M.115

 



Soli al buio in una stanza
fissiamo oltre al soffitto nero
le mille lune elettriche della città
che scivolano fra le persiane dischiuse
giocando a scacchi con le ombre

In una stanza, sotto le coperte,
ci scaldiamo come fa Milano
sotto i suoi veli cancerogeni
e pensiamo che, in fondo, siamo sempre in due,
me ed io.

allora più che mai
vorremo sentirci stretti
da un corpo non nostro - un abbraccio
che ci isoli dall’angosciante deserto
che ci percuote il cranio aperto -
che tagli fuori la luce
di quelle mille lune a basso consumo
graziosamente impiccate a questa volta di fumo -
che possa evitare
che le braccia mi si stacchino dal torace,
e così le gambe e la testa
e ogni cosa
e che
mentre tutto tace
io mi scomponga

in infinite parti esplosa.

Le mie otto montagne



I palazzi sono i denti di bocche cariate

Ubriache, drogate, ferite scrostate

Ingozzate o sventrate

Scambiste tassate

Puttane pagate

Affamate di luce.

 

Quando però sto per strada

Verso l’ora il cui la luce si cala

Sono cime e creste, montagne scure

e mille volte nelle loro mille finestre a ghigliottina

il sole si china a perdere il capo

per incendiare stagni di cenere, girini urbani e anche me.

Necrologio ad un muro



C’è un parchetto dietro casa mia.
Su tutti e quattro i lati del suo rettangolo è costeggiato da strade. Cemento, righe bianche, dossi e ancora tappeti di catrame.
Accanto ad una di queste strade si srotolava inoltre un muro,
colui che in questa triste mattina rimembriamo e piangiamo con smisurato affetto.
Il muro, non è mai stato bianco. Partorito con un taglio cesareo inflitto al ventre stanco del suolo ai tempi del Big Bang industriale – È sempre stato se stesso.
E al di là del suo viso scrostato c’era un campo da calcio abbandonato, con l’erba incolta, qualche tronco sparso e un tempo anche una tribuna marcita. E sul suolo di quella terra solitaria si potevano trovare malinconiche carcasse di cessi e altre creature fantastiche.
Ho amato quel muro e quel mondo di nessuno.
D’inverno, era l’accesso alle orbite di un cieco. I rami degli alberi penetravano muti la nebbia per tendersi al di là e ricadere sulla strada. Come uniche testimonianze del mondo segreto che c’era dall’altra parte.
Ora quel muro, non c’è più.
Pale e scavatrici stanno sradicando sogni e mistero e molto presto non resterà altro che un cimitero d’infanzie.
Già ora si vedono solo zolle di terra squarciata e cadaveri di folletti.
e agonizzano i rifiuti abusivi
Quella terra è diventata di tutti.



Ci sono sguardi sui quali si inciampa
e poi, superstiti, ci portiamo sempre dentro
quel vortice di iridi
come ricordo di una follia muta, senza senso
che ci preme il petto di dolce triste splendida
sbornia di vita.



Si trascinano
in un silenzio miasmatico
sotto allo specchio dell’acqua
sotto a turchesi e celesti
immersi in coltri carogna
visi cinerei
attraverso acqua di fogna.

schiacciati giù
da quella massa di azzurri,
squarciando il blu
di soffocati sussurri
in uno strisciante girotondo
verso l’abisso plumbeo,
senza fondo.

All’estrema fine
di quell’oceano mare
sullo specchio dell’acqua
senza mai affondare,
si riflette il cielo più terso

l’infinito distacco di un universo perverso

E così,
vede soltanto se stessa
la luna
quando si specchia sul mare
uno sguardo cieco
non sa affogare. Niente
solo il cielo
dove creste di fumo
s’infrangono lente

mentre lontano,
nell’accordo di un sordo
dentro al gorgo di un gordo
oltre allo specchio di mondo
visi si trascinano

sempre più a fondo.