mani, i polpacci
Mi fanno male le declinazioni
al femminile
le a finali, i verbi al futuro
le parole ‘femmina’ e ‘pazienza’
scambiare le categorizzazioni
per etichette
la descrizione di me
Un giorno
mi libererò degli aggettivi
dei pronomi
degli articoli
e arriverò alla me primordiale
E ancora non mi farà male
la toponomastica -
solo quella però.

Da confondere



Eri tutto da baciare
col tuo odore
che sembrava tempestarmi dentro
e l’acqua di fronte a noi che scorreva
Mi intingevi gli occhi di scuro
tu, nero e colorato
coi piedi leggeri e la testa pesante
tu, le ossa fragili
e la tristezza intessuta nei vestiti
infiltrata nelle ossa
e io che cercavo di togliertela dalla pelle
con le mie carezze
Eri tutto da guardare
dolce il percorso dal naso alla bocca
dal collo al petto
Sei tutto da mandare via
sei tutto da confondere.



שחור ועמוק
לא את העיניים שלך
אבל הדרכים שלי
תקווים
לא את המחשבות
אבל המלנכוליה שלי

Neri e profondi
non i tuoi occhi
ma le mie vie
Speranzosi
non i tuoi pensieri
ma la mia malinconia

Io stessa sono migrante



Io stessa sono migrante
voi tutti nei vostri paesi
io a piangere in terra straniera
con dei non miei e lotte sconosciute

Vorrei non un dio a mia misura
ma essere io in pace col mio Dio
Vorrei non una terra per me
ma essere io stessa la mia origine
e la mia meta
e per le terre vagare fiera
ritrovarmi dietro un angolo
sapendo di non essermi mai persa

Io stessa sono migrante
popolo nomade con un dio a voi sconosciuto
con la guerra sulle spalle
e un viaggio estenuante nel petto

Il venti di un mese invernale



Il mio compleanno
è amore infecondo per la vita
sputo nell’occhio della nostalgia
È una torta bagnata d’acqua e non col latte
un augurio scritto di fretta su un fazzoletto
il lancio di un vecchio cellulare
una voce annoiata
un senso di colpa
È un’amica che sa
Un’incertezza
la mia insicurezza
la mia tristezza
La voglia che passi di fretta
questo giorno invernale
durante il quale sono stata messa al mondo
un po’ per miracolo
un po’ per fortuna
un po’ per dispetto
da due aperti ad una volontà
che non arrivo a comprendere.

Myia di Tanagra



Corinna è poeta dispersa
nel cuore s’agita
turbine di parole
quando solitudine l’accompagna

Maestra d’uomini
che d’ombra la coprono
nei miei versi
come mosca vola.

Esther



È un mondo di uomini
quello di Esther
Con la cera attaccata alle dita
e la luce fioca a rischiarare le pagine
sa di essersi venduta
a un prezzo che ha pagato lei stessa
Ha appena perso
ha iniziato ad amare.

Elena



Elena è là
distesa ed usata
si riposa, prima di essere chiamata di nuovo
è stanca
apre la bocca, muove le mani
è un simulacro
la sua anima è imperscrutabile
il suo cuore vuoto
Elena è solo un involucro
Chissà com’è la vita delle donne che scelgono
si chiede.