M.115

 



Ci sono sguardi sui quali si inciampa

e poi, superstiti, ci portiamo sempre dentro

quel vortice di iridi

come ricordo di una follia muta, senza senso

che ci preme il petto di dolce triste splendida sbornia di vita.

 



Non abbiamo recitato,

ma insieme

siamo state noi stesse

sul palco del mondo.

Cronache di funamboli coi piedi per terra



C’è un campo e la nebbia e due figure scure

L’una delle due si porta un piccolo sottile cilindro storto alla bocca,

lo cinge con le labbra – delicatamente – quasi fosse un tenero amante

e aspira avidamente

un bocciolo scarlatto fiorisce sull’altra estremità di cenere

fiorisce nel tempo di un respiro

per poi sfiorire nuovamente

L’Una espira con calma solenne – il comignolo di un faro invisibile – il suo pallido fumo,

gli occhi appena socchiusi

 

 

Il campo è una stanza,

pareti rese invisibili dalla nebbia lo circondano.

Fumo, fumo di bianca pioggia fluttuante.

L’Altra guarda la nebbia – guarda l’Una – e riguarda la nebbia

e sussurra colta da un’improvvisa rivelazione esistenziale

« Forse dovremmo smettere di fumare »

l’Una continua a fare danzare lo sguardo immobile sul cornicione di un orizzonte invisibile

« Magari se aprissimo le finestre tutta sta nebbia di fumo se ne uscirebbe

e tornerebbe il sole. »



compare

oserei dire

diamoci fuoco

in questo mondo troppo bianco.

Un divano in Giambellino



Sediamoci a veder passar le auto.

facciamo finta che questo sia un salotto,

la realtà la nostra televisione.

anche se, qui, di auto, non ne passano mica.

allora osserviamo la strada deserta,

l’asfalto grigio è lo schermo di quelle vecchie tv che non funzionano più.

sediamoci, a veder passare il vento,

su questo fotogramma immobile.